La geopolitica della corsa allo spazio
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Il 4 maggio la Corte Suprema israeliana ha respinto i ricorsi dei residenti palestinesi delle frazioni di Masafer Yatta che chiedevano di poter restare nelle loro terre. È dal 1999 che questa disputa tra le autorità israeliane e i palestinesi autoctoni va avanti. Questo accade in una delicata e fragile situazione politica che vede il premier Naftali Bennett in affanno.

Masafer Yatta, sfratto e ricorso negato

Masafer Yatta è una raccolta di 19 frazioni palestinesi sotto il governatorato di Hebron, città situata in Cisgiordania. Qui vivono comunità dedite alla pastorizia che da decenni temono l’arrivo di questo momento e che hanno già vissuto una prima espulsione di massa nel 1999 che ha creato 700 nuovi rifugiati e 14 villaggi rasi al suolo. Questa zona viene chiamata dalle forze di difesa israeliane Area 918, da quando negli anni ’80 i funzionari israeliani ne hanno rivendicato l’appartenenza per scopi militari. Da quel momento la volontà di costruire al posto dei villaggi palestinesi un grande poligono di tiro dell’esercito israeliano.

Gli abitanti palestinesi della zona hanno dato vita a una battaglia legale presentando documenti che a loro dire attesterebbero la proprietà palestinese sull’area. Sono stati presentati filmati aerei per dimostrare che i villaggi esistevano già prima degli anni ’80, momento in cui l’esercito aveva decretato la proprietà sul territorio. Dopo decenni di braccio di ferro la Corte Suprema ha respinto i ricorsi dei residenti delle frazioni di Masafer Yatta sentenziando così lo sfratto di 1300 persone da otto villaggi, dei quali 500 sono bambini. Oltre a ciò i ricorrenti dovranno pagare una multa pari a 6 mila dollari. Già vari villaggi sono stati colpiti come al-Fukheit, al-Majaz e al-Markez.

Secondo attivisti e esponenti dell’ONU questa sarà probabilmente la più grande espulsione di massa di palestinesi dal 1967. Secondo la Corte Suprema i ricorrenti non erano veramente residenti permanenti dell’area ma bensì occupanti stabilitisi abusivamente in vecchie grotte riadattate ad abitazioni. La Corte ha inoltre aggiunto che da parte dei residenti di Masafer Yatta non è stata fornita nessuna documentazione che attestava la loro proprietà e che quindi hanno costruito abusivamente le loro abitazioni. Secondo l’esercito israeliano questa zona è importante perché consente metodi di addestramento specifici sia per piccoli che per grandi quadri grazie alla sua caratteristica topografica. Non dello stesso avviso alcuni attivisti per i diritti umani israeliani e palestinesi che affermano che la reale intenzione delle forze israeliane è quella di allontanare i palestinesi per far subentrare altri insediamenti di coloni ebrei considerati illegali secondo il diritto internazionale e non riconosciuti dalla comunità internazionale. A sostegno di questa tesi c’è un un documento risalente al 1981, che è anche stato presentato in aula come prova dai ricorrenti, in cui l’allora ministro dell’agricoltura – poi primo ministro – Ariel Sharon dichiarava di dovere rallentare l’espansione araba. 

La situazione adesso diventa incandescente sotto molti punti di vista. Il fronte caldo è sicuramente quello tra palestinesi e forze israeliane ma da non sottovalutare e da monitorare è anche la crisi politica israeliana.

Bennett in crisi e Bibi in auge per il ritorno

Nell’ultimo periodo il governo ha dato regolarmente segni di cedimento. L’esecutivo è formato da una coalizione di otto partiti, sostenuta dalla Lista Araba Unita ma in questo anno alcuni hanno deciso di rendere le cose difficili al premier Naftali Bennett. Ultimo il caso della deputata araba Ghaida Rinawie Zoabi, esponente di Meretz, partito di sinistra, che il 19 maggio aveva annunciato la sua personale uscita dalla coalizione per poi tornare sui suoi passi.

Prima di lei anche la deputata delle destra radicale Idit Silman che ha lasciato la coalizione a sessanta seggi pari a quelli dell’opposizione. In un clima simile ogni mossa potrebbe essere fatale. Le voci internazionali sulla questione Masafer Yatta non si sono fatte attendere alla vigilia dell’arrivo di Biden in Israele. Washington ha esortato gli israeliani e i palestinesi a evitare che le tensioni aumentino e quindi fermare gli sgomberi. Anche l’Ue si è espressa esortando Tel Aviv a fermare le demolizioni sottolineando come il trasferimento forzato dei residenti palestinesi violerebbe leggi internazionali, umanitarie e dei diritti umani.

Israele è stata quindi indirettamente accusata di non rispettare del tutto le norme internazionali, e così il premier Bennett si ritrova ad affrontare voci provenienti dall’interno e dall’esterno con all’angolo l’ombra di un ritorno, non poco improbabile, di Benjamin Netanyahu che è più vicino al ritorno al potere di quanto non lo sia mai stato. Avendo perso altri due deputati Bennett è ormai in minoranza e Bibi potrebbe avere già la possibilità di chiedere il voto di sfiducia in grado di far crollare il governo, mettendosi in prima posizione per succedergli. 

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