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La rivalità strategica tra Cina e Stati Uniti ha conosciuto un deciso inasprimento lungo tutto il corso del 2018: a partire dall’offensiva commerciale decretata dall’amministrazione Trump, infatti, altri fronti tra Pechino e Washington si sono repentinamente surriscaldati.

Oramai consolidata nel ruolo di seconda potenza planetaria e unica reale sfidante credibile per il ruolo di egemone degli Stati Uniti, che al declino relativo assommano comunque una forza ancora considerevole, la Cina è percepita dall’amministrazione e dagli apparati di Washington come “potenza revisionista”. L’obiettivo degli statunitensi è sfruttare l’attuale rapporto favorevole di forze per mettere alle strette Pechino e spingerla a conformarsi all’ordine internazionale guidato da Washington.

Secondo Dario Fabbri, negli apparati militari e burocratici del governo federale è chiamata “a gestire il nuovo corso una specifica generazione di strateghi, educati a ritenere irrimediabili le falle strutturali che minano la Repubblica Popolare […] Nei loro calcoli la consapevolezza che la Cina, castrata dall’assenza di un consistente mercato domestico e dall’incapacità di dominare gli oceani, dipende dagli Stati Uniti per il proprio export e per l’accesso alle rotte marittime. Le stesse vie della seta sono state pensate per dissimulare una decisiva inadeguatezza”. 

A questa visione sembrano sempre più conformate le dichiarazioni dei principali leader di Washington: Donald Trump, Mike Pence e Mike Pompeo hanno espresso posizioni sempre più dure contro Pechino, contribuendo a rinfocolare una tensione oramai giunta a livella apicali. I tempi in cui i due Paesi potevano contare sulla linea diretta Trump-Xi Jinping, legati da un saldo rapporto personale, sembrano oramai passato remoto.

Il braccio di ferro tecnologico e la guerra commerciale

Quello che appare come il più importante dei fronti tra i due grandi Paesi avvolge la sfera economica-commerciale: la “guerra dei dazi” di Trump, oramai è palese, non ha l’obiettivo di ampio respiro di piegare a livello globale un surplus commerciale cinese sempre più consistente, ma il compito strategico di limare la dipendenza degli Usa dalla Cina nel decisivo campo della manifattura tecnologica, come ricordato in precedenza su Gli Occhi della Guerra.

Come segnalato dal Bollettino Imperiale, “Washington intende svincolare progressivamente la propria filiera produttiva da quella della Repubblica Popolare. Obiettivo: impedire che quest’ultima benefici del know-how a stelle e strisce. A tal fine, il dipartimento del Tesoro statunitense potrebbe alzare la soglia di monitoraggio nei confronti degli investimenti stranieri. L’annuncio è avvenuto dopo che il Pentagono ha pubblicato un rapporto contro la Cina. L’accusa è di mettere a rischio il complesso industriale militare a stelle e strisce, di cui la Repubblica Popolare controllerebbe la fornitura di tecnologia e di materiale per esso essenziale. Tra i vantaggi del Dragone vi è il possesso del maggior quantitativo al mondo di terre rare, elementi chimici impiegati nei prodotti ad alto contenuto tecnologico”.

In questo contesto, “non pare casuale la sincronia temporale tra la divulgazione del sopramenzionato documento e la pubblicazione da parte di Bloomberg di un reportage sullo spionaggio cinese“. I fatti contestati dagli Stati Uniti sono smentiti con decisione dalla Cina, ma potrebbero essere plausibilmente presi a pretesto dall’amministrazione per una nuova svolta offensiva in campo commerciale.

Uiguri e Taiwan: Washington interviene nella sfera d’influenza cinese

Di recente, il Dipartimento di Stato di Washington ha accusato la Cina di star realizzando dei campi di rieducazione nello Xinjiang per schiacciare sotto il tallone della repressione le istanze della minoranza musulmana degli uiguri. La regione del Xinjiang, in effetti, ha introdotto delle nuove norme circa di “centri professionali” per arginare il jihadismo, ma ciò tuttavia non regolarizza i sopramenzionati campi, come accusano invece i funzionari statunitensi che stanno facendo pressioni sul Congresso per ottenere la promulgazione di una legislazione sanzionatoria.

