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La politica estera della Russia non può non fondarsi anche sul potere degli idrocarburi. Questo lil Cremlino l’ha compreso da molto tempo, tanto che utilizza la leva del petrolio, così come del gas, in ogni scacchiere geopolitico in cui è coinvolta militarmente o soltanto diplomaticamente. E dove può espandere la propria sfera d’influenza, la Russia lo fa anche utilizzando quella che ormai è diventata una vera e propria longa manus del Cremlino in politica estera, e cioè Rosneft. Il colosso energetico – per certi versi assimilabile alla nostra Eni nel rapporto con la Farnesina – è diventato, soprattutto in questi ultimi anni, il simbolo della geopolitica russa. Ed è stata in particolare la spinta delle sanzioni Usa ed europee a dare man forte a questa apertura della Russia al mondo, proprio attraverso la ricerca di mercati e giacimenti petroliferi in quei Paesi considerati avversari al sistema occidentale: Iran, Venezuela, Cina e via discorrendo. In sostanza, non aver permesso alla Russia di poter approfondire la sua partecipazione al mercato europeo, in realtà le ha permesso di orientare la propria politica energetica verso Paesi “vergini” rispetto a quello che poteva essere il terreno europeo, consentendo a Mosca di ottenere alleanze e accordi di cooperazione che l’hanno fatta crescere in termini d’importanza strategica. Tutto ciò senza dimenticare che, negli ultimi mesi, la Russia si è confermata come primo produttore al mondo di barili di greggio, superando anche l’Arabia Saudita.

Dove arriva Mosca, prima a poi arriva anche Rosneft. Dal Sudamerica, all’Asia centrale e orientale, passando per il Medio Oriente, la politica energetica russa ha dimostrato di sapersi infiltrare negli spazi lasciati liberi dalle potenze occidentali e tessere una fitta rete d’interessi che oggi incide profondamente anche sulle scelte politiche di quegli Stati diventati partner economici della Russia. Si pensi ad esempio all’ultimo caso del Kurdistan iracheno. Pochi anni da, la ExxonMobil del segretario di Stato Usa, Tillerson, aveva accordi con i curdi del nord dell’Iraq per l’estrazione di greggio dai giacimenti vicino Kirkuk. In pochi anni, l’abbandono da parte della compagnia americana, lo scontro con Baghdad e la guerra al Califfato hanno reso possibile alla Rosneft di concludere accordi petroliferi con il governo regionale curdo. Questo evidentemente ha avuto importanti risvolti nella politica mediorientale, dal momento che una volta che Mosca ha ottenuto la stretta di mano con i curdi iracheni, di fatto ha reso molto più difficile la secessione della regione, se non altro perché la Russia, alleato dell’Iran, della Siria e partner della Turchia e dell’Iraq, non poteva avallare, come investitore della regione, il separatismo e l’ascesa di un governo autonomo possibilmente spostato sull’asse israelo-americana. Una mossa che non può non essere messa in parallelo con la visita di Putin a Teheran che ha suggellato la partnership strategica, economica e politica, fra la Russia e l’Iran anche nella fornitura di petrolio. Mentre più a sud, nel Mediterraneo, Rosneft ha acquistato il 30% del giacimento di Zohr da parte dell’italiana Eni, entrando in maniera pesante negli idrocarburi del Mediterraneo orientale.

Come è stato giustamente osservato su Repubblica, il Venezuela è sicuramente stato uno degli ultimi risultati di questa politica energetica, che si è poi trasformata in vera e propria partnership politica e anche militare. Una “scommessa” com’è stata definita, che oggi raccoglie i frutti di una scelta politica che apparve ai primi tempi avventata. Negli ultimi giorni sono arrivate due importanti notizie sul fronte Caracas-Mosca. La prima, è che il Venezuela e la Russia sono in procinto di concludere un accordo per la ristrutturazione del debito. Già a ottobre, il ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, aveva dichiarato la possibilità di una proroga per il pagamento di tre miliardi di dollari. E l’anno scorso, con un accordo concluso tra Petróleos de Venezuela e Rosneft, il colosso russo ha ottenuto il 49,9 per cento della Citgo, la filiale Usa della compagnia petrolifera venezuelana con sede a Houston. Mentre il Venezuela si trasforma nel principale “giacimento” di petrolio di Rosneft dopo la Russia, il governo di Caracas continua a trovare accordi con il Cremlino. L’ultimo, in ordine di tempo, l’accesso ai porti venezuelani per la flotta russa. Un segnale non di poco conto nello scacchiere dell’America centrale e che può assomigliare a una sorta di assicurazione di Putin sul mantenimento della stabilità governativa a Caracas e dintorni, così come a una minaccia latente della Russia nel “giardino di casa” degli Stati Uniti.

Sul fronte asiatico, in particolare per quanto riguarda la Cina, la situazione è più complessa. Qui Rosneft è si attore della geopolitica russa, ma anche strumento di quella cinese. È di settembre di quest’anno la notizia per cui la cinese Cefc (China Energy Corporation), ha acquisito il 14,16% di Rosneft per circa nove miliardi di dollari. La partnership in questo caso è più equilibrata, poiché la Cina può evidentemente investire in Russia grazie all’ingente liquidità nelle casse di Pechino. Ma è una partnership anche utile a Mosca, che può vendere petrolio al secondo consumatore mondiale, appunto la Cina, e con una domanda in netta crescita.

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