Nonostante l’asse russo-cinese sia sempre più solido e stia estendendosi a nuovi settori, spaziando dall’Artico agli affari militari, entrambi i paesi hanno da tempo avviato delle strategie di contenimento preventivo attivabili al momento opportuno, ossia nel caso di un futuro scioglimento del partenariato strategico più importante della storia globale recente.

Mentre la Cina sta accerchiando la Russia sia esternamente, ossia nelle sue tradizionali sfere d’influenza, che internamente, attraverso investimenti e comportamenti predatori in settori e regioni strategiche, il Cremlino sta concentrando gli sforzi nel miglioramento dei rapporti bilaterali con i principali attori del continente asiatico, in particolar modo con tutti quei paesi storicamente ostili a Pechino, in primis l’India, il rivale del dragone per antonomasia, ma anche Giappone, Filippine, Mongolia e Vietnam.

Alla ricerca della pace con Tokyo

Il raggiungimento di un accordo di pace che normalizzi i rapporti bilaterali e risolva definitivamente la questione della sovranità sulle isole Curili rappresenta un imperativo vitale sia per il Giappone che per la Russia e, nonostante i negoziati siano ancora in alto mare, anche per via delle mutue diffidenze e dei timori di un utilizzo dell’arcipelago per scopi militari, fra i due paesi aumenta la convergenza di interessi su altri fronti internazionali di altrettanta importanza, dalla protezione dell’Iran allo sfruttamento delle risorse artiche per il benessere delle potenze asiatiche.

Il Giappone, contrariamente alle tradizionali potenze di mare che godono del benessere dell’isolamento, vive una sindrome dell’accerchiamento di natura prussiana per via dei confini condivisi con Cina e Russia. Ed è proprio il timore di una guerra aperta combattuta simultaneamente su due fronti che sta spingendo Tokyo a tentare l’avvicinamento con Mosca, di gran lunga preferita all’antico rivale cinese, palesato in una diplomazia maggiormente incardinata sul dialogo costruttivo e sul riconoscimento di limiti invalicabili e mutui interessi.

Uno degli eventi più significativi del nuovo corso diplomatico è stata la creazione, nel 2016, del ministero per la cooperazione economica con la Russia, avente l’obiettivo specifico di approfondire la collaborazione in settori strategici, come energia, industria e sviluppo dell’Estremo oriente russo, e di portare avanti le trattative sulle Curili.

Su indicazione del neonato gabinetto, il Giappone è diventato un ospite fisso del Forum Economico di Vladivostok e ha aumentato la propria presenza nell’economia russa, ottenendo in cambio un posto riservato nell’impianto per il gas liquefatto Arctic 2, che nei piani di Mosca è destinato a rivoluzionare il mercato energetico nell’Asia orientale.

Da Ulan Bator a Manila

A inizio settembre Vladimir Putin si è recato in Mongolia per una visita di stato ufficiale che ha prodotto dei grandi risultati. I due paesi hanno rinnovato il trattato di amicizia e partenariato strategico, definito come “di durata perpetua“, e siglato una serie di accordi per la cooperazione in diverse aree, fra cui lotta al terrorismo, affari militari e commercio, annunciando anche la possibile entrata di Ulan Bator nell’Unione Economica Eurasiatica.

Sin dal post-guerra fredda, la Mongolia ha assunto una postura sostanzialmente neutrale, se non di resistenza, nei confronti della Cina, legittimata da ragioni storico-culturali, e la Russia, come anche gli Stati Uniti e l’India, è intenzionata a sfruttare l’opportunità dell’antica rivalità geopolitica a proprio vantaggio, rientrando nel fu stato-satellite attraverso strumenti consolidati: armi, energia, economia, e cultura.

Gli sforzi russi per ri-elevare i rapporti ai fasti sovietici sono stati notevoli: la cancellazione del 98% del debito contratto durante l’epoca sovietica, l’implementazione di un regime di movimento libero dall’obbligo dei visti, investimenti nella rete infrastrutturale, supporto nella modernizzazione dell’esercito. Il ritorno di Mosca nel paese è stato accolto con favore sia dalla classe politica che dall’opinione pubblica, entrambe diffidenti nei confronti degli investimenti cinesi.

Un altro paese-chiave nella strategia di accerchiamento sono le Filippine. Il presidente Rodrigo Duterte ha palesato frequentemente la propria ammirazione per l’omologo russo, manifestando contemporaneamente una forte ostilità nei confronti della Cina per via delle sue azioni nel mar cinese meridionale. A inizio ottobre Duterte si è recato a Mosca per una visita di stato irritualmente lunga – cinque giorni – durante la quale si è discusso e pattuito di aumentare la collaborazione bilaterale su numerosi fronti, fra cui energia e difesa, e sono stati firmati accordi per il valore di 12,6 miliardi di dollari.

Uno dei principali risultati raggiunti dalla cinque-giorni nel Cremlino è l’accordo tra Rosneft e Manila per progetti di esplorazione congiunta alla ricerca di petrolio e gas nelle acque filippine, la cui sovranità è regolarmente sfidata dalle manovre militari di Pechino. L’aspettativa di Duterte è che l’affiancamento delle navi della compagnia russa a quelle filippine spinga la Cina a ridurre significativamente la propria presenza nelle aree dei lavori di esplorazione ed estrazione onde evitare possibili crisi, come accaduto in Vietnam dopo la firma di un medesimo accordo alcuni mesi prima.

La strategia russa è molto lungimirante, poiché sta mantenendo vivi e/o riesumando vecchie e nuove rivalità e rancori fra i principali attori dello scacchiere asiatico, costruendo un cordone sanitario attorno la Cina che, se usato opportunamente, potrebbe essere capace di contenere l’emergente superpotenza nello stesso modo in cui il blocco occidentale asfissiò l’Unione Sovietica ai tempi della guerra fredda.

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