La schizofrenia della politica italiana: nella campagna per le Europee non si parla di Europa…

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L’ingresso ufficiale di Roberto Vannacci, generale divenuto teorico di un modus vivendi “politicamente scorretto”, nella corsa alle Europee del 9 giugno nelle liste della Lega è l’ultima, ma solo decisiva conferma del fatto che la corsa al voto del Parlamento di Strasburgo di tutto farà parlare in Italia…fuorché di Europa. Ed è una tristezza, in un contesto in cui l’Europa vive tempi decisivi. E dire che le battaglie aperte sono molte. Che spazio per l’autonomia strategica del Vecchio Continente? Quale futuro per la svolta su Difesa e sicurezza con cui il Vecchio Continente sta dibattendo sul suo ruolo nel futuro contesto militare e geopolitico? Come reagire alla rivoluzione della trasformazione tecnologica? Come pensare una via europea all’innovazione, alle nuove tecnologie, a una transizione green in cui l’Europa vede la sua leadership messa a repentaglio? Come, in un concetto, pensare a un’Europa non vassalla? Gonfio di retorica e povero di soluzioni, Emmanuel Macron ha recentemente suonato la sveglia: “L’Europa può morire”, ha detto alla Sorbona. Il velleitarismo francese è sempre notevole, ma a Macron va dato atto di porre il problema. Non era scontato.

In Italia invece? Le Europee sembrano l’incrocio tra l’album dei Calciatori Panini della politica e un appuntamento valido solo per fini interni. Quasi che non fossero esistiti la crisi pandemica, quella energetica, la svolta green, la guerra in Ucraina, il conflitto a Gaza, il blocco del Mar Rosso. O che si debba decidere dei futuri assetti della prima area commerciale al mondo. La corsa alle Europee, al massimo, è un “termometro” per i leader o una gara di amene prese di posizione. Vannacci ne è il campione: il guru di un presunto buonsenso piccoloborghese da lui narrato con i toni tutti d’un pezzo del generale dei paracadutisti dal basco amaranto continua a rilasciare dichiarazioni dal giorno dell’annuncio della sua candidatura. Parla in interviste di cui non sentivamo il bisogno e che molti colleghi continuano, invece, generosamente a chiedere sfruttando l’hype del personaggio e la sua natura divisiva. E così diventano tema di campagna elettorale le prese di posizioni di Vannacci sugli “statisti” del passato (elenca Mussolini, Stalin e Cavour, in un compromesso tripartisan), le sue visioni su aborto, istruzione (è a favore di classi separate per i disabili) e diversi altri temi su cui distilla il suo catechismo reazionario.

Si perde il focus del tema Europee. Ma non solo per colpa del generalissimo, ça va sans dire. Diventa tema di campagna elettorale il 25 Aprile assieme alla sua memoria storica, lo diventano le prese di posizioni sull’aborto del governo Meloni e le critiche della sinistra, le accuse di “fascismo”, il caso Ilaria Salis (candidata da Alleanza Verdi-Sinistra) e molti altri fatti che esulano dall’idea di Europa che le forze politiche dovrebbero dare. Non c’è, semplicemente, la misura della sfida. Le Europee viste unicamente come affare interno. La Lega che lancia Vannacci per scelta di Matteo Salvini è maestra in questo. A Salvini si può almeno concedere l’attenuante: si sta giocando, politicamente, la pelle. Cinque anni fa sfondò il 34% alle Europee. Oggi spera di portare a casa un 9-10% per salvare la segreteria. Al suo ritorno di fiamma da euroscettico non crede quasi nessuno, ma a livello interno prendere queste posizioni aiuta a smarcarsi dalla Lega lombardo-veneta votata da quella piccola-media impresa che della globalizzazione e del mercato unico ha fatto la sua base di prosperità.

Ma Salvini non è certamente solo. Vogliamo parlare di Giorgia Meloni? La premier, sulla carta, ha gioco facile: Fratelli d’Italia sarà primo partito e Meloni presiede i Conservatori Europei. Ma anche la Meloni, che deve giocarsi la partita, difficile, delle nomine post-voto, ha deciso di ridurre a gara interna la competizione: si candiderà, contribuendo a quel grande inganno degli elettori che sulla scheda daranno la preferenza a chi, alla fine, all’Europarlamento non ci andrà mai. Mirando solo a “pesarsi” in termini di preferenze. Lo stesso gioco che in casa Forza Italia farà Antonio Tajani, ministro degli Esteri. E, chez Partito Democratico, la segretaria Elly Schlein. “Capitana Tentenna” del mondo progressista: sarà sulla scheda ma anche se eletta non andrà a Strasburgo, restando a Montecitorio; ha chiesto di mettere il suo nome sulla lista salvo poi fare dietrofront; ha contribuito a candidare alle Europee il solito cocktail di nomi esterni e volti storici facendo della costruzione delle liste un esercizio di equilibrio interno. “Si ma…” è la posizione del Pd, che per struttura potrebbe essere il partito più a suo agio sulle battaglie europee, a ogni risposta. Armi all’Ucraina? Si ma non vogliamo deludere la sinistra interna. Diritti civili? Si ma con un occhio alla componente cattolica. Transizione green? Si ma poi occhio agli imprenditori emiliano-romagnoli e alla loro reazione. Patto di Stabilità? Si, ma astensione all’Europarlamento perché Paolo Gentiloni parla da uomo della Commissione e non da esponente dem. Schlein, poi, non sembra avere in mente un’idea di Europa, ma una di consensi: il 20% è la linea del Piave da difendere.

Insomma, di Europa non si parla, o si parla in maniera unicamente oppositiva. L’Europa delle “follie green” su cui sbraitano parti della Destra. L’Europa
“orbaniana” a cui un’ascesa di conservatori e sovranisti darebbe vita, secondo i progressisti. L’Europa matrigna, spazio potenzialmente ostile, dove è meglio non decidere o contestare le decisioni altrui piuttosto che prendere l’iniziativa. L’Europa-alibi per eccellenza. Insomma, l’Europa come mezzo e non come fine anche alla campagna delle Europee più decisive – e questa volta parliamo fuor di retorica – degli ultimi decenni. La schizofrenia è evidente: i partiti italiani vanno verso le Europee con uno sconcertante provincialismo che impedirà di stupirsi se, anche dopo il 9 giugno, altri decideranno per noi.