La geopolitica della corsa allo spazio
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La percezione dell’amministrazione Trump è molto spesso definita secondo quanto il presidente fa per l’America nel mondo. Un fatto del tutto naturale per una superpotenza che detta la politica estera non solo dell’Occidente ma anche di tutti gli Stati che, pur non facendo parte del suo ombrello protettivo, devono comunque relazionarsi con le scelte poste in essere dalla Casa Bianca. E in questo, Trump sta dimostrando un attivismo molto sui generis che lascia spesso perplessa la diplomazia Usa e quella mondiale e che sembra a volte dettato più dal protagonismo che da una strategia precisa. Se però la politica estera, per una potenza come gli Stati Uniti, è essenziale, non va dimenticato che il presidente Trump è prima di tutto presidente del popolo statunitense. Il che significa che, rispetto alla ovvia importanza della politica estera, non va posta in secondo piano la politica interna, soprattutto in quegli ambiti molto spesso dimenticato dai media nazionali e internazionali, dove si cerca lo scoop piuttosto che l’equilibrio dell’informazione.

Ebbene, sotto il profilo interno, la presidenza Trump si dimostra altrettanto attiva. Sono stati 49 i decreti emanati dal Presidente: una quantità che lo porta a essere il presidente più “produttivo” degli ultimi 50 anni, se si pensa che Obama, nello stesso arco temporale, ne emanò la metà. La ragione principale è da ricercare sicuramente nel fatto che Trump abbia voluto superare gli ostacoli posti dal Congresso al suo programma da presidente, ma non si può negare anche una precisa volontà politica di The Donald nel mostrarsi un leader attivo e che non aspetta le lentezze dei passaggi parlamentari. Trump ha sempre voluto mostrare all’opinione pubblica l’immagine di un presidente dinamico, incapace di accettare le logiche stringenti del parlamentarismo e del dibattito, tipicamente ancorato alla fama di businessman più che di politico. Sin dall’inizio della sua presidenza, con due ordini esecutivi, Trump diede il via alla costruzione del muro e al blocco dei fondi alle cosiddette “città santuario”. Ordini precisi, che dimostravano come in politica interna, specialmente quella migratoria, Trump volesse da subito dimostrare pugno duro e velocità d’esecuzione. Con pochi ordini esecutivi, Trump ha ordinato l’assunzione di 5mila agenti di frontiera, la riduzione della metà del numero di rifugiati annuale da accogliere (adesso aumentata con l’ultimo ordine esecutivo), la costruzione di nuovi centri di detenzione alle frontiere e l’indurimento delle sanzioni contro gli immigrati regolari, velocizzando le pratiche di espulsione per chi commette reati.

A queste azioni se ne aggiungono altre di natura altrettanto politica anche se poco conosciute. In particolare, non va sottovalutato il fatto che il presidente Usa stia da tempo colmando i posti vacanti da giudice nelle varie corti federali degli Stati Uniti. La questione non è puramente burocratica. Aiutato da think-tank conservatori e da consiglieri di area repubblicana, il presidente sta sostanzialmente riempiendo i tribunali nazionali con giudici affini alle sue idee politiche, specialmente sui temi della giustizia e dell’ordine pubblico. Questo comporterà, inevitabilmente, uno scivolamento a destra del sistema giudiziario degli Stati Uniti nei prossimi anni, poiché le corti saranno sempre più formate da giudici nominati anche da questa amministrazione.

Un’altra azione in campo legislativo, fortemente voluta dal presidente, è quella riguardante la deregulation. Uno dei primi ordini esecutivi emanati da Donald Trump è stato quello di imporre che per ogni nuova norma emanata da un dipartimento esecutivo o da un’agenzia, gli stessi uffici abbiano il dovere di individuarne due da abrogare. L’amministrazione, nel frattempo, assicura di aver già dato il via alla deregulation attraverso l’abrogazione e deroga di almeno 860 regolamenti creati da Obama riguardi numerosi settori produttivi, dall’energia all’ambiente all’edilizia. Sul fronte ambientale, in particolare, l’amministrazione Trump si è dedicata a un’ampia deregolamentazione nel settore energetico e industriale. Ha dato il via alla costruzione dell’oleodotto Keystone XL dopo il blocco di Obama, ha aumentato i tetti di emissioni di metano e l’agenzia per l’Ambiente ha evitato di bloccare la vendita di un pesticida considerato dannoso per i bambini. Infine, non va dimenticata l’importanza di uno degli ultimi ordini esecutivi firmati dal Presidente, che ha deciso di superare il blocco del Congresso andando a modificare direttamente l’Obamacare. Uno dei primi colpi assestati alla struttura della legislazione voluta dal presidente Obama, è stato quello di togliere i sussidi alle assicurazioni per i cittadini a basso reddito. Una mossa promessa in campagna elettorale e che Trump sta puntualmente rispettando.

L’impatto di queste politiche è tutto da dimostrare. Finora è difficile poter fare una diagnosi per comprendere se gli effetti benefici sull’economia e sulla società saranno superiori a quelli negativi. C’è però un dato di cui va preso atto: esiste una legislazione “fantasma” del presidente Trump che va avanti, anche a colpi di ordini esecutivi, nonostante sembri che la sua amministrazione sia alla deriva. Non è così. In realtà Trump sta rispettando moltissimi dei punti della campagna elettorale, e questo, a prescindere da come la si pensi, dimostra una coerenza interna tra programma e azione che, pur con i suoi limiti, è da rispettare. Bisognerà capire se questa coerenza, con i dovuti accorgimenti, sarà poi a beneficio degli Stati Unti e del mondo, ma per ora registriamo una capacità non comune di rispettare molte delle promesse elettorali.

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