La sinistra e il Green pass: le diverse visioni in Francia, Italia e Germania

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Politica /

Nelle ultime settimane la polarizzazione politica attorno alle misure di contrasto al Covid-19 si è amplificata in Italia sulla scia dell’introduzione del green pass per l’accesso a locali, eventi e spazi chiusi in presenza di potenziali assembramenti. Nonostante una spinta decisiva per l’introduzione di una misura di compromesso sia venuta in seno al governo Draghi da Forza Italia le forze del centro-sinistra hanno teso a mettere il cappello sul green pass rivendicandolo come un proprio successo e spingendo avanti una narrazione secondo cui le forze di destra, la Lega e l’opposizione di Fratelli d’Italia in testa, ne sarebbero sostanzialmente avversari per incoscienza, danneggiando così il contrasto alla pandemia.

La situazione è in realtà molto più complessa. E uno sguardo all’Europa sembra confermare quanto dichiarato dal giornalista Pietrangelo Buttafuoco in una recente intervista a La Verità, in cui ha sottolineato che la polarizzazione ideologica attorno al green pass rischia solo di trasformarlo in un tema divisivo e far venire meno il suo ruolo di incentivo e acceleratore delle campagne vaccinali.

Se non bastasse l’iter applicativo del green pass seguito in Italia a confermarlo, le voci provenienti dal resto del Vecchio Continente segnalano come posizionare sull’asse destra-sinistra il discorso sul green pass sia fuorviante. In Francia, ad esempio, alcune delle misure inizialmente più rigorose del passaporto sanitario proposto da Emmanuel Macron hanno ricevuto la feroce critica di Jean-Luc Mélenchon, ex candidato presidente del partito di sinistra La France Insoumise e abile tribuno politico, che ha utilizzato argomenti paragonabili se non addirittura più duri di quelli che in Italia ha fatto propri Giorgia Meloni: per il leader della sinistra radicale transalpina “l’introduzione del Pass Sanitaire non è una misura sanitaria come le altre. Crea una società di controllo permanente che è insopportabile e assolutamente iniqua. È tempo di rinsavire”. Non è da escludere che le critiche di Mélenchon, assieme agli appunti del Consiglio di Stato, siano state decisive per spingere Macron a rivedere in senso più pragmatico e attuabile le misure per la certificazione verde. A loro modo sono stati critici anche gli esponenti del redivivo Partito Socialista, che hanno definito il passaporto sanitario una foglia di fico con cui Macron vuole evitare l’introduzione della vaccinazione obbligatoria anti-Covid.

Anche in Spagna le sfumature sono numerose. Carolina Darias, ministro della Salute del governo di Pedro Sanchez, di cui è compagna di partito in campo socialista, ha momentaneamente escluso l’ipotesi di varare una riforma volta a introdurre un pass nazionale, complici le eterogeneità politiche e culturali della nazione iberica. Per quanto abbia sottolinato che il governo non ha intenzione di “rinunciare a nulla” e che “le comunità autonome hanno facoltà di richiedere questo tipo di documentazione o altro” la Darias non intende assumersi la responsabilità di una scelta potenzialmente divisiva visti i diversi andamenti del contagio e della vaccinazione nel Paese. E soprattutto ha compiuto la saggia decisione di non dare un cappello politico alla manovra o di mettere all’indice chi, pur in forma dissimile, ha posto in essere critiche. Del resto in Spagna la situazione resta a macchia di leopardo: il green pass europeo serve per andare all’estero, ma all’interno del Paese solo Galizia e Canarie lo adottano per consentire l’accesso ai locali. E del resto il governo iberico si trova di fronte a una situazione già di per sé delicata per la pioggia di ricorsi seguiti alla dichiarazione della Corte Costituzionale sull’incostituzionalità del primo lockdown del 2020, a cui ulteriori misure rischiano di aggiungere nuove tensioni.

Cosa dimostrano i casi di Francia e Spagna, ma a suo modo anche l’Italia? Che anche nella questione del green pass si sta riproponendo una pervasiva polarizzazione ideologica legata al fatto che, in sostanza, è impossibile dare validazione scientifica oggettiva a una mossa governativa e politica. La politica, infatti, compie per definizione scelte discrezionali passabili di critiche o aggiustamenti: e non a caso nel quadro delle lotte anti-Covid le forze istituzionali si posizionano sempre più sull’asse maggioranza/opposizione che su un presunto dualismo tra scientificità e opinioni. Il green pass è un atto discrezionale e politico, e non c’è nulla di male ad ammetterlo. In Italia la china problematica è quella di un certo centro-sinistra che non interpreta la misura in forma pragmatica, ma come una sorta di meccanismo punitivo, mettendo all’indice le voci critiche (pensiamo a Massimo Cacciari) piuttosto che puntare su un messaggio positivo e realista. Come del resto ha sottolineato il ministro degli Affari Regionali, la forzista Mariastella Gelmini, il partito di Silvio Berlusconi ha chiesto che venisse “introdotto per evitare la chiusura di esercizi commerciali e un altro lockdown” come “uno strumento non per punire ma per tenere sotto controllo i contagi e mantenere gli spazi di libertà conquistate con tanta fatica”. Spostarsi da questa linea rischia di creare problematicità, specie in un contesto in cui, come dimostrano Francia e Spagna, ogni nazione fa storia a sé.