La società russa Rosneft ha scoperto nel Mare di Laptev uno dei giacimenti petroliferi più ricchi dell’Artico orientale. Ad annunciarlo è la stessa società russa, che ringrazia il Cremlino per il supporto amministrativo ed economico per una scoperta che, nell’ottica della strategia russa sugli idrocarburi, rappresenta un evento di portata eccezionale.

Già dal 2015 la società russa aveva ottenuto dal governo di Mosca le concessioni per avviare le perforazioni dell’area marittima a nord della regione del Chatanga e l’autorità russa aveva puntato fortemente, e da subito, sulle possibilità di individuare campi petroliferi di vaste dimensioni all’interno di quelle aree. Le perforazioni, avviate a fine marzo del 2017, hanno così portato alla luce quello che tutti speravano, cioè un giacimento immenso. Un giacimento che non rappresenterebbe che una parte dell’immenso patrimonio racchiuso nei gelidi mari del nord della Russia. Secondo le stime dei tecnici di Rosneft ma anche dei centri di ricerca russi, nell’Artico sarebbe sepolto il 30% del gas ancora presente sulla Terra e il 13% del petrolio. Percentuali che andrebbero rivalutate alla luce delle nuove scoperte scientifiche e dei miglioramenti nel campo della ricerca d’idrocarburi.

A questo, va poi aggiunta la possibilità di sfruttare le miniere di uranio e tungsteno, materie prime fondamentali per il fabbisogno energetico e metallico dell’industria russa. La scoperta di Rosneft mostra ancora una volta l’assoluta centralità dello sfruttamento dell’Artico per la politica russa nel medio e lungo termine. La Russia, che si estende per migliaia di chilometri sulla costa di quel mare, ha un’immensa area di sfruttamento che, con il tempo, può diventare determinante per il futuro energetico ed economico di tutto il Paese. I cambiamenti climatici, in particolare il riscaldamento del Polo e il conseguente scioglimento dei ghiacci, stanno, infatti, rendendo finalmente utilizzabile per i russi un oceano che, fino a pochi anni fa, era impenetrabile. Oggi, con l’avanzamento tecnologico e con la ritirata dei ghiacci, quello che era un mare inutilizzabile si sta progressivamente trasformando in una fonte inesauribile di risorse. Il mare di Laptev, in questo senso, è un esempio di come le capacità di sfruttamento della superficie marina stiano cambiando nel corso dei decenni. Il Golfo di Chatanga è tra i luoghi meno accessibili nell’Artico russo. Situato a est della penisola di Taymyr, la zona di licenza è aperta per la navigazione solo due mesi nell’anno. Le stime dei ricercatori sul prossimo futuro dimostrano come sia possibile che questi periodi di navigazione aumenteranno, rendendo più facile il collegamento con il continente. La Russia è consapevole che l’Artico è una sfida cui non può giungere impreparata. La strategia di Mosca è di riuscire a sfruttare il più possibile l’eventualità di un progressivo aumento delle temperature unito alle scoperte scientifiche utili allo sfruttamento delle risorse artiche. In questo senso, non c’è solo da considerare l’utilizzo da parte russa delle risorse, ma anche la possibilità che altre potenze sfruttino il mare, vuoi per il passaggio delle navi, vuoi per sfruttarne le risorse incastonate tra i suoi ghiacci.

L’India e la Cina, ad esempio, parte del cosiddetto blocco eurasiatico, hanno da tempo avanzato proposte al Cremlino per una collaborazione nel settore energetico e dell’estrazione di idrocarburi di quei mari. Va inoltre considerato fondamentale il ruolo del confronto fra Stati Uniti e Russia proprio per quanto riguarda il Mare Artico. L’Artico Orientale è il punto d’incontro fra il territorio russo e quello statunitense: lì, sullo stretto di Bering, i due Paesi si toccano e ognuno sa perfettamente che ogni mossa della controparte è un colpo all’espansione dell’altro. Entrambi sono consapevoli che l’Artico diverrà presto terreno di scontro e per questo stanno muovendo le pedine prima che l’altro faccia la sua mossa. La Russia si muove sul piano energetico e militare, potenziando le basi nell’Artico e migliorando la flotta da guerra dei mari settentrionali. Gli Stati Uniti, d’altro canto, oltre ad aumentare la presenza militare ed economica nei territori dell’Alaska, hanno iniziato da tempo a sfruttare l’Alleanza Atlantica, soprattutto per quanto riguarda la Scandinavia, per limitare e controllare eventuali mosse dell’Orso russo.

Come riferito dal New York Times, in Norvegia, in particolare nel territorio di Kola, l’esercito statunitense ha deciso di stabilire una potente stazione radar per tenere sotto controllo i movimenti della flotta russa. Perché se per Putin l’Artico è una priorità della Russia, per l’Occidente, in particolare per Washington, diventa prioritario studiare ogni minimo cambiamento dell’assetto strategico di Mosca nei mari del Nord.