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Quattro anni dopo aver sostenuto Joe Biden, che ruolo avrà la sinistra democratica nelle elezioni presidenziali Usa? Kamala Harris spera in Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e gli altri esponenti progressisti che la supportano per vincere gli Stati chiave e sconfiggere Donald Trump. Ma il sentimento della base progressista è tutto fuorché caldo. E paradossalmente la sinistra del Partito Democratico sembra orfana del centrista Joe Biden, che nei fatti l’ha assecondata di più su tematiche chiave come i diritti economici e sociali rispetto alla ben più progressista Harris, che faticano a inquadrare.



Biden, storicamente spostato molto al centro e vicino a un’agenda liberale in economia, per riconquistare nel 2020 gli Stati chiave dell’America operaia, che nel 2016 avevano votato Trump, ha incorporato nella sua agende molte proposte dell’ex avversario “socialista” delle primarie, il senatore del Vermont Bernie Sanders. Lo slogan della campagna Build Back Better” si è sostanziato in progetti come l’Inflation Reduction Act e il Chips Act, che hanno promosso un massiccio pacchetto di stimolo per valorizzare l’economia reale, “Main Street” nella retorica del laburismo americano.

Sanders, appoggiando Harris nella campagna elettorale, l’ha sostenuta solo facendo riferimento alla possibile continuità con Biden, il “presidente più progressista dai tempi di Roosevelt” secondo il veterano politico del Vermont. Per Sanders con Biden “dopo anni e anni di chiacchiere, siamo finalmente riusciti a investire un sacco di soldi nella ricostruzione delle nostre infrastrutture in rovina, a investire nel contrasto al cambiamento climatico“.

Nell’ottica di Sanders e della sinistra Harris avrebbe dovuto ricordare, si è scritto su True-News, “la progettualità progressista che aiutò a plasmare la grande coalizione democratica che nel 2020 consentì la sconfitta di Trump”. E parlare a un campo chiaro: “Elettorato urbano e giovanile scolarizzato, trasversale sostegno alle minoranze, abitanti delle periferie delle metropoli, colletti blu dei settori a alta intensità tecnologica, percettori dei servizi di assistenza sociale spesso sotto attacco repubblicano”. E, nota più critica, elettori scontenti della condotta democratica sulla guerra di Gaza. Quanto queste aspettative siano state rispettate è difficile dirlo. Ma certamente Harris, puntando sull’essere l’anti-Trump più che su un’idea organica di America, non ha messo le grandi dinamiche del lavoro, dell’industria e altri temi caldi della Sinistra dem al centro dell’agenda.

Al contempo, la presenza in campo di candidati di testimonianza come la Verde Jill Stein può essere un fattore di condizionamento della capacità d’agire della Harris verso la base progressista che, pur senza amarlo, si è convinta alla fine di avere in Biden un presidente politicamente sensibile nei suoi confronti. Con Harris sarebbe lo stesso? Per molti è lecito dubitarlo.

Sanders fa campagna negli Stati-operai per Harris ma, ricorda il New York Times, “nonostante la fonte di sostegno sindacale dei Democratici, alcuni gruppi come i Teamsters hanno rifiutato di sostenere la Harris e molti elettori della classe operaia, inizialmente animati da Trump nel 2016, si sono ritirati dalle fila dei Democratici a causa della percezione che il partito abbia perso il contatto con loro”. L’America di Bruce Springsteen, che canta per Kamala ma forse non rappresenta più il suo mondo, è stata trasformata da Sanders in quella di Biden. Ma tra l’anziano, pragmatico e operativo presidente uscente e una vice le cui idee concrete sono tutte da conoscere dopo un quadriennio in chiaroscuro è sicuramente più facile per la sinistra capire il primo della seconda. E dalla capacità di Harris di portare alle urne questa base, mancata a Hillary Clinton nel 2016, dipenderà molto della capacità di battere Trump in un voto tra i più incerti degli ultimi decenni.

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