Il 21 aprile è stato il giorno del grande ritorno di Aleksei Navalny nelle piazze della Federazione russa. Ritorno figurato, perché l’uomo si trova attualmente detenuto per appropriazione indebita nella colonia penale IK-3, ma che potrebbe preludiare ad un riavvio della stagione di fermento antigovernativo da Mosca a Vladivostok.

I numeri delle proteste, per quanto gonfiati e decantati dai comitati organizzativi, sono stati di gran lunga inferiori alle attese e alle stime più ottimistiche, ma la strategia di Navalny basata sulla ricerca di attenzione mediatica a tutti costi ha comunque funzionato: una parte della popolazione ha optato per la mobilitazione dimostrativa il 21 aprile, facendo proprio l’appello dei portavoce dell’oppositore e palesando al Cremlino che l’epopea dell’oppositore è ben lungi dal terminare.

I numeri del 21 aprile

L’ombra di Navalny continua ad incutere un timoroso disagio al Cremlino, i cui membri e portavoce evitano accuratamente di nominarlo direttamente in maniera tale da non accrescerne la popolarità e da non conferirgli erroneamente la legittimità di interlocutore, ma la giornata di proteste del 21 aprile sembra indicare che la leva sul fattore emotivo (lo sciopero della fame, poi rientrato due giorni dopo) abbia colto nel segno soltanto parzialmente.

Numeri alla mano, invero, l’appello dei seguaci di Navalny alla popolazione russa, invitata a prendere il controllo delle piazze per esprimere vicinanza e sostegno all’oppositore incarcerato, non ha conseguito i risultati sperati e attesi, rivelandosi irrefutabilmente un fiasco. Gli organizzatori avrebbero voluto una mobilitazione totale e senza precedenti nella storia della Russia postcomunista, con l’anelito conclamato di attrarre almeno 500mila persone in tutta la nazione, ma con estrema difficoltà sono stati riempiti i viali delle cosmopolite e “liberali” Mosca e San Pietroburgo, dove le stime suggeriscono rispettivamente la presenza di 6.000-15.000 e 4.500-9.000 dimostranti. Irrealistici, dunque, anche perché confutati dalla documentazione videografica e dai rapporti di media e osservatori indipendenti, i numeri forniti dalla squadra di Navalny, che ha parlato di 60mila presenze nella capitale.

L’affluenza è stata persino più bassa e risibile al di là degli Urali, dove la speranza degli organizzatori di un “effetto Khabarovsk” si è infranta contro la dura realtà dell’enorme divario tra simpatizzazione virtuale e adesione fisica. A Novosibirsk e Irkutsk hanno partecipato rispettivamente il 30% e il 40% di coloro che avevano confermato la loro presenza su internet, Vladivostok è stata attraversata da un corteo di 500-1000 persone, mentre a Petropavlovsk-Kamchatsky si sono presentati quaranta dei settecento previsti.

I numeri della partecipazione, complessivamente, sono stati inferiori rispetto agli appuntamenti di gennaio e febbraio, inclusi quelli relativi agli arresti: 1.791 in 98 città della Federazione russa, 806 dei quali nella sola San Pietroburgo. Le giornate di protesta del primo bimestre del nuovo anno, invece, erano terminate con un bollettino molto più pesante, ovverosia oltre 10mila detenzioni.

Rimanendo in tema di numeri, incuriosisce e solleva domande la presenza accertata di stranieri nelle file dei dimostranti: 122 coloro che sono stati tratti in arresto a Mosca e che saranno espulsi nei prossimi giorni, con annessa l’imposizione di un divieto di ingresso della durata quarantennale. Il Cremlino non ha fornito indicazioni utili a determinare la nazionalità dei suddetti, e neanche ha denunciato l’infiltrazione di agenti stranieri nelle proteste, ma colpiscono due elementi: la durezza della restrizione, praticamente ab aeternum, e la notizia stessa, cioè il fatto che sia stata fatta circolare.

