La vicenda del mercantile italiano “Enrica Lexie” che vede coinvolti due militari italiani del Reggimento San Marco della Marina militare, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, che erano a bordo assieme agli altri 4 loro colleghi, come nucleo militare di protezione contro attacchi pirateschi, è ancora una via crucis dolorosa e ardua senza una fine. Questa assurda e surreale storia ha cagionato le dimissioni di Giuliomaria Terzi di Sant’Agata nel 2013, allora Ministro degli Affari Esteri del governo Monti. Grazie all’ordinanza emessa dal Tribunale arbitrale del mare, qualche mese fa, ha finalmente sbloccato la detenzione domiciliare in India di Girone, che, dopo più di 4 anni, ha potuto far rientro in Italia, mentre il secondo militare, Latorre, si trova(va) già nel nostro Paese dal 2014 per motivi di salute. Per entrambi gli Stati non vi è alcun dubbio che l’incidente dell’“Enrica Lexie” è avvenuto oltre le acque territoriali indiane e per tale ragione il nostro Paese ha sostenuto con fermezza che la competenza di sottoporre a giudizio i due fanti della Marina militare italiana gli spetta. In base alla disposizione della Convenzione sul diritto del mare, è enunciato che le navi che battono la bandiera (…) sono sottoposte alla sua giurisdizione esclusiva, necessaria all’effettivo esercizio sul mare aperto a ciascuno Stato. Sempre la Convenzione di Montego Bay del 1982 determina che ogni Stato gode della libertà di navigazione. A prescindere quanto poc’anzi detto, va evidenziato che la pretesa dell’Unione d’India di esercitare la sua giurisdizione sul piano penale, senza curarsi del diritto dello Stato di bandiera, costituisce una violazione e, aggiungerei, un voler attentare alla sicurezza della navigazione.La disputa con il nostro Paese non favorisce naturalmente ad accrescere l’immagine dell’Unione d’India stessa nel contesto europeo, sebbene il suo sistema giudiziario interno si è trovato nell’impasse in questa vicenda.Ora che l’Unione d’India ha sospeso tutti i procedimenti giudiziari, senza intraprendere nuove iniziative sul caso dei due Marò, saranno i 5 giudici arbitrali del mare a determinare il nodo da  sciogliere che concerne, per l’appunto, la competenza di giudicare i due militari cioè a dire se spetti all’Italia processare i due marò oppure all’Unione d’India.Un problema sorge, cioè a dire che il militare Salvatore Girone avrà una libertà non piena ovvero una semilibertà determinata da alcune condizioni imposte dai giudici della Corte Suprema dell’Unione d’India sino alla sentenza definitiva che sarà emessa dal Tribunale arbitrale del mare non prima della fine d’agosto del 2018. La prima condizione posta in essere è stata l’impegnativa scritta e firmata da Girone di accettare di restare sotto l’autorità dei giudici della Corte Suprema indiana; la seconda, una volta sul suolo italiano, dove già si trova, il fante del Reggimento San Marco deve consegnare nelle mani dell’autorità italiana il proprio passaporto e, non solo, non dovrà uscire dal territorio italiano se non con l’autorizzazione della Corte Suprema di Nuova Delhi; la terza condizione consiste nel presentarsi presso un commissariato di Polizia, il primo mercoledì di ciascun mese, sino alla fine dell’arbitrato; la quarta condizione – che riguarda il nostro Paese – determina che le autorità italiane, ogni tre mesi nel primo giorno feriale del mese, che partirà dal mese di settembre di quest’anno, dovranno inviare al Ministero degli Affari Esteri dell’Unione d’India un rapporto dettagliato sul militare Salvatore Girone; la quinta condizione statuisce che Salvatore Girone deve evitare di avere contatti, o influenzare o dare suggerimenti a coloro che sono coinvolti nella controversia, ci si riferisce ai testimoni; la sesta condizione riguarda la revoca della libertà provvisoria nel caso in cui venisse violata una delle condizioni determinate dai giudici indiani; e, in fine, la settima condizione statuisce che il capo missione dell’ambasciata italiana a Nuova Delhi ha dichiarato, attraverso un’impegnativa, che il militare Salvatore Girone, tornerà in India entro un mese ad eventuali richieste del Tribunale arbitrale del mare.Qui si denota che l’epilogo non si è ancora concluso e che il militare Girone non potrà assaporare una libertà ampia e definitiva con la preoccupazione di continuare a vivere nell’incubo dell’incertezza e di non conoscere quale sarà il suo destino e, ovviamente, anche quello di Massimiliano Latorre, che è appeso alla decisione dei giudici del Tribunale arbitrale dell’Aja, se daranno ragione all’Italia o all’Unione d’India. Sia ben chiaro che il ritorno di Girone è stato concordato da entrambi gli Stati in base alla richiesta del tribunale arbitrale di raggiungere un accordo distensivo circa la misura temporanea a favore del militare Girone per ragioni prettamente d’umanità.Ora, l’importante è per il nostro Paese aver ottenuto la soddisfazione di essere riuscito a riportare in patria Girone. La sua situazione non si scosta di molto da quello di uno stato che fa fronte alla presa in ostaggio di propri connazionali. Va sottolineato che i componenti del Tribunale arbitrale non si sono attaccati dal preservare l’integrità dei suoi diritti, giacché ragioni – come ho già detto – d’umanità evocate dal Tribunale internazionale del mare avrebbe reso caduco la propria relazione di conflitto con l’Unione d’india. D’altronde, il pragmatismo porta a relativizzare questa giudizio critico: l’ordinanza del Tribunale arbitrale accorda all’Unione d’India una soddisfazione di orgoglio, senza grande portata concreta.La lunga e complessa disputa ha danneggiato le relazioni fra i due Paesi e per i prossimi quasi tre anni di arbitrato, è arduo prevedere un completo disgelo, per la ragione che si sta entrando in una fase delicatissima e anche complessa. Credo che sia d’uopo che entrambi gli stati manifestino prova di vera collaborazione e docilità per evitare di rendere ancora più aspra questa purtroppo controversia. A mio parere, sarebbe interessante se sia Roma, sia Nuova Delhi percorressero una strada parallela a quella dell’arbitrato che è quella del negoziato sul piano di una diplomazia più intensa, che potrebbe portare ad una celere soluzione anticipata della disputa, senza dover attendere l’esito del Tribunale arbitrale del mare, ponendo fine a questa assurda e vergognosa storia del mare.