Emmanuel Macron Vladimir Putin hanno intrattenuto negli ultimi anni una relazione complessa, a tutto campo, certamente meno intensa e, per così dire, “sentimentale” di quella intercorsa tra lo Zar del Cremlino e la Cancelliera Angela Merkel, ma fondamentale sia per la diplomazia di Parigi che per quella di Mosca. Tra Macron e Putin il filo è stato diretto, per bypassare le problematiche legate alle sanzioni europee alla Russia, ravvivare il dialogo del formato Normandia, garantire proiezione agli interessi economici bilaterali, risolvere le questioni di comune interesse in un ampio spettro di scenari geopolitici, dal Sahel alla Siria passando per la Libia.

Ma negli ultimi mesi lo slancio francese verso la Russia si è intensificato con particolare tenacia. In particolare da febbraio il presidente francese ha rafforzato l’invito alla Russia perché riaprisse le trattative con l’Unione Europea per definire un forum di confronto comune e dalla primavera ha intensificato gli sforzi per convincere Bruxelles a riattivare il confronto diretto tra i vertici istituzionali e rivedere le forme esistenti di dialogo con la Russia, inclusi gli incontri al livello dei leader.

Mosca e Parigi sanno di avere alcuni punti di contrapposizione geopolitica, primi fra tutti il Mali in cui Mosca punta a soppiantare assieme alla Cina la Francia come Paese di riferimento e la Libia in cui divergono le idee per il futuro del Paese, ma che al contempo serve un confronto a tutto campo esteso all’Ue. E Macron sa anche che l’imminente fine del quarto governo di Angela Merkel produrrà la necessità per l’Europa di trovare una figura in grado di parlare con la stessa voce autorevole della Cancelliera nei confronti di Mosca. Mirando a occupare quel ruolo nella speranza che le presidenziali del 2022 consentano la sua rielezione.

Ben Schreer, direttore del programma Europa dell’Iiss (International institute for strategic studies), parlando con Formiche ha sottolineato che si aspetta in ogni caso una fase di circa sei mesi, dal voto tedesco almeno fino all’aprile elettorale francese, in cui Parigi potrà prendere le redini della politica estera europea. Scheer sottolinea che a suo avviso lo schiaffo ricevuto da Macron nel contesto dell’accordo Aukus può giustificare politicamente un riavvicinamento franco-russo che nell’ottica statunitense e atlantica è visto tanto problematico quanto il compromesso continuo raggiunto da Merkel e Putin nell’ultimo quindicennio. “Mi aspetterei un ri-orientamento del governo francese verso Mosca, e un nuovo tentativo di riportare Vladimir Putin al tavolo dei negoziati a Bruxelles”, ha sottolineato il politologo. Non si tratterebbe però di una vendetta per l’affare Aukus, quanto dello sfruttamento di una contingenza favorevole nell’interesse francese.

Aprire al confronto continuo e franco con Mosca permetterebbe alla Francia di ottenere i dividendi della cooperazione bilaterale e di dare spinta, sostanzialmente, ad alcuni principi cui l’autonomia strategica europea fa riferimento, come la possibilità per i Paesi europei di scegliere in forma indipendente i gradienti di cooperazione e contrapposizione da calibrare in relazione a quei Paesi che Washington vede come rivali strategici per eccellenza, come Cina e Russia. Inoltre, Parigi cercherà di influenzare quei Paesi dell’Europa orientale e nordica più ostili ai progetti di integrazione europea nei settori cari a Parigi che sono, al contempo, i più ferocemente anti-russi.

Avvicinarsi a una piena riappacificazione non sarà però semplice. Un recente evento di valenza simbolica ha dato l’idea della complessità del riavvicinamento: ad agosto Parigi e Mosca volevano sottolineare il nuovo corso delle relazioni celebrando alla presenza di Putin e Macron il ritorno in patria delle spoglie di Charles Étienne Gudin, generale transalpino che fu colpito da una palla di cannone alla gamba sinistra, durante la campagna napoleonica in Russia, e morì nel 1812, salvo poi annullare tutto per l’imbarazzo diplomatico legato alla scoperta della tomba di Gudin da parte di Pierre Malinowski, 34enne francese noto per essere stato tra le altre cose ufficiale nell’esercito e assistente di Jean-Marie Le Pen, fondatore dell’attuale Rassemblement National. Il fatto che Malinowski abbia ricevuto in passato inviti da Putin in persona ha fatto nascere sospetti nella burocrazia dell’Eliseo e nella diplomazia, che temono strumentalizzazioni, segno dell’esistenza di una sfiducia di fondo tra gli apparati che va sanato. Anche su questo Macron dovrà lavorare, per raggiungere il suo obiettivo di distensione con Mosca e aumentare la sua proiezione in campo europeo: ma il tempo che separa la Francia delle presidenziali stringe e, nell’ottica russa, anche piccoli screzi come quello di Gudin, possono segnalare l’esistenza di una sfiducia e di una diffidenza di fondo che possono pregiudicare ogni riavvicinamento concreto.