Negli ultimi anni Viktor Orban è stato descritto come uno degli autocrati peggiori d’Europa. Non è passata una settimana senza che esponenti appartenenti a governi di sinistra, giornali progressisti oppure direttori di importanti organizzazioni non governative utilizzassero epiteti minacciosi per riferirsi all’attuale primo ministro dell’Ungheria, accusato di aver impiantato nel suo Paese una sorta di fascismo moderno. Pochi giorni fa è però arrivata una notizia che ha smentito queste ricostruzioni grossolane e a dir poco approssimative: Fidesz, cioè il partito conservatore di Orban, è stato clamorosamente sconfitto a Budapest in occasione delle ultime elezioni locali ungheresi. Il sindaco uscente della capitale, Istvan Tarlos, è stato superato dal verde Gergely Karacsony. Strano ma vero, le previsioni nefaste di gran parte dell’opinione pubblica sul presunto pugno di ferro adottato da Orban sull’Ungheria si sono sciolte come neve al sole; e non poteva essere altrimenti, perché tutti gli allarmismi lanciati non erano altro che uno schiaffo all’intelligenza delle persone dotate di un minimo di razionalità. Insomma, dopo aver appurato che in Ungheria esistono delle libere elezioni in cui i cittadini possono ancora liberamente votare per il candidato che più ritengono adatto a realizzare i loro bisogni, è probabile che buona parte di questa opinione pubblica internazionale abbia anche capito che Orban è stato scelto perché eletto a gran voce dagli ungheresi. Nessuno reciterà alcun mea culpa, ci mancherebbe altro, ma per lo meno le ultime elezioni locali hanno smontato una volta per tutte la costruzione partigiana e ideologica issata attorno alla figura del despota Viktor Orban.
Sinistre europee in cortocircuito
Una considerazione viene spontanea approfondendo le dinamiche politiche che hanno consentito all’opposizione di Orban di conquistare Budapest. La sinistra, proprio in queste ore, sta festeggiando per aver sconfitto il grande nemico. Ma come ci è riuscita? Piccolo aiutino: non certo con le sue gambe. I progressisti, per battere Fidesz, hanno dovuto formare una coalizione larghissima che ha incluso anche Jobbik. Già, proprio il partito di estrema destra, così tanto più a destra di Orban che il partito dell’attuale primo ministro impallidisce al solo confronto. Torniamo alla coalizione-accozzaglia che ha permesso il miracolo: in campo, nello stesso schieramento degli ecologisti, c’erano anche socialisti, comunisti e ultradestra.
A Budapest decisivo il ruolo dell’estrema destra
A questo punto i festeggiamenti post elettorali di mezza Europa assumono un contorno a metà tra il grottesco e il paradossale. La maggior parte di chi ha stappato bottiglie di spumante per brindare allo schiaffone inflitto da Karacsony all’esponente del partito di Orban non si è resta conto di aver gareggiato insieme a un partito che nel loro immaginario dovrebbe essere ben peggiore di Fidesz. La disattenzione è l’unica spiegazione, altrimenti avrebbe davvero poco senso bollare come fascista Orban per poi allearsi con chi davvero si ritiene davvero erede di un certo tipo di fascismo. Eppure, nonostante lo scivolone di Budapest, la creatura di Orban continua a macinare consensi. Tralasciando la capitale, Fidesz ha ottenuto buoni risultati nelle regioni di campagna così come in altri importanti centri urbani. I progressisti se ne facciano una ragione: nella capitale, l’uomo di Orban è caduto soltanto perché la coalizione di sinistra è stata spalleggiata dalla tanto odiata estrema destra.