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Già nel 2017, subito dopo il suo primo insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump non aveva usato mezze misure con l’Iran: “Teheran inganna tutti, non inganneranno me – si legge nelle sue dichiarazioni dell’epoca – stralcerò gli accordi sul nucleare”. Una promessa, quest’ultima, mantenuta pochi giorni dopo con un decreto che impose nuove sanzioni alla Repubblica Islamica. Non c’è quindi da sorprendersi se il tycoon, una volta tornato all’interno dello Studio Ovale, abbia nuovamente messo nel mirino le autorità di Teheran. Nei giorni scorsi, con un altro dei tanti decreti firmati dal 20 gennaio a oggi, ha imposto altre sanzioni per fermare un presunto contrabbando di petrolio verso la Cina.

L’attacco al petrolio

Le sanzioni su cui il capo della Casa Bianca ha apposto la sua firma hanno un doppio valore: da un lato, colpire ancora una volta l’Iran, dall’altro lanciare un segnale alla Cina. Le misure approvate da Washington infatti sono principalmente rivolte a una rete che, secondo il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro, ha consentito a Teheran di aggirare precedenti sanzioni e vendere clandestinamente petrolio al Dragone cinese. A prima vista, potrebbe anche sembrare un provvedimento alla stregua di un nuovo ammonimento. In realtà, le nuove sanzioni andranno a colpire uno dei pochi canali che garantiscono al Governo iraniano introiti certi dal petrolio.

Questo spiega le reazioni molto dure da parte dei massimi vertici della Repubblica Islamica: “La decisione della nuova amministrazione statunitense di esercitare pressioni sulla nazione iraniana impedendo il commercio legale dell’Iran con i suoi partner economici è una misura illegittima, illegale e violenta – si legge in una nota del ministero degli Esteri di Teheran – la misura è completamente ingiustificata e contraria alle regole internazionali“. Le nuove sanzioni sono arrivate esattamente il giorno dopo in cui, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, Trump aveva già lanciato nuove minacce: “Ho dato già ordine di annientarli se mi fanno fuori”, ha dichiarato alludendo a presunti complotti ai suoi danni da parte iraniana.

Teheran alla canna del gas

La retorica trumpiana sull’Iran non è quindi cambiata. A cambiare, in questi otto anni intercorsi tra i due insediamenti del tycoon, è lo stato di salute della Repubblica Islamica. Nel 2017 Teheran stava ancora portando avanti il progetto di una “mezzaluna sciita” e sembrava potesse reggere il confronto almeno con i rivali regionali, sauditi in testa. Nel 2020 è arrivato il primo duro colpo: l’uccisione, da parte proprio degli Usa di Trump, del generale Suleimaini. Ossia dell’architetto della strategia iraniana in medio oriente. Il resto è storia degli ultimi mesi: l’Iran ha perso quasi tutti i suoi proxy con la parziale distruzione dell’arsenale di Hezbollah in Libano, e soprattutto, con la recente caduta del Governo dello sciita Bashar Al Assad in Siria.

A preoccupare maggiormente è però il fronte interno. La spesa militare ha impattato su un’economia già indebolita dalle sanzioni e Oggi il governo si sta ritrovando impossibilitato a reperire soldi per la manutenzione delle centrali elettriche. Non solo, ma il boom dei consumi di gas nel Paese ha portato a un deficit di disponibilità di energia che, anche in questo caso, non può essere facilmente colmato per via della scarsità di fondi. Il risultato è quello di una tempesta perfetta economica, capace di indebolire ulteriormente la Repubblica Islamica. Su cui già pesano le recenti proteste portate avanti nelle piazze a più riprese contro le leggi restrittive a livello sociale.

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