La discussa sentenza della Corte Costituzionale tedesca sulla legittimità del quantitative easing di Mario Draghi, che ha visto le istituzioni tedesche rimandare la palla nel campo della Banca centrale europea per preparare in tre mesi un documento giustificante le scelte prese nel piano di acquisto titoli, ha alle spalle il lavoro di un celebre professore universitario di Berlino critico dell’ordinamento comunitario.

Markus C. Kerber è di professione avvocato, gestisce il think tank Europolis da lui fondato, detiene la cattedra di professore di finanza pubblica ed economia politica nell’Università Tecnica di Berlino ed è professore ospite presso l’Institut d’études politiques (Iep) di Parigi. Nella sua carriera si è più volte mosso per via giudiziaria contro l’avanzamento dell’integrazione europea, ritenendo necessario che la Germania la plasmasse nella maniera più conforme al suo interesse nazionale.

Rivolgendosi di fronte alla Corte di Karlsruhe sul tema della legittimità del Trattato di Lisbona, nel 2009 Kerber ha portato la Consulta tedesca all’adozione di una serie di misure che rendano effettivo il ruolo del Bundestag e del Bundesrat nel quadro di alcune procedure contemplate dai Trattati funzionali a modificarli o integrarli in modo semplificato o implicito. In seguito l’accademico e avvocato ha impugnato presso la Corte le politiche europee di acquisto titoli, ritenute in violazione del principio di proporzionalità insito nei Trattati e relativamente dannose per l’economia tedesca, costretta a sobbarcarsi a suo dire la ristrutturazione del resto d’Europa. “Nel 2017 ho presentato una ingiunzione alla Corte costituzionale federale per sollevare il problema dell’effetto dell’acquisto di titoli mediante Qe sull’inflazione”, spiega Kerber ai microfoni de Il Sussidiario.

La sentenza porta agli estremi il “sovranismo finanziario” tedesco, nell’assunzione che Berlino abbia implicitamente pagato il quantitative easing a favore del resto dell’Unione. In questo calcolo i tedeschi trascurano il ruolo cruciale giocato dalla politica monetaria di Draghi nello svalutare l’euro a tutto favore delle esportazioni tedesche. Ma Kerber da un punto di vista meramente numerico ha ragione laddove afferma che nel 2017 “nessuno effetto sull’inflazione era palpabile”, dato che il Qe ha finito per alimentare un periodo di bonanza finanziaria senza trasmettersi con forza alle economie reali.

Kerber, che pure mostra di apprezzare le qualità di Draghi come leader economico (“credo che i tedeschi piangano la partenza di Draghi quando vedono l’incompetenza della Lagarde”) ritiene che la sentenza della Corte di Karlsruhe possa dare il là allo sgretolamento dell’Eurozona, nel caso in cui il governo di Angela Merkel e la Bundesbank si trovino di fronte a una giustificazione insufficiente da parte dell’Eurotower. Il giudizio del governo tedesco avrà effetto sulla partecipazione di Berlino agli attuali piani di intervento della Bce a sostegno dei debiti europei fiaccati dall’emergenza coronavirus. Ma, in fin dei conti, perchè mai la Germania dovrebbe ritirarsi? Non basta forse aver piegato l’intera Europa all’obbedienza del suo dettato costituzionale interno?

Se sull’interpretazione economica dei fatti Kerber tira acqua al mulino tedesco, sul piano giuridico non c’è dubbio che la sentenza di Karlsruhe ribadisca una svolta notevole, acuendo lo scontro tra giurisprudenza tedesca e Corte di Giustizia dell’Unione Europea sulla prevalenza del diritto europeo su quello nazionale. La Corte ha infatti emesso una sentenza molto più dura della sua controparte comunitaria, che aveva giudicato legittimo il Qe nell’architettura comunitaria venendo accusata da Kerber di risultare filo-francese: “Abbiamo dimostrato che la Corte europea non ha il monopolio dell’interpretazione del diritto europeo nella misura in cui utilizza metodi inaccettabili d’interpretazione. È il caso della proporzionalità. Con questa decisione la Corte tedesca ripristina il suo controllo di fatto sulla Bce ed ricostituisce il suo potere in Europa”.

Il diritto nell’era della competizione globale non è altro che proiezione materiale dei rapporti di forza. E la Germania ne ribadisce l’assoluta soggettività: “più Europa” è un principio che vale fino al Reno e oltre l’Elba, ma che a Berlino declinano nella variante “più Germania in Europa”. Karlsruhe è la capitale del sovranismo europeo: un sovranismo politico, economico, finanziario che si basa sulla capacità tedesca di imporre all’Europa il doppio standard, scegliendo le regole del gioco a cui ogni Paese deve conformarsi nell’Ue.

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