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Lo spazio è da tempo centrale nella competizione strategica internazionale e l’Italia ha più volte mostrato di avere le potenzialità industriali, tecnologiche e scientifiche per partecipare attivamente a una partita che va facendosi sempre più muscolare per il controllo e lo sfruttamento a fini economici e militari della “frontiera infinita” dello spazio extraatmosferico.

La governance politica deve ancora però prendere completamente consapevolezza della portata della sfida e a risultati incoraggianti si alternano, spesso, battute d’arresto che rivelano una certa ingenuità nell’azione di lungo periodo. L’Italia ha un consolidato legame spaziale con gli Stati Uniti ed è dopo Francia e Germania la terza contributrice dell’Agenzia spaziale europea (Esa), alla quale Roma, Parigi e Berlino garantiscono il 60% del budget.

Poche settimane dopo la firma degli accordi per la partecipazione italiana alla missione Nasa “Artemis”da ritenersi un vero e proprio successo politico, il governo italiano ha in sede europea subito una cocente sconfitta, stando all’evoluzione nelle ultime settimane, sul fronte della scelta del nuovo direttore dell’Esa. In cui il principio dell’uno vale uno che guida le votazioni in ambito comunitario ha spiazzato l’Italia.

A inizio ottobre il governo Conte aveva scelto la candidata italiana per guidare l’Esa. Si trattava dell’astrofisica Simonetta Di Pippo, direttrice di Unoosa (l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari dello Spazio extra atmosferico), a cui però in maniera indipendente si era affiancato anche l’ex presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Roberto Battiston, astrofisico, esperto di raggi cosmici e ben conosciuto nella comunità internazionale,silurato nel 2018 dal primo governo Conte e candidato senza successo per il Parlamento europeo per il Partito Democratico nel 2019. Una lite di condominio che ha aperto la strada all’esclusione dell’Italia, che appariva la favorita della corsa, per l’occupazione di una poltrona strategica per i futuri dossier di politica industriale e di ricerca che, soprattutto in ottica Recovery Fund, si preannunciano corposi.

Askanews ha provato a chiedere aggiornamenti all’Esa circa il processo di scelta del nuovo direttore: il processo è ancora in corso e l’Esa ha alzato un muro di silenzio, ma la stampa internazionale riporta concorde che le delegazioni riunitesi il 24 novembre scorso hanno scelto, con 18 voti su 21, l’austriaco Josef Aschbacher, attualmente a capo dell’Esrin di Frascati, come nuovo direttore generale. Aschbacher, sostenuto dalla Germania, ha avuto la meglio su Pedro Duque, spagnolo a cui inizialmente guardava con favore la Francia. Ma è nell’ottica dell’asse franco-tedesco che questo semaforo verde si accende. Come scrive StartMag, la Francia  Francia ha già forte peso nella struttura spaziale europea e “una posizione più soft permetterebbe invece di acquisire o consolidare, come sempre avvenuto in passato, posizioni di controllo in Esa” di cui Parigi, che esprime la fondamentale pedina del Commissario all’Industria e alle politiche aerospaziali dell’Ue, Thierry Bretonè pronta a fare tesoro in termini di indotto e dividendi industriali.

Il candidato selezionato “persona preparata, politicamente abile e può giocare la carta di rappresentare un paese piccolo (l’Austria contribuisce ad Esa per il 1,26%) a cui per la prima volta nella storia dell’Esa viene data la stessa rilevanza dei tre grandi”. E questo deve far riflettere molto il nostro governo e, in particolare, il sottosegretario Riccardo Fraccaro, depositario delle deleghe alle politiche spaziali, circa l’incapacità di tenere dritta la barra del timone nel contesto europeo. Perché la vittoria austriaca porta nei gangli vitali del potere scientifico europeo e alla gestione dei fondi miliardari dell’Esa l’esponente del Paese che, assieme all’Olanda di Mark Ruttepossiamo considerare maggiormente rivale del nostro nel contesto comuntiario. Dalla diatriba sui fondi comuni all’Unione alle provocazioni sul Sud Tirolo e i migranti, l’Austria di Sebastian Kurz, trincea dell’austerità nel cuore del Vecchio Continente, sposterà verso Nord l’asse delle politiche spaziali comunitarie.

Al nostro governo questo serve da monito per ricordarci che non solo di grandi progetti come Artemis si può vivere: la sfida spaziale è capillare e vede nel contesto italiano realtà di assoluta eccellenza (da Avio alle aziende specializzate nei satelliti di piccola dimensione) che in Europa possono conquistare spazio. Ma la governance politica è fondamentale, e aver perso la poltrona principale dell’Esa, secondo scacco in pochi anni dopo la rovinosa sconfitta sull’assegnazione dell’Ema, segnala che altri Paesi hanno maggiormente il pallino del gioco in questa sfida comunitaria. A rischiare ora potrebbe essere lo stesso Fraccaro, la cui delega allo spazio traballa. Tra consulenti molto spesso autoreferenziali e ingenuità organizzative, la doppia candidatura italiana ha annullato la possibilità di vedere ancora una volta un italiano alla guida dell’Agenzia spaziale europea, dopo Antonio Rodotà, dg dal 1997 al 2003, nella fase di maggior espansione delle prospettive della corsa allo spazio. Un errore a cui il Paese dovrà porre rimedio facendo sentire il suo peso in sede Esa in tempi brevi.

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