Ora che, a quanto sembra, siamo quasi arrivati al dialogo diretto tra Donald Trump e Vladimir Putin (e a un incontro che, secondo le voci che circolano alla Duma, dovrebbe avvenire al più tardi nel mese di marzo), potrà forse tornar utile ripensare a certi argomenti che venivano spesi all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Lo ricordiamo tutti: si parlava molto dei dissensi che quella decisione fatale aveva/avrebbe provocato nei circoli di potere del Cremlino, dell’opposizione di alcuni dei principali personaggi che circondavano Putin (anche se l’unico a farsi avanti fu Sergej Naryshkin, capo dei servizi segreti esteri) e della possibilità (ritenuta concreta) che una qualche rivolta di Palazzo eliminasse il leader responsabile di un’avventura così tragica.
Ebbene, è successo esattamente il contrario. Nel momento di massimo stress per il regime, con l’economia aggredita dalle sanzioni e l’impegno militare ai massimi livelli, il Cremlino ha varato un rimescolamento degli incarichi, in qualche caso una vera “purga” con pochi precedenti nei venticinque anni del potere putiniano. Personaggi che parevano ormai messi da parte sono tornati in auge: il caso più evidente è stato quello dell’ex presidente ed ex premier Dmitrij Medvedev, per anni relegato all’irrilevanza dell’incarico di vice-segretario del Consiglio di Sicurezza e poi trasferito al coordinamento della produzione industrial-militare, di fatto l’occhio del Cremlino sulle fabbriche di armamenti. Ancor più rumorose, invece, le cadute.
Il ribaltone della primavera 2024
Cominciamo da Andrej Turchak, 49 anni, segretario generale del partito putiniano Russia Unita. Lui è finito in Siberia. Non alla vecchia maniera: da politico in ascesa si è ritrovato governatore della lontana regione dell’Altai. Segue Nikolaj Patrushev, 74 anni, vecchio sodale pietroburghese di Putin, già capo dell’FSB e segretario del Consiglio di sicurezza, trasformato in consigliere personale del Presidente. E si finisce, per restare solo ai piani altissimi della politica russa, con Sergej Shoigu, 69 anni, uno che era ministro già con Boris Eltsin (Situazioni di Emergenza, dal 1994 al 2012) e dal 2012 al 2024 ministro della Difesa. Un vecchio praticante del potere e un fedelissimo di Putin, che però lo ha spostato all’incarico di segretario del Consiglio di Sicurezza, dove però deve accontentarsi di missioni di secondo piano.Tutto questo nella primavera del 2024.
Come si vede, nessuno dei “silurati” è stato umiliato. Tutti hanno ricevuto incarichi che, almeno dal punto di vista formale, hanno salvato loro la faccia e le prebende. A tanti altri funzionari di livello inferiore non è andata così bene. Non si contano o i governatori o i vice-governatori cacciati dall’oggi al domani, gli alti burocrati finiti in tribunale, i funzionari ridimensionati. Ma la sostanza non cambia: Putin ha voluto intorno a sé volti nuovi. E non si tratta delle preferenze o dei capricci del capo. Il sistema di potere russo, di fronte a sfide appunto sistemiche, chiedeva un cambio di passo. In questo senso il “caso Shoigu” è stato quello più indicativo. Appena il ministro è stato trasferito ad altro incarico, al ministero della Difesa è partita la rivoluzione: due dozzine di alti ufficiali sono stati rimossi e tre vice-ministri sono addirittura finiti in manette, tutti accusati di corruzione abuso di potere.
Il caso più emblematico è stato quello del vice-ministro Timur Ivanov, il vero braccio destro di Shoigu, accusato di aver intascato quasi 12 milioni di dollari. Ma non meno significativi quelli di Yurij Kuznetsov, il capo del personale, e di Vladimir Verteletsky, responsabile della digitalizzazione degli apparati. Anche tutto questo è successo nella primavera del 2024. E come ministro della Difesa, nel pieno dello sforzo bellico, è stato nominato Andrej Belousov, un civile, un amministratore con fama di incorruttibile. Perché lo voleva Putin? Perché Shoigu non gli era più gradito. Forse anche. Ma soprattutto perché l’apparato industriale, chiamato a sostenere lo sforzo bellico, voleva una direzione delle forze armate diversa, più attenta all’impiego delle risorse, più oculata nell’utilizzo dei materiali e forse anche più disponibile ad ascoltare la voce dei produttori.
Spazio ai “veterani” dell’Ucraina
Quindi: nessuno scossone al vertice e Putin saldo al Cremlino, tanto da poter imporre a militari e forze di sicurezza cambiamenti più che importanti, avvicendando figure di vertice ben note e radicate nei meccanismi del potere. Perché, quindi, abbiamo potuto ipotizzare (e desiderare) una congiura di palazzo? Per due ragioni. La prima è che abbiamo un’idea della Russia distorta dalle nostre speranze e dalla nostra immaginazione. Putin non è Stalin. Benché dotato di poteri autocratici, è in realtà un equilibratore del sistema, che non è perfettamente “verticale” come si dice. Al vertice non c’è un uomo solo ma una serie di circoli e di clan spesso in competizione (pensiamo, oggi, al duro confronto tra gli ambienti della Banca Centrale e quelli dell’apparato militar-industriale, ovvero: equilibrio finanziario contro produzione di armamenti), che devono essere gestiti e regolati, perché la competizione non diventi rissa. Putin non è quello che manda nel gulag migliaia di uomini con un tratto di penna ma colui che tiene le cose in equilibrio e si assicura che, alla fine, la direzione di tutti sia una sola, o quasi. Descrivere Putin come un khan mongolo dà soddisfazione ma non aiuta a capire.
L’altro problema è che ci siamo così immedesimati nella nostra propaganda da considerare propaganda o falsità qualunque cosa venga detta dai dirigenti russi. Così nel marzo scorso, quando Putin concluse la sua “campagna elettorale” per le presidenziali parlando davanti al Consiglio della Federazione, pochi fecero caso a una delle sue affermazioni. Putin, nell’occasione, dichiarò di voler far spazio, nei quadri dirigenti russi, ai “veterani” della guerra in Ucraina, intesi come tutti coloro che, con le armi in pugno o no, avevano dato un significativo contributo alla causa. E poche settimane dopo cominciò la rivoluzione dei quadri di cui abbiamo detto.
Era il riconoscimento che, con la guerra, era cominciata una fase del tutto nuova nella storia della Russia post-sovietica, che chiedeva uomini nuovi. Con il vecchio Putin che continua a fare da punto di equilibrio.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.
