Gli Usa sono ancora lontani dal loro prossimo appuntamento elettorale nazionale. Le elezioni di metà mandato, per il rinnovo parziale del Congresso, si terranno nel novembre del 2022, tantissimo per i frenetici ritmi della politica d’oltre oceano. Ma una serie di segnali molto chiari, come i risultati delle elezioni suppletive e sondaggi, danno l’idea che i Repubblicani stiano silenziosamente rimontando la china. I Democratici, dopo aver vinto le elezioni presidenziali più contestate della storia recente americana, devono prenderne atto.

Infatti proprio media simpatetici della sinistra americana, come la CNN (tuttora ha la fama di essere imparziale, ma è molto schierata) constatano questa tendenza, anche per mettere in guardia il “partito dell’asinello”. In un’analisi di Harry Enten, pubblicata il 22 agosto, all’indomani di un’elezione suppletiva per il Senato del Connecticut, risulta che i Repubblicani stiano prendendo più voti quest’anno rispetto all’anno scorso. È vero che conta anche l’effetto “voto col portafogli i Repubblicani e col cuore i Democratici”, per cui i sindaci e i rappresentanti locali sono Repubblicani anche in contee e Stati che votano per un presidente democratico. Ma l’incremento dei successi dei Repubblicani, in queste tornate elettorali, è veramente notevole.

Gli esiti delle supplettive

Nei primi 17 voti in elezioni suppletive, da gennaio ad aprile, per sostituire rappresentanti deceduti, eletti ad altre cariche o dimessi, i Repubblicani hanno guadagnato mediamente 1 punto rispetto a quanti avevano votato per Trump alle presidenziali del 2020. Nelle successive 17 elezioni suppletive, da aprile a giugno, i Repubblicani hanno guadagnato in media 7 punti. E nelle elezioni dall’inizio di luglio ad oggi, hanno guadagnato, in media, più di 10 punti rispetto alla loro precedente performance elettorale.

Nelle suppletive in Connecticut, il candidato repubblicano Ryan Fazio ha battuto il rivale democratico Alexis Gevanter, con quasi tre punti di vantaggio. La senatrice che si doveva sostituire, Alex Kasser (dimessasi per problemi familiari) era una Democratica. E nelle elezioni del 2020 aveva battuto Fazio con un margine analogo, di quasi tre punti. Questo in uno Stato in cui il 59,3% degli elettori aveva scelto Biden e che, fin dal 1992, non ha mai votato per i Repubblicani. Ed è solo uno dei tanti esempi simili. In totale, dalla fine di luglio, i Repubblicani hanno conquistato la maggioranza assoluta dei parlamenti locali: il 54,3% dei seggi di tutti gli organi legislativi degli Stati, contro il 44,8% dei Democratici. I Repubblicani hanno la maggioranza in 61 camere, i Democratici in 37 e condividono il potere in Alaska, unico Stato con un parlamento “bipartisan”. Dunque, se Biden controlla la Casa Bianca e i Democratici il Congresso Federale, i Repubblicani stanno iniziando a controllare il Paese.

Anche al California al voto

Per l’immediato futuro, in settembre, gli occhi sono puntati sulla California, che tiene le elezioni per il “recall” del governatore Gavin Newsom. Il Golden State è, come noto, un grande feudo della sinistra, anch’essa vota presidenti democratici dal 1992 ed è per loro un gigantesco (40 milioni di abitanti) serbatoio di voti. Nello stesso lasso di tempo, va detto, c’è stata una maggiore alternanza fra i governi statali: negli ultimi 30 anni si sono succeduti 2 governatori repubblicani (entrambi rieletti, quindi 4 mandati) e 3 democratici (uno dei quali rieletto, quindi sempre 4 mandati). Tuttavia, il “governator” Arnold Schwarzenegger (2003-2011), benché attivo nel Grand Old Party sin dal 1968, su molti temi aveva idee più affini a quelle dei Democratici, specialmente su ecologismo, immigrazione, sanità e spesa pubblica.

Quindi è come se la California fosse sempre stata governata dai Dems nell’ultimo ventennio, con poche differenze fra un capo dell’esecutivo e l’altro. Ora che le petizioni delle opposizioni californiane sono andate a buon fine e si vota per la ricusazione di Newsom, arrivato appena al suo secondo anno di mandato, si dovrebbe prevedere una sua vittoria sicura. E invece, il candidato repubblicano, conservatore e di netta rottura, Larry Elder, avanza nei sondaggi.

Secondo la media dei rilevamenti, Newsom ha poco meno del 50% di probabilità di mantenere il suo posto, mentre fino alla metà di luglio godeva di una maggioranza solida. Se dovesse perdere la California, il candidato preferito (dai sondaggi, per lo meno) per rimpiazzarlo è proprio Elder.

Aumenta il malcontento contro Biden

Vanno presi con beneficio di inventario, ma sono anch’essi significativi, i sondaggi d’opinione sull’operato del presidente. Secondo la media dei sondaggi di Real Clear Politics, il presidente è a metà: il 48,3% degli americani approva il suo operato e il 47,3% lo disapprova (dati del 24 agosto). Ma a inizio mandato, queste percentuali erano, rispettivamente 55,5% e 36%. Secondo l’istituto Rasmussen, che nelle ultime elezioni presidenziali è stato molto accurato nella previsione dei risultati, sarebbero addirittura di più gli americani che disapprovano l’operato del presidente (55%) rispetto a quelli che lo approvano (44%).

Risultati simili sono rilevati anche dal sondaggio Ipsos, commissionato dalla Reuters: i contrari all’attuale inquilino della Casa Bianca sarebbero il 49% contro il 46% di favorevoli. Quindi è abbastanza evidente che la luna di miele fra Biden e l’elettorato è finita. Più marcata ancora è la differenza fra chi ritiene che il Paese stia procedendo nella direzione sbagliata (55%) e chi invece ritiene che proceda nella direzione giusta (33%),

Tutti questi segnali arrivano da prima della precipitosa, caotica e umiliante ritirata dall’Afghanistan. Gli effetti che le terribili immagini da Kabul avranno sull’opinione pubblica e sull’elettorato sono ancora tutti da vedere nei prossimi test alle urne.