La Russia è vista da molti osservatori come l’unico baluardo a frapporsi fra Israele e il conflitto in Siria.  Dall’entrata in guerra della Russia al fianco dell’esercito siriano, Mosca e Tel Aviv hanno cercato di limitare quanto possibile i danni nelle loro relazioni bilaterali dovute al supporto russo ad Assad. Ma per quanto non sia mancato l’impegno, è difficile affermare che i rapporti fra i due Paesi non siano peggiorati a causa del conflitto in Siria. Sono troppe le divergenze sulla guerra e sugli scenari futuri. Ma soprattutto, quello che divide oggi in modo particolare i due Stati è la crescita della sfera d’influenza dell’Iran, che per Mosca è una conseguenza naturale della guerra (tutt’al più da contenere) mentre per Israele è un incubo per cui è pronta a scendere in guerra e destabilizzare di nuovo il Medio Oriente. La guerra in Siria e in Iraq, con l’ascesa del terrorismo, doveva essere la tomba dell’asse sciita che collegava Teheran al Mediterraneo. Ma oggi, finito il Califfato, è chiaro che quell’asse non solo ha resistito, ma è anche più forte di prima.

Se però lo Stato islamico è ormai finito nella sua espressione territoriale, c’è un altro fenomeno politico che può frapporsi nell’asse sciita e negli interessi russi in Medio Oriente: la riattivazione dell’indipendentismo curdo. Il Kurdistan indipendente, in particolare quello iracheno, è un problema irrisolto. È evidente che i curdi non possono essere abbandonati di punto in bianco dalle forze occidentali, che li hanno utilizzati sostanzialmente come esercito per procura nella guerra allo Stato islamico. Ma dall’altro lato, i rischi per l’eventuale creazione di uno Stato del Kurdistan sono estremamente difficili da sopportare per la già fragilissima stabilità della regione.

Nessuno degli attori statali coinvolti dall’identitarismo curdo accetterà mai un Kurdistan autonomo. Non lo accetta l’Iraq, che si vedrebbe privato d una regione oltre che dei suoi pozzi petroliferi. Non lo accetta la Turchia, che vede come un incubo la possibile nascita di uno Stato del genere al suo confine. E non lo può accettare l’Iran che, a parte la minoranza curda nel proprio Paese, teme la possibile nascita di uno Stato con forti legami con le forze della coalizione internazionale a guida Usa. Gli Stati Uniti stessi, tuttavia, non sono così propensi a vedere la nascita di uno Stato curdo, consapevoli che i rischi per l’esplosione di un nuovo conflitto nella regione sono molti e che si andrebbero a rimodulare non solo i rapporti fra gli Stati, ma anche gli stessi confini nazionali.

C’è solo uno Stato che sostiene apertamente il Kurdistan iracheno e la sua lotta all’indipendenza: Israele. Il premier israeliano, Netanyahu, ha da sempre sostenuto di appoggiare l’autonomia del Kurdistan e sta anzi cercando di portare i governi occidentali sulla sua stessa linea. In gioco per Israele non c’è solo il prestigio internazionale, ma la molto più concreta possibilità di vedere nascere uno Stato naturalmente avverso a tutti i suoi avversari nella regione, in particolare Turchia, Siria e Iran. Crearsi un potenziale alleato lì, al confine con l’Iran, sarebbe un modo per penetrare la cosiddetta mezzaluna sciita e colpire l’asse che collega Teheran al Mediterraneo e che passa per i giacimenti di Kirkuk. E Israele vorrebbe supportare i curdi anche concretamente, rifornendoli. Ma come per la guerra in Siria, anche qui sembra che ci sia qualcuno che si stia mettendo fisicamente in mezzo fra Israele e il Kurdistan. E questo qualcuno è la Russia.

Secondo quanto rivelato da Maxim A. Suchkov, giornalista di Al Monitor, attraverso il suo profilo Twitter, sembra che a Mosca abbiano negato il passaggio nel cielo siriano degli aerei israeliani che doveva portare i rifornimenti ai curdi iracheni. Secondo quanto riportato dal giornalista, Netanyahu avrebbe chiesto allo stesso Putin il lasciapassare per la propria aviazione, ma sembra che dal Cremlino abbiano risposto che non la considerano “una buona idea”. E non la considerano tale non solo per i rischi politici del Medio Oriente e per la sicurezza degli alleati nella regione, ma anche un problema per gli stessi investimenti russi nel petrolio della regione, in particolare di Rosneft. Un “niet” da parte di Mosca che per Tel Aviv sarebbe l’ennesimo colpo subito dalla Russia nella sua strategia sulla regione mediorientale e che metterebbe di nuovo a repentaglio i rapporti tra i due Stati, che continuano ad avere opinioni divergenti su buona parte delle dinamiche mediorientali. E il fatto che, nelle ultime ore, Putin abbia avuto una conversazione telefonica con Erdogan probabilmente è la dimostrazione che i curdi sono al centro dei dubbi del Cremlino sul Medio Oriente. Del resto, gli accordi di Astana prevedevano la fine del supporto turco ai ribelli in Siria in cambio di una sorta di “via libera” contro i curdi. Un dot ut des che Mosca e Ankara non sembrano intenzionati a smentire.

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