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Il futuro del Regno Unito passerà inevitabilmente per la secessione della Scozia. Questo, almeno, è il punto di vista dei nazionalisti dello Scottish National Party, che governano Edimburgo dal lontano 2007 e che hanno già tentato di ottenere l’agognata indipendenza nel 2014. In quell’occasione i sogni dei separatisti si infransero contro il muro della volontà popolare, che con un sonoro 55% di contrari respinse al mittente la proposta. Il desiderio, però, non si è spento e la first minister Nicola Sturgeon ha ventilato, a più riprese, la possibilità di organizzare un secondo referendum, magari nel 2023 quando la pandemia dovrebbe essere solo un lontano ricordo.

I problemi, però, non mancano. Londra ha già espresso la sua ferma contrarietà all’organizzazione di una seconda consultazione dato che si era deciso che un nuovo referendum non si sarebbe svolto prima di vent’anni. Alister Jack, Segretario di Stato per la Scozia, ha però dichiarato che se il 60% degli elettori si esprimerà in favore di un nuovo scrutinio questo potrà avere luogo. Edimburgo, in ogni caso, non ha intenzione di forzare la mano seguendo il modello catalano e poi ci sono i sondaggi, quasi concordi sulla sconfitta degli indipendentisti. Ecco, dunque, perché il Regno Unito potrebbe restare tale ancora a lungo.

Il (mal) governo della Scozia

I conti della Scozia, come ricordato dall’ex leader dello Scottish Conservative and Unionist Party Ruth Davidson, sono in cattive condizioni e le prospettive economiche sono peggiori di quelle esistenti quando si parlò di secessione nel 2014. Sino all’inizio della pandemia la crescita del Prodotto Interno Lordo  scozzese è stata inferiore a quella del resto del Regno Unito per cinque anni consecutivi e la Commissione Fiscale ha reso noto che l’economia non tornerà ai livelli pre-pandemici sino al 2024. Il deficit è il più alto d’Europa ed è equivalente a 36 miliardi di sterline, poco più del 22 per cento del Prodotto Interno Lordo.

Tra i parametri che preoccupano di più c’è la povertà infantile, che colpisce il 26% dei bambini e che è cresciuta rispetto al 23% del 2007. Nicola Sturgeon si era impegnata, nel 2017, a ridurla al 10 per cento entro il 2030 ed i segnali non sono incoraggianti. Le cose non vanno meglio nel settore sanitario, dove si registravano ritardi e problematiche già prima della pandemia, in quello della sicurezza, con il tasso di crimini violenti in crescita da 5 anni ed una riduzione delle condanne ed infine in quello educativo, dove si sono deteriorate le prestazioni degli studenti ed è ormai impossibile valutarle stante il ritiro dai sistemi di valutazione internazionale.

L’Unione europea e la perdita di prestigio

Una Scozia indipendente avrebbe ottime possibilità di aderire all’Unione europea dato che, a differenza di altri candidati, non dovrebbe implementare riforme significative in ambito economico e politico essendo stata membro, per decenni, come parte del Regno Unito. L’ingresso nell’Unione richiede, però, il consenso unanime di chi ne è già parte e la Spagna, impegnata contro il separatismo catalano, ha tutti i motivi per complicare la vita della Scozia ed evitare di dare vita ad un pericoloso precedente. Si tratta di un ostacolo probabilmente superabile ma destinato a rallentare il processo decisionale di Bruxelles.

Se l’ingresso nell’Unione potrebbe rivelarsi complesso è comunque poca cosa rispetto all’eventuale divorzio dal Regno Unito, a cui la Scozia è legata da 314 anni. L’estromissione dalle organizzazioni transnazionali, come le Nazioni Unite, il G7 e la Nato, costringerebbe il Paese a chiedervi l’adesione e senza la rappresentazione in queste organizzazioni ci sarebbe una perdita di prestigio internazionale. Il ruolo globale della Scozia, in parole povere, si ridimensionerebbe in maniera significativa così come la voce in capitolo su alcune tematiche importanti come il cambiamento climatico ed il peacekeeping.