Nel pomeriggio del 5 febbraio il Cremlino ha ordinato l’espulsione di tre agenti diplomatici stranieri – un tedesco, uno svedese e un polacco – che lo scorso 23 gennaio, a Mosca, avevano partecipato alle dimostrazioni non autorizzate per la liberazione di Aleksei Navalny. I tre, dichiarati persone non gradite, hanno ricevuto la comunicazione a latere di una conferenza stampa tra Sergej Lavrov e Josep Borrell avvenuta nella stessa giornata e contrassegnata dall’incomprensione.

L’ordine di espulsione verrà letto dai più in una maniera superficiale, priva di senso analitico e di cognizione del quadro degli eventi, veicolando l’idea che sia sul punto di crollare definitivamente il ponte sospeso che rende attraversabile il dirupo che separa Russia e Occidente. Non è così.

Il Cremlino, in realtà, sta inviando dei messaggi chiari e univocamente interpretabili all’indirizzo di Unione Europea e Stati Uniti: vorrebbe porre fine alle ostilità cominciate nel lontano 2014, anno in cui le relazioni internazionali sono state scosse da Euromaidan, il terremoto più forte per magnitudo del nuovo secolo dagli attentati dell’11/9.

L’effetto Euromaidan, sette anni dopo

La rivoluzione colorata (di sangue) è stata lo spartiacque della seconda decade del Duemila, perché tutto ciò che sta accadendo oggi – a sette anni di distanza dalla strage di Odessa e dall’occupazione della Crimea – è il raccolto indiretto, inconsapevole, imprevisto, involontario e preterintenzionale di una semina che, nell’aspettativa di registi e sceneggiatori, avrebbe dovuto limitare e circoscrivere i suoi effetti all’Ucraina. Così, però, non è stato.

Isolata economicamente e diplomaticamente dall’Occidente, e testimone del progressivo spostamento ad Est dell’Alleanza Atlantica, la Russia ha riscoperto e valorizzato l’unicità dell’essere innatamente Europa ed Asia e ha trovato in quest’ultima la panacea ai mali provocati dalla prima: partenariato strategico con la Cina, apporto di linfa vitale all’Unione Economica Eurasiatica, riconsiderazione dei legami con l’Iran, recupero dell’antico rapporto con l’India, leveraggio strumentale delle aspirazioni di grandezza della Turchia per creare discordia all’interno di Ue e Nato, maggiore dinamismo in Medio Oriente e Sudest asiatico, e ritorno in pompa magna nell’Artico. All’elenco di cui sopra si aggiungono l’approdo in Africa, un continente caduto nel dimenticatoio nel dopo-Unione Sovietica, e, segnatamente, la fine dell’approvazione passiva del momento unipolare e delle sue manifestazioni spasmodiche.

Euromaidan, infatti, ha fornito la prova definitiva al Cremlino che la pax americana è bellum perpetuum contro la Russia – una realtà sulla cui ineluttabilità la storia si è pronunciata più volte sin dall’Ottocento – e che la sopravvivenza e l’indipendenza di quest’ultima dipendono dal compimento di una missione epocale: l’accelerazione della transizione multipolare a mezzo dell’erosione delle fondamenta del traballante sistema unipolare. Come sveltire tale processo è stato chiaro sin dai primordi: siglare un patto di ferro con Pechino, l’unica potenza realmente in grado (e volente) di sfidare l’egemonia americana.

L’intesa cordiale del Duemila, perciò, si inserisce in questo contesto di visione strategica a trecentosessanta gradi che, di nuovo, Euromaidan ha contribuito a far maturare. Perché se è vero che l’insofferenza da parte russa e cinese nei confronti dell’imperialismo morale occidentale era in crescita costante da anni, lo è altrettanto che il propellente per l’amalgamazione delle loro agende estere non è provenuto né dall’Iraq né dalla Libia ma dall’Ucraina.

