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Politica

La Russia rafforza le sue posizioni in una Libia sempre più instabile

La Libia torna lentamente ad affacciarsi sul baratro. Non che ne fosse mai uscita negli ultimi tempi, certamente...

Nel silenzio complice della comunità internazionale, la Libia torna lentamente ad affacciarsi sul baratro. Non che ne fosse mai uscita. Dal cessate il fuoco del 2020, il Paese è rimasto congelato in una fragile paralisi, più simile a una tregua fra clan che a un processo politico reale. Ma le ultime settimane mostrano segnali inequivocabili: la guerra civile non è un ricordo, è un’ipotesi concreta. Anzi, un’opzione calcolata.

Tripoli e Bengasi si osservano con crescente diffidenza, mentre le rispettive milizie si muovono come su una scacchiera di polvere e cemento. La rivalità tra il governo di Abdul Hamid Dbeibeh e l’apparato militare del generale Khalifa Haftar non è più solo politica: è finanziaria, logistica, strategica. Il controllo della Banca Centrale, dei proventi petroliferi e delle nomine istituzionali è diventato terreno di scontro aperto. Lo Stato, o ciò che ne resta, è lottizzato e svuotato. La sovranità è una parola vuota.

Così la Russia si fa spazio

Secondo la Jamestown Foundation, Mosca sta ristrutturando la base aerea di Matan al-Sarra, nel pieno deserto libico. Un impianto strategico, posizionato a ridosso delle linee di faglia che separano Egitto, Sudan e Ciad. Non è un semplice punto d’appoggio: è un nodo logistico, il terminale di una rete che collega il Mediterraneo al Sahel, la Siria all’Africa Occidentale. Una rete che ha già portato truppe, mercenari, armi e influenza.

La Libia, così, si conferma una piattaforma. Non uno Stato, ma una funzione geopolitica. Uno snodo tra guerre, traffici e rivolte. Un luogo dove gli equilibri si comprano e si spostano con il denaro del petrolio, le armi delle potenze straniere, e la complicità dell’inerzia europea.

Perché è anche questo l’aspetto più drammatico: la Libia è a poche centinaia di chilometri dalle coste italiane, ma Roma tace. L’Unione Europea finge che la questione sia confinata ai flussi migratori. Gli Stati Uniti, nel frattempo, giocano su più tavoli, corteggiando Egitto e Turchia, mentre lasciano che la Russia si insinui nel cuore strategico del Mediterraneo.

Mentre le cancellerie europee discutono di “convergenze”, la Russia prepara basi, rifornimenti e alleanze. E mentre le capitali arabe si contendono contratti e terminal, i libici rimangono ostaggio di una guerra che è diventata il loro unico destino ciclico. A Tripoli si firmavano intese. A Bengasi si sbloccavano fondi. A Matan al-Sarra si costruisce il prossimo fronte.

E l’Italia? Ancora una volta, spettatrice disarmata nel cortile di casa.

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