Il Partito Repubblicano si è compattato attorno ai giudici conservatori della Corte Suprema che hanno approvato il superamento della sentenza Roe vs Wade e la fine del diritto federale all’aborto in tutte le sue componenti: dal centrista Mitch McConnell all’ex vicepresidente conservatore Mike Pence, la decisione ha trovato convinte tutte le ali del Grand Old Party, ma più forte di tutte è giunta la voce più attesa, quella di Donald Trump. Per il quale la mossa della Corte Suprema rappresenta “la volontà di Dio”. Un gesto messianico compiuto con il voto dei suoi uomini insediatisi al Marble Palace durante il quadriennio di amministrazione trumpiana. Il magnate e ex presidente ha aggiunto che la sentenza “funzionerà per tutti”. “Questo è rispettare la Costituzione e restituire quei diritti che avrebbero dovuto essere restituiti molto tempo fa”

Trump ha parlato in esclusiva a Fox News dopo l’annuncio della sentenza della Corte Suprema, passata con una maggioranza di 5 a 4 grazie al voto di Amy Barrett, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh. Tre giudici su nove complessivi nominati da The Donald e autorizzati a ricoprire il loro incarico dal Senato a maggioranza repubblicana con maggioranze risicate (54-45 Gorsuch nel 2017, 50-48 Kavanaugh nel 2018, 52-48 la Barret nel 2020) che segnalano la polarizzazione politica degli States nella fase attuale della loro storia. La vittoria dei conservatori alla Corte Suprema è dunque a tutti gli effetti una vittoria di Trump, che si consolida come portavoce del movimento conservatore più attento alle questioni identitarie, pro-life e proprie dello zoccolo duro dell’elettorato del Grand Old Party. Incardinato oramai tra la maggioranza relativa degli uomini bianchi dell’America rurale e profonda e tra zolle delle minoranze, principalmente latine, in Stati chiave come la Florida. Perni elettorali del partito diventato, sempre più, Trump Old Party negli ultimi anni.

Trump, miliardario figlio della liberal New York, si è scoperto conservatore e attento ai temi cardine del movimento pro-vita durante la sua scalata al Partito Repubblicano tra il 2015 e il 2016. La sua conversione ai temi in questione è stata fortemente incentivata da ragioni prettamente elettorali, così come la manifestazione di zelo religioso, ma ha avuto indubbiamente successo da portare The Donald a farne un cavallo di battaglia della sua agenda: Trump ha ridotto al minimo i fondi presidenziali a Planned Parenthood, che finanzia l’aborto nel mondo, ha sostenuto l’introduzione delle leggi limitanti l’aborto in diversi Stati conservatori e nel gennaio 2020 è stato il primo capo di Stato Usa a presenziare a Washington alla March for Life, il raduno annuale dei nemici di Roe vs Wade. Ma cosa comporterà questa sua vittoria?

Stiamo parlando del colpo di coda del trumpismo o dell’inizio di una nuova fase? Nel primo caso, infatti, bisogna sottolineare che il voto è stato propiziato da personalità piazzate al numero 1 di First Street grazie alla capacità di Trump di compattare un partito diviso in nome del comune perno conservatore, la cui ascesa rappresenta assieme alla riforma fiscale del 2017 il maggior successo politico del Tycoon divenuto presidente. Nel secondo caso, però, va sottolineato che queste figure promosse dal trumpismo di lotta hanno, personalmente, preso le distanze da Trump dopo i fatti dolorosi del 6 gennaio 2021 e l’assalto di Capitol Hill, disconoscendo ogni sua pretesa di invalidare le elezioni del novembre precedente ribaltandone l’esito. I giudici di destra della Corte Suprema vanno dunque ritenuti espressione tipica della loro corrente, e dunque per Trump si pone una sfida ancora più ardua: porsi alla guida del partito e tenerlo compatto alle sue spalle evitando di creare nuovamente l’effetto “tutti contro Trump” che ha già permesso ai Democratici di espugnare la Casa Bianca nel 2020.

Joe Biden lo ha capito e ha indicato nei “giudici di Trump” e nell’eredità della sua presidenza la causa della sentenza sfavorevole ai pro-aborto. I Democratici cercheranno di usare l’aborto come tema mobilitante in vista delle  Midterm di novembre; Biden, conservatore centrista nel partito dell’asinello, può cavalcare l’onda riscoprendo il sentimento anti-Trump per non infilarsi nel ginepraio della lotta dei diritti civili.

Quel che è certo è che lo spostamento a destra del Partito Repubblicano, il rilancio delle guerre culturali e la dura contrapposizione coi Democratici stanno riportando le lancette della politica americana a due anni fa, rimettendo The Donald al centro della scena. E si riattiva il circolo della radicalizzazione delle posizioni, che Trump intende sfruttare per mobilitare al massimo contro Biden e i democratici l’elettorato a novembre e preparare il terreno per una futura ricandidatura alla Casa Bianca. Se la forza mobilitante del Trump inedito leader dell’opposizione sarà più forte del nuovo spauracchio anti-Trump agitato da Biden, questa prospettiva si farà più concreta. E per capire l’esito della partita molto dipenderà dalle conseguenze a cascata della storica sentenza del 24 giugno 2022.