La Russia crede ancora nel riavvio

È errato credere che le ambizioni multipolari ed eurasiatiste di Mosca implichino scontro (inevitabile) con il blocco euroamericano. L’Unione Europea continua ad essere il mercato di riferimento della Russia, in particolare per quanto riguarda le esportazioni di gas naturale, e i due poli hanno dimostrato di possedere visioni consonanti e/o interessi convergenti su una serie di fascicoli di rilevanza mondiale come cambiamento climatico, terrorismo e controllo degli armamenti.

La divergenza alla base dell’attuale confronto egemonico, la cosiddetta guerra fredda 2.0, nasce dalla dissonanza apparentemente irrisolvibile su un argomento vitale: il rispetto delle sfere d’influenza altrui. È nel nome e per causa di questa ragione che la tesi del contenimento non è mai stata abbandonata, che la comunità euroatlantica (Ue+Nato) si è estesa sino ai confini della Russia, che ha avuto luogo Euromaidan e che, più di recente, l’opposizione anti-sistema di Bielorussia e Russia, rispettivamente rappresentata da Svetlana Tikhanovskaya e Navalny, ha trovato in Bruxelles e Washington i propri referenti.

Diversi elementi, però, suggeriscono che il Cremlino creda ancora nella possibilità di un nuovo reset, ovvero del riavvio, del ripristino del dialogo e della normalità. Anzitutto vi è la questione dell’asimmetria: le reazioni di Mosca alle ingerenze nei propri affari interni e alle sanzioni cui è sottoposta per i più svariati motivi – Ucraina, caso Skripal, attacchi cibernetici, Russiagate, Nord Stream 2, e, prossimamente, forse, Navalny – sono sempre state pianificate in maniera tale da risultare limitate nelle conseguenze e ridotte nelle proporzioni.

Ad esempio, la risposta al regime sanzionatorio relativo all’Ucraina – multisettoriale, multidimensionale, e aggiornato ed esteso a cadenza regolare – è stata sostanzialmente basata su un embargo alimentare. Più recentemente, il Cremlino ha replicato alle sanzioni dell’amministrazione Trump contro le società coinvolte nella realizzazione del Nord Stream 2 con pragmatismo e scaltrezza: promesse di ritorsioni, mai avvenute, alle quali ha fatto seguito l’invio della nave posatubi Akademik Cherskiy.

L’ordine di espulsione nei confronti dei tre diplomatici risponde alla stessa logica che ha guidato i passi della dirigenza russa dal 2014 ad oggi; una logica sagace e assennata che vede nel criterio l’unica risposta possibile al nuovo maccartismo imperante nelle cancellerie occidentali. L’alternativa a questa tattica, che potrebbe essere definita “asimmetria al ribasso“, sarebbe un’escalation pericolosa per la stabilità mondiale.

La telefonata Lavrov-Blinken

La sera del 4 febbraio ha avuto luogo la prima conversazione telefonica tra Sergej Lavrov, titolare del Ministero degli Esteri della Russia, e Antony Blinken, il Segretario di Stato degli Stati Uniti. Le parti hanno discusso del prolungamento del New Start e dell’unione degli sforzi nel controllo degli armamenti, ma, per Blinken, è stata anche l’occasione per manifestare all’omologo le preoccupazioni dell’amministrazione Biden, ovvero “le interferenze russe durante le elezioni americane del 2020, le aggressioni militari contro Ucraina e Georgia, l’avvelenamento di Aleksei Navalny e il caso SolarWinds”.

Blinken, inoltre, ha chiesto delucidazioni in merito al processo e alla condanna dell’attivista politico. Lavrov, che ha risposto alle domande della controparte attraverso “risposte dettagliate”, ha poi chiesto che vengano “rispettati il sistema giudiziario e legislativo della Federazione russa”.

