Personaggi scomodi. Per le notizie che battono a macchina contro l’establishment, per le informazioni top-secret che hanno maneggiato in una vita trascorsa nei “servizi”, per le campagne diffamatorie mosse nei confronti di un oligarca che frequenta i salotti del potere. Sono i questi i profili dei “nemici pubblici” che si aggirano per la Piazza Rossa, e che colpiscono ovunque, anche fuori dai confini della potenza eurasiatica. Nemici di qualcosa o di qualcuno che nel corso del tempo sono stati tutti silenziosamente messi a tacere. Lasciando una lunga scia di mistero sui mandanti, e sui vecchi metodi da Kgb che sembrano essere sopravvissuti al disfacimento dell’Unione Sovietica.

Il giallo che si sta scrivendo sull’avvelenamento di Aleksej Navalny, oppositore di Vladimir Putin ricoverato in terapia intensiva a Berlino dopo aver bevuto un tè “corretto” con il Novichok – uno degli agenti nervini più letali al monto – ricorda storia già scritte. Alla quelli, però, è sempre mancata l’ultima pagina: quella che di regola svela l’assassino. Un assassino che non sempre riesce a compiere il suo delitto, come nel caso di Sergei Skripal: ex-agente del Gru che si era messo a flirtare, dopo l’esilio in Inghilterra, con i servizi segreti britannici, e che per questo andava eliminato. Sospetti, solo sospetti e mai colpevoli. Sospetti che rivolgono sempre lo sguardo verso il palazzo della Palazzo della Lubjanka, un tempo sede del Kgb, oggi Fsb, e verso il Palazzo del Cremlino, dove Vladimir Putin potrebbe restare al potere fino al 2036. Sospetti, congetture, che ricevono sempre delle smentite algide e composte attraverso i portavoce dello Zar. Anche quando Berlino o Londra alzano i toni gridando allo scandalo, o quando Washington fa sentire la sua voce dall’altra parte dell’Oceano, inasprendo le sanzioni imposte nei confronti di Mosca. Così, dopo dichiarazioni di estraneità dai fatti e smentite, i casi si sgonfiano e tornano ad essere faccende da “spie”. Spie che tutto dovrebbero sapere, e forse in realtà tutto sanno.

Del resto il coinvolgimento di Mosca nelle tentate esecuzioni di Navalny, Skripal, e nell’esecuzione di Alexander Litvinenko – l’ex agente dell’Fsb raggiunto da un tè al polonio in un sushi bar di Londra nel 2006 – è sempre plausibile ma mai dimostrabile. Perché anche se un’opaca coltre di mistero permane sul modus operandi dei vertici russi, tutto finisce per ridursi a una delle piste da maneggiare con cura sui tavoli della diplomazia internazionale.

È vero, scrive sul Corsera Guido Olimpio, che “in qualche modo i russi sono tirati dentro dalla loro stessa propensione nel maneggiare tossine, spesso mescolate ad una bevanda calda”. Ricordando per altro come ai tempi dell’Urss bastassero dieci giorni al “Dipartimento12“, detto anche Kamera, per preparare una missione che contemplava l’impiego di “sostanze letali”. Ed è altrettanto vero, come afferma l’esperto di affari russi Mark Galeotti, che “non tutti possono avere accesso a sostanze letali come il Novichok”. Un agente nervino da tre a 10 volte più letale del VX, sviluppato in Unione Sovietica tra il 1970 e il 1980 nell’ambito di un programma rinominato “Foliant”, del quale poco si sapeva fino all’avvelenamento di Skripal, e che secondo le poche informazioni divulgate è stato sviluppato nell’impianto chimico di Pavodrsk (attuale Kazakistan) per poi attendere una Guerra fredda che non si è mai “riscaldata” in un deposito militare di massima sicurezza. Depositi dove, come tutti possiamo immaginare, non è di certo facile accedere. Perché un’arsenale come quello delle armi chimiche di una potenza mondiale è luogo dove poche entità delle forze armate possono attingere senza passare inosservate. Anche se l’ordine provenisse direttamente dal Cremlino.

“Non è detto che l’ordine sia arrivato da Putin, possibile che ad agire siano state figure all’ombra del Cremlino”, ha spiegato l’esperto di affari russi allo Spiegel in un reportage molto dettagliato. Potrebbe trattarsi di qualcuno che ha beneficiato di un sistema ad hoc. Secondo l’esperto, potrebbe anche essere stato creato “un sistema che si muove senza un input diretto e fa scudo a responsabili, sicuri di avere carta bianca”. Responsabili che attraverso un’arma invisibile e silenziosa possono agire in maniera indisturbata e senza fare rumore. A differenza del rumore – sordo – che deve aver provocato la caduta nel corpo senza vita della giornalista e dissidente Anna Politkovskaya, raggiunta due anni dopo da un colpo di pistola alla testa sparato da un sicario che l’aspettava nel palazzo dove abitava. Anche allora si pensò a Putin come mandante, stanco di una firma così critica nei suoi confronti, o a uno zelante “kremliad”: termine dispregiativo che dovrebbe descrivere coloro che fanno parte della sua cerchia e sono asserviti ai suoi interessi. Ancora una volta un sospetto legittimo, ma ancora una volta nessuna legittima accusa. Nessuna prova che il sicario fosse stato assoldato da qualcuno all’interno o vicino al Cremlino. Solo una giornalista morta.

In tutti i casi di esecuzioni condotte all’estero, e che vengono gettate in pasto alla stampa che esercita il suo diritto di congetturare sulle ombre che continuano ad avvolgere Mosca, il Cremlino ha sempre negato un qualsiasi coinvolgimento. Anche quando si tratta di elementi che hanno fatto parte dei suoi servizi segreti e che hanno preso parte ad operazioni di rilievo come Skripal, il doppiogiochista raggiunto dal Novichok sul suolo britannico. O come Litvinenko, raggiunto nel medesimo paese dal Polonio che tutti hanno pensato fosse stato la “punizione” per aver rivelato che i suoi superiori stavano pianificando l’eliminazione dell’imprenditore Boris Abramovič Berezovskij – che verrà comune trovato morto nel suo villa ad Ascot anni dopo. Ennesima congettura, ennesimo alone di mistero, ennesima pista che indurrebbe a pensa che in Russia possano trovare spazio delle componenti interne o vicine ai servizi segreti – in Italia negli anni ’70 li battezzammo “servizi segreti deviati” – che possono agire, o fornire il loro expertise letali a dei mandanti estremamente risoluti.

C’è un detto di uso comune in Russia che recita: “Il Palazzo della Lubjanka è il palazzo più alto di Mosca perché da lì si vede direttamente la Siberia”. Oggi che non si usa più deportare in nei gulag siberiani i dissidenti, e che le prigioni di un Paese democratico fino a prova contraria, e in ascesa, non possono essere impiegate come tali, il metodo più adeguato per sopprimere i nemici di un circolo di particolari interessi, sembra essere un assassino silenzioso come si è sempre rivelato essere, nei secoli, il veleno. Un veleno, in questo ultimo caso, che non dovrebbe sfuggire di vista a chi siede nei piani alti della Lubjianka. Il palazzo più alto di Mosca.

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