La diplomazia segreta di Benjamin Netanyahu e le pressioni dell’amministrazione Trump stanno producendo dei frutti importanti in America latina, che è uno dei più principali teatri di confronto con l’Iran. Lo scorso mese l’Argentina di Mauricio Macri ha designato Hezbollah come un’organizzazione terroristica, il Paraguay ha seguito la decisione a ruota, e Jair Bolsonaro ha annunciato che il Brasile si appresta a fare lo stesso.

I retroscena della svolta

La caduta di Lula in Brasile, l’uscita di scena di Cristina Fernandez in Argentina e la rinnovata pressione statunitense su quel che il consigliere per la difesa nazionale John Bolton ha ribattezzato l’asse del male, ossia Cuba, Nicaragua e Venezuela, hanno reso l’America latina nuovamente ostaggio delle ambizioni imperialistiche di Washington.
Ma ciò che sta accadendo negli ultimi mesi è anche il risultato di una strategia georeligiosa messa in moto dagli Stati Uniti durante la guerra fredda, all’indomani del concilio vaticano II e della conferenza episcopale di Medellin, per plasmare il panorama confessionale subcontinentale a proprio favore, attraverso il finanziamento su larga scala dell’espansione di chiese evangeliche di stampo settario e fondamentalista.

Gli evangelici hanno cessato di rappresentare una minoranza irrilevante sia numericamente che politicamente, e