In sintesi, mentre il segretario di stato americano è stato negativamente inquisitivo, il capo della diplomazia del Cremlino è stato propositivo; due atteggiamenti radicalmente differenti, contrastanti ed opposti che rispecchiano alla perfezione l’attuale stato di salute delle relazioni tra i due Paesi.

Comunicati stampa alla mano, infatti, Blinken ha denunciato e Lavrov ha suggerito, essendo che il secondo ha chiesto la formulazione di “una dichiarazione congiunta sulla non interferenza nei rispettivi affari interni”, ha spiegato che “la Russia è aperta a lavorare congiuntamente per normalizzare le relazioni bilaterali nella loro interezza” e ha proposto di “cooperare nella sfera della lotta al coronavirus, inclusi lo sviluppo e il miglioramento dei vaccini” – ricevendo riscontro positivo in quest’ultimo campo.

Borrell a Mosca

Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, il 5 gennaio ha avuto una bilaterale con Lavrov nel contesto di una tre-giorni di lavoro a Mosca. Incomprensione è il termine adatto per descrivere il clima che ha circondato e caratterizzato l’evento: Lavrov, pur accusando l’Ue di essere “inaffidabile”, ha voluto ricordare come essa continui a rappresentare il principale collaboratore commerciale di Mosca e come quest’ultima sia pronta a riprendere il dialogo in ogni momento e su qualunque tema.

Le dichiarazioni di Borrell sono state di tutt’altro tono: il diplomatico ha chiesto la liberazione di Navalny, ha criticato l’arresto dei dimostranti che hanno partecipato alle manifestazioni non autorizzate e “ha ribadito come sia difficile avere una relazione con la Russia, non concordando su tematiche fondamentali quali i diritti umani e lo stato di diritto”. Ultimo ma non meno importante, il programma originale di Borrell prevedeva un incontro in carcere con Navalny, poi annullato per “non dare la falsa impressione e il falso segnale che siamo d’accordo con la sua detenzione”.

Due risultati, comunque, sono stati raggiunti: Borrell ha confermato che – per il momento – non saranno introdotte nuove sanzioni contro la Russia in relazione al caso Navalny, e, inoltre, congratulandosi per i dati sull’efficacia dello Sputnik V, ha espresso fiducia circa l’ingresso in tempi rapidi dello stesso nel mercato europeo.

La rottura inevitabile?

Lo spettro del collasso del ponte sospeso continua ad aleggiare e ad appesantire il clima tra i blocchi, anche se, fino ad oggi, l’asimmetria al ribasso – e, in ultimo, la diplomazia sanitaria – ha contribuito in maniera determinante ad allontanare l’avveramento dello scenario. Il punto, però, è un altro: il crollo non è una questione di se, è una questione di quando; non è una probabilità, è una certezza statistica. Venuta meno l’emergenza pandemica, che ha agito da fattore frenante, le parti torneranno a guerreggiare con maggiore intensità.

La storia ha provato in più occasioni, negli ultimi tre secoli, che ragioni geografiche, geopolitiche e geofilosofiche rendono Russia e Stati Uniti dei rivali naturali e innatamente destinati allo scontro. È dai tempi di Andrew Jackson – elezioni presidenziali del lontanissimo 1828 – che la retorica russofobica viene utilizzata per compattare il popolo americano e per screditare irreparabilmente personaggi pubblici e politici.

Nel 1828 la vittima della demonizzazione fu John Quincy Adams, ribattezzato il “magnaccia dello zar”, nel 2016 e nel 2020 è stato Donald Trump, tacciato di essere “il burattino di Putin”; eventi utili a comprendere quanto sia travolgente il potere della ricorrenza storica: mutano i tempi, le circostanze e gli attori, ma il motivo conduttore è uguale, inamovibile e inalterabile; quel motivo conduttore è l’eterna lotta per il dominio dell’Eurasia tra lo stato-guida dell’Occidente – ieri i britannici, oggi gli statunitensi – e la Russia.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE