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La decisione di Donald Trump di ritirare all’ex capo della Cia John Brennan l’accesso (clearance) ai documenti classificati ha letteralmente fatto infuriare i vertici degli apparati che forse mai hanno troppo digerito l’ascesa di un “oustsider” che ha scalato il partito repubblicano dal basso e, contro ogni previsione, è riuscito a diventare presidente della superpotenza americana. Come racconta Il Foglio, il primo a manifestare apertamente il proprio dissenso è stato William McRaven, ammiraglio di Marina ed eroe di guerra, l’ uomo che ha supervisionato l’operazione Osama bin Laden nel 2011.

McRaven ha scritto un durissimo editoriale sul Washington Post in cui chiede a Trump di ritirare anche a lui la clearance, sostenendo che sarebbe un onore rientrare assieme a Brennan nel novero degli oppositori del presidente.  “Con le sue azioni, lei ci ha messo in imbarazzo davanti ai nostri figli, ci ha umiliato sul palcoscenico internazionale e, ancora peggio, ci ha divisi come nazione”, scrive l’ex ammiraglio, dicendo a Trump che sbaglia “se pensa che le sue tattiche maccartiste elimineranno le voci critiche”.

La rivolta del Deep State contro Trump

Oltre a McRaven,  altri illustri 15 esponenti degli apparati di sicurezza e di intelligence di Washington hanno firmato una lettera per difendere Brennan. Tra loro spiccano ufficiali come David Petraeus, ex capo delle forze americane in Afghanistan e Iraq e capo della Cia sotto Obama, e Robert Gates, già capo della Cia nell’amministrazione di George H. Bush. Ma la rivolta dei generali contro Trump non si ferma qui. Come racconta la Cnn, altri 175 ex ufficiali di alto rango dell’intelligence Usa e del Pentagono, hanno sottoscritto una lettera molto simile in cui chiedono al presidente di rivedere la sua decisione su Brennan.

“Tutti noi crediamo che sia fondamentale proteggere le informazioni classificate da divulgazioni non autorizzate, ma crediamo ugualmente con forza che gli ex funzionari governativi abbiano il diritto di esprimere le loro opinioni su quelle che considerano questioni di sicurezza nazionale senza timore di essere puniti per averlo fatto”, riporta la lettera degli ex ufficiali.

“Trump ha ragione a sfidare i vecchi bulli dell’intelligence”

Se buona parte dei media e dell’opinione pubblica americana attacca il presidente, c’è anche chi, come Pat Buchanan, già consigliere dei presidenti Richard Nixon, Gerald Ford e Ronald Reagan e noto opinionista conservatore, lo difende. “Nel sostenere il diritto di John Brennan a mantenere la sua autorizzazione, nonostante abbia accusato il presidente di tradimento, la comunità d’intelligence degli Stati Uniti ha scelto di combattere su un terreno indifendibile” scrive Buchanan su The American Conservative.

“La battaglia è ora nel vivo”, osserva. “Trump non può arretrare. Deve sfidare e sconfiggere i vecchi bulli della comunità dell’intelligence. E lui può. Quell’accesso non è un diritto. È un privilegio, un onore e una necessità per coloro che prestano servizio nelle agenzie di sicurezza del governo degli Stati Uniti, e non dopo. Brennan non viene privato dei suoi diritti contenuti nel Primo Emendamento. Può ancora formulare qualsiasi accusa e chiamare il presidente come egli desidera. Ma sostenere un’accusa di tradimento nei confronti di un presidente è un’affermazione arrogante e assurda”.

“Vogliono mantenere soldi e privilegi”

Il dibattito negli Stati Uniti è più vivo che mai. E non sembra che Donald Trump sia intenzionato ad arretrare o che abbia intenzione di farlo. Perché quella contro John Brennan è una battaglia che il presidente non ha alcuna intenzione di perdere.

Lo dimostrano i tweet di ieri mattina dello stesso presidente, che non arretra di un millimetro: “Tutti vogliono mantenere il proprio clearance di sicurezza, è una questione di prestigio e di soldi, e persino di posti in vari consiglio, ed è per questo che alcune persone si stanno facendo avanti per proteggere Brennan. Non è certamente per il buon lavoro che ha fatto! È un ‘hack’ politico”, ha sottolineato Trump, soffiando volutamente sul fuoco delle polemiche. 

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