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Una parte cospicua delle immense ricchezze naturali contenute nel sottosuolo dell’Africa ha una locazione precisa: l’area centrale del continente. Dal Ciad alle estremità meridionali della Repubblica democratica del Congo, nel tormentato cuore del continente nero si trovano effusi a macchia d’olio depositi di metalli preziosi e risorse minerarie di altissimo valore, dai diamanti alle terre rare.

Non è un caso che l’Africa centrale, alla luce delle preziosità che custodisce gelosamente, sia anche la più storicamente instabile, in quanto afflitta in maniera cronica e capillare da guerre civili, colpi di Stato, violenze interetniche e terrorismo. Qui, ex dominio di belgi, francesi e portoghesi, si sta scrivendo uno dei capitoli più importanti (e sanguinolenti) della corsa all’Africa 2.0, complici la presenza della Cina, l’espansione della Turchia, l’intensificazione delle attività dell’internazionale jihadista e l’arrivo della Russia.

Dal Ciad al Congo: sfruttare l’instabilità

L’Africa centrale è avvolta dalla piaga dell’instabilità sin dall’epoca della transizione all’indipendenza. Il sangue scorre a fiumi lungo le strade che portano da N’Djamena a Luanda, nessuna esclusa, e il Cremlino sta cercando di trarre vantaggio dal clima di perenne insurgenza – dovuto ad una mescolanza di fattori politici, sociali, religiosi, etnici ed energetici – a mezzo di una strategia collaudata con successo nel resto del continente: armi, combattenti, addestratori, non interferenza, cultura e aiuti umanitari.

Le nazioni in cui l’approccio russo all’Africa sta producendo risultati tangibili e di spessore sono molteplici:

La Russia e la Repubblica Centrafricana

Nella giornata del 17 maggio, mentre Sergej Lavrov si trovava in Sierra Leone, nella pivotale ma tormentata Repubblica centrafricana atterrava un carico di armamenti proveniente dalla Russia. Totalmente gratuito, ovvero regalato, il carico era comprensivo di munizioni, proiettili e granate e di cinquemila pezzi, fra pistole, fucili d’assalto, mitragliatrici, fucili di precisione e lanciagranate portatili anticarro.

Non è la prima donazione di questo genere che Mosca decide di inviare a Bangui: nel 2019 furono regalate centinaia di armi da fuoco di vario tipo, destinate a forze dell’ordine e forze armate, e l’anno scorso furono dati gratuitamente dieci autoblindi BRDM-2 all’esercito centrafricano. A fare da sfondo e complemento ai rifornimenti di armi a Bangui, bisognosa di aiuto perché avvolta da una virulenta guerra civile da quasi un decennio, la presenza di combattenti, addestratori e consulenti del Gruppo Wagner, l’esercito privato del Cremlino.

Perché la Russia stia supportando concretamente e significativamente il legittimo governo centrafricano può essere esplicato a mezzo di una breve descrizione dei possedimenti minerari della nazione: presenza sistematica di ingenti depositi diamantiferi – dai quali dipende quasi un terzo del pil –, nonché di oro, rame, uranio e terre rare. Investire sulla pacificazione di Bangui, che mai ha potuto mappare completamente il proprio sottosuolo né accelerare i ritmi estrattivi a causa di una storia postcoloniale molto turbolenta, equivale ad investire sul futuro.

E se una parte del futuro dell’Africa si sta giocando a Bangui, Mosca, il cui mirino geopolitico è sempre più puntato sul continente nero, non ha intenzione di fare da spettatore, ma di fare lo spettacolo. Questo è il motivo per cui, oltre al supporto rilevante dato alla campagna governativa di riconquista territoriale e stabilizzazione etno-sociale, il Cremlino è pronto ad investire fino a undici miliardi di dollari nella ricostruzione postbellica, mettendo la propria firma su strade, autostrade, ferrovie e città, e sigillando in tale maniera il proprio “posto al Sole”.