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La nomina di J.D. Vance a candidato vicepresidente del Partito Repubblicano al fianco di Donald Trump alla convention del Grand Old Party di Milwaukee ha inserito in molti commentatori l’idea che la possibile vittoria di The Donald al voto di novembre sia destinata a far convergere, in prospettiva, la traiettoria geopolitica degli Stati Uniti e della Russia di Vladimir Putin.

La critica di Vance all’interventismo americano a sostegno dell’Ucraina è letta da molti osservatori come una presa di consapevolezza del fatto che, inevitabilmente, una vittoria repubblicana porterà all’abbandono di Kiev e a un accordo Putin-Trump sulla testa del Paese invaso. Aaron L. Friedberg, professore di Politica internazionale a Princeton, ha scritto un’analisi per l’American Enterprise Institute sulla pulsione anti-ucraina del candidato vicepresidente e ha parlato di come Vance potrebbe spingere il trumpismo di governo a un abbandono dell’Ucraina: “Per giustificare la sua opposizione agli aiuti all’Ucraina [Vance] si è sforzato di dipingere il Paese come un covo di iniquità e corruzione. Ha diffuso la falsa storia, di ispirazione russa, secondo cui la moglie del presidente Zelensky, Olena, utilizzando i soldi degli aiuti militari americani, ha acquistato una rara auto sportiva Bugatti Tourbillon per 4,8 milioni di dollari durante una visita a Parigi per le commemorazioni del D-Day a giugno”.

Chiaramente, il cantore dell’America periferica divenuto senatore dell’Ohio cavalca la causa dell’antipatia di una parte degli Stati profondi degli Usa contro il sostegno a Kiev, ritenuto simbolo di un interventismo proprio delle élite metropolitane. Ma calcolo elettorale a parte, si capisce che una manovra politica di questo tipo pone al centro della tesi del granitico sostegno putiniano a Trump un solo principio: l’idea che The Donald possa con le sue mosse unilaterali, se eletto, togliere sostegno all’Ucraina sotto assedio russo e, al contempo, sfibrare una Nato che ha alzato l’asticella del contenimento anti russo.

Una scommessa che mostra due dati politici: da un lato, il distacco col 2016, anno della prima elezione di Trump, in cui la sintonia con Putin appariva costruibile su una serie più concreta di dossier; dall’altro, il piccolo cabotaggio delle ambizioni russe e il deterioramento dei rapporti con gli Usa. E del resto neanche un Trump-bis sarebbe una garanzia di navigazione tranquilla per il capo di Stato russo. La prima amministrazione Trump, ad esempio, ha sbloccato aiuti militari letali all’Ucraina coinvolta nel conflitto in Donbass, spingendosi laddove nemmeno Barack Obama era andato; ha contrastato diversi alleati chiave della Russia, bombardando in due occasioni le forze del regime siriano di Bashar al-Assad, demolendo gli accordi sul nucleare iraniano e cercando di rovesciare il governo venezuelano di Nicolas Maduro; ha lanciato un’aggressiva strategia di conquista del mercato europeo del gas naturale per sfidare la Russia sul suo terreno. Soprattutto, ha promosso un contenimento duro della Cina che, in una fase di rinnovata partnership Mosca-Pechino, non può non impattare anche sulla Russia.

In quest’ottica, per la Russia il ritorno del Partito Repubblicano al governo non vorrebbe dire potenzialmente solo un rilancio di Trump e un’ascesa di figure come Vance alla stanza dei bottoni. Due dei repubblicani più in vista del Congresso attuale, ad esempio, Michael McCaul, repubblicano del Texas e presidente della Commissione Affari Esteri della Camera, e Mike Turner dell’Ohio , che presiede la Commissione Intelligence della Camera, sono duri oppositori della Russia e ne sostengono il contenimento; nel mondo trumpiano sta iniziando inoltre a ricomparire una figura come quella dell’ex Segretario di Stato Mike Pompeo, che propugna un contrasto ai rivali dell’America, Mosca inclusa. Insomma, se la scommessa personale di Putin su Trump ha radici comprensibili nelle aspettative del Cremlino, non lo stesso si può dire di un sistema Usa in competizione strutturale da anni con quello russo.

Non è servito il primo governo di Trump a cambiare questo dato di fatto; difficile possa mutarlo un Trump 2.0 che nascerebbe dopo la rottura, forse incolmabile per anni, del 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione dell’Ucraina. Tutto questo senza considerare la naturale imprevedibilità personale di The Donald. Vero punto di domanda per una Russia che all’America chiede, soprattutto, un rapporto prevedibile anche nella conflittualità geopolitica e strategica. Qualcosa che nessun leader potrebbe garantire facilmente in questo frangente storico.

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