Bassa affluenza, ma Russia Unita non dorme sonni tranquilli

Per quanto bassa sia stata la partecipazione complessiva nell’intero territorio della Federazione russa – dalle 14mila alle oltre 60mila persone stando a quanto riferito, rispettivamente, da ministero degli Interni e gruppo di Navalny –, il comitato organizzativo ha descritto l’evento in termini entusiastici, parlando a tal proposito di un “successo”. Come possano coesistere affluenza risibile e riuscita nella stessa frase è presto detto: il richiamo di Navalny è stato sentito in più di 100 città, dalla Russia europea all’Estremo Oriente, da Mosca a Ekaterinburg, arrivando fino a Vladivostok. E questo è un traguardo tanto storico quanto incontestabile.

Perché Navalny, sconosciuto a un russo su due nel 2017, oggi è un nome in grado di superare quella barriera fonoassorbente che sono gli Urali, esercitando un potere persuasivo, seppure esiguo, anche sui residenti degli oblast e dei circondari siberiani ed estremo-orientali, storicamente inclini a manifestazioni di regionalismo ostile, sì, ma sostanzialmente indifferenti a quanto accade nella Russia europea. Perché Navalny, l’oppositore abituato ai risultati da “zero e virgola”, grazie alla strategia del cosiddetto “voto intelligente” ha mostrato ai partiti dell’opposizione non controllata come scardinare l’egemonia di Russia Unita.

Capire la Russia e i movimenti

Navalny non è il problema, perché politicamente e socialmente irrilevante – soltanto un russo su tre (29%) ritiene la condanna ingiusta, un risibile 19% ne sostiene l’operato e il 56% continua ad avere un’opinione negativa di lui –, ma è sicuramente la manifestazione più vistosa e fragorosa del malcontento che serpeggia tra la popolazione, in particolare quella più anagraficamente giovane. Più odiato che amato, ma ritenuto un male necessario, Navalny viene visto come un mezzo per un fine.

Non è una coincidenza che, avendo piena cognizione del malessere che affligge la nazione, Vladimir Putin abbia dedicato gran parte del discorso annuale al Consiglio della Federazione a questioni di rilevanza domestica, per lo più afferenti all’economia e al sociale, tanto che il politologo Fulvio Scaglione ha parlato a tal proposito di “discorso degli asili“.

Il fenomeno Navalny potrebbe essere destinato a sgonfiarsi, come accaduto alle Pussy Riot e agli altri disturbatori impiegati dall’Occidente per polarizzare la società russa e artigliare le fondamenta del sistema, ma il discorso degli asili sembra suggerire che questa volta, rispetto agli anni caldi della cosiddetta rivoluzione della neve – il flebile tentativo del duo Obama-Biden di rovesciare Putin nel 2011 –, il Cremlino abbia intenzione di impiegare delle cure permanenti in luogo di palliativi.

La raison d’être del discorso degli asili è che, a distanza di dieci anni esatti dalla rivoluzione della neve, corruzione ed anti-elitismo (e, oggi, anche l’ambientalismo) continuano ad essere i principali moventi in grado di trascinare per le strade i russi, di ogni età, ceto e affiliazione politica, e di turbare realmente i sonni della dirigenza moscovita. Rispetto al passato, pur essendo vero che il Cremlino ha potenziato  e stabilizzato i meccanismi di potere politico e di controllo sociale, urge tenere in considerazione che la Casa Bianca ha affinato le tecniche di guerra a distanza, come dimostrato da Euromaidan, e può approfittare delle opportunità offerte in primis dall’effettiva ascesa di Navalny a campione dell’opposizione antisistema e in secundis dallo scollamento tra élite e generazioni Y e Z – due eventi che potranno rivelarsi estremamente utili per scuotere le fondamenta dell’ordine putiniano.

Nel 2021 come nel 2011, fra Mosca e Washington è déjà-vu, o meglio un déjà-vecu, perché la collaborazione su settori specifici verrà portata avanti all’ombra di un disegno destabilizzante – da parte americana – avente come obiettivo ultimo il compimento di un sogno recondito: la fine dell’era Putin a mezzo pressioni dal basso, ovvero strumentalizzazione del fermento sociale, e laterali, ossia accerchiamento militare-economico e assalti al mondo russo.

Nel campo comunista di Goli Otok
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