Anche su Taiwan, ultimamente, i toni sono stati pesanti: Xi Jinping ha ribadito la sua volontà di favorire la riunificazione tra la Cina e la “provincia ribelle” entro la metà del secolo, mentre Mike Pence, nella giornata del 4 ottobre, nella sua oramai celebre filippica contro Pechino, ha ribadito l’impegno di Washington a riconoscere la Repubblica Popolare come legittimo interlocutore ma, al tempo stesso, a sostenere il rafforzamento democratico di Taiwan, ritenuto “di ottimo auspicio per tutto il popolo cinese”.

Duello militare tra Cina e Usa

La disputa su Taiwan non è una monade isolata, ma si inserisce nel più ampio contesto del braccio di ferro sul Mar Cinese Meridionale, ritornato ad essere ultimamente un terreno di contesa.

Come scritto da Paolo Mastrolilli de La Stampa, ripreso da Dagospia, “la Cina ha completato la militarizzazione di sette isole nell’arcipelago delle Spratly, creando atolli dal nulla per trasformarli in basi. Così si è messa in condizione di minacciare direttamente Manila. Gli altri Paesi che hanno pretese territoriali nella regione, cioè Filippine, Vietnam, Taiwan, Malaysia e Brunei, non sono abbastanza forti per resistere, e quindi gli americani continuano le missioni aeree e navali per mostrare la loro presenza e affermare il principio della libertà di navigazione” attraverso le Freedom of Navigation Operations (Fonops) .

Tra novembre e dicembre il Pentagono è intenzionato a mettere in scena un’ampia esercitazione militare, segnale della volontà di Trump e dei vertici militari statunitensi di rilanciare il ruolo delle Fonops come principale contraltare alle ambizioni cinesi di dominio integrale dell’importante regione marittima e, soprattutto, di sfruttamento del Mar Cinese Meridionale come piattaforma di lancio di una proiezione mondiale che gli Stati Uniti vogliono contenere sul nascere.

Conclusioni

La possibilità della Cina di ledere sostanzialmente la supremazia statunitense, nel breve periodo, sembrano ridotte. Come ha scritto Manlio Graziano ne L’isola al centro del mondo, “anche se il Pil cinese si avvicina sempre più a quello americano, e se dal 2014 il Pil cinese a parità di potere d’acquisto è già superiore a quello americano, gli Stati Uniti conservano ancora una superiorità strategica in una lunga serie di settori chiave. Che sia questione di reddito pro capite, di armamenti, di finanza, di moneta, di demografia, di immigrazione, di studi superiori, di ricerca, di ambiente, di corruzione, di legalità, di legittimità, di libertà, di spirito di iniziativa, di soft power, di proiezione mondiale, di offshore balance e di alleanze internazionali, la distanza tra Stati Uniti e Cina appare incolmabile a breve scadenza”.

In questo contesto, la Cina di Xi Jinping gioca sul lungo periodo e non punta a sradicare l’architettura del potere statunitense nel mondo, ma a plasmarne le più sostanziali modifiche sotto il profilo economico e geopolitico. In altre parole, è come se  invece di una corsa al ruolo di “Numero Uno” la Cina puntasse a uno status quo globale caratterizzato da due “numeri due” paritari. A Washington, invece, difficilmente si scenderà a compromessi: la sfida a tutto campo lanciata all’Impero di Mezzo segnala che gli Stati Uniti intendono agire frontalmente contro la Cina per contenere la principale causa del loro declino relativo nel contesto globale. La domanda chiave è: esistono, nell’amministrazione Trump, una reale strategia e una reale consapevolezza dei punti di forza statunitensi? La percezione, per ora, parla di azioni dure ma prive della necessaria coordinazione per combinarsi in un sistema vincente.

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