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A metà strada tra un dilemma e una trappola, l’Afghanistan tiene in apprensione la Cina. Che cosa succederà a Kabul ora che gli Stati Uniti hanno ritirato le loro truppe e l’ombra dei talebani si estende sulle fragilissime istituzioni nazionali? Il rischio di un’instabilità senza fine, per di più a pochi passi dallo Xinjiang, regione cinese già nel mirino di Pechino a causa dei movimenti separatisti uiguri, non lascia affatto dormire sogni tranquilli al Dragone.

Allo stesso tempo, anche la Russia guarda con certo interesse all’evolversi della situazione afghana. L’imperativo di Mosca è uno: scongiurare che il proprio cortile di casa postsovietico – contraddistinto dai vari -stan – possa essere governato dall’anarchia. Un’anarchia che da queste parti fa rima con crisi transfrontaliere, profughi, radicalizzazione religiosa e terrorismo.

Dal momento che la maggior parte degli interessi geopolitici di Cina e Russia in relazione al caos afghano coincidono, era lecito aspettarsi una cooperazione sino-russa per sbloccare un contesto pericolosissimo. Una settimana fa, non a caso, a Dushanbe, capitale del Tagikistan, è andato in scena un incontro sull’Afghanistan al quale hanno preso parte i ministri degli Esteri dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO).

Le priorità di Pechino

Come ha sottolineato Asia Times, il ministro cinese Wang Yi ha presentato una road map di base al suo omologo afghano, Mohammad Haneef Atmar. Premettendo che la Cina non ha alcuna intenzione di interferire negli affari interni delle altre nazioni, Wang ha individuato tre priorità:

  1. L’attuazione di negoziati inter-afghani capaci di raggiungere una riconciliazione nazionale e una soluzione politica duratura. Da questo punto di vista, onde evitare una eventuale guerra civile, Pechino è pronta a facilitare il dialogo;
  2. Combattere il terrorismo, inteso come quel che resta dell’Isis, di al Qaeda e dell’Etim (Movimento Islamico del Turkestan Orientale). La Cina vuole scongiurare a tutti i costi che un Afghanistan in balia del caos possa trasformarsi in un rifugio per i vari gruppi terroristici attivi nella regione;
  3. I talebani, infine, dovrebbero rompere definitivamente i legami con ogni organizzazione terroristica. Le proposte di Wang avrebbero fatto breccia nei pensieri di Atmar, così come nel ministro tagiko Sirojiddin Muhriddin. Lo stesso Atmar avrebbe addirittura promesso di collaborare con Pechino per reprimere l’Etim.

L’asse con Mosca e il ruolo del Pakistan

Dal canto suo la Russia ritiene che Kabul e i talebani debbano quanto meno provare a formare un governo di coalizione provvisorio per i prossimi due o tre anni. Nel frattempo le parti dovrebbero negoziare un accordo permanente in grado di porre fine a ogni instabilità. Da questo punto di vista la SCO, soprattutto mediante il ruolo giocato da Mosca e Pechino, dovrebbe “facilitare” (e attenzione bene ai termini: non “mediare”) i procedimenti afghani. I colloqui andati in scena a Dushanbe hanno fatto capire come l’approccio giocato dall’asse strategico sino-russo in Afghanistan sia non solo realistico ma anche auspicabile da entrambe le potenze.

La ricostruzione afghana coinvolgerà tuttavia anche altri soggetti, tra cui il Pakistan, membro della SCO e considerato da molti analisti la chiave per risolvere il dilemma afghano. Il motivo è semplice: la Cina necessita di un’Islamabad stabile per completare tutti i progetti a lungo termine della Belt and Road Initiative e incorporare l’Afghanistan alla stessa BRI. “Cina, Pakistan e Afghanistan hanno concordato di approfondire la cooperazione nell’Iniziativa Belt and Road, sostenendone la sostanziale espansione e rafforzando il livello d’interconnessione tra i tre paesi”, spiegava qualche settimana fa Wang al termine di un incontro con l’omologo afgano Atmar e il capo della diplomazia pachistana, Shah Mahmood Qureshi. Adesso che Pechino e Mosca hanno steso la loro road map ideale condivisa non resta che capire se tutto andrà secondo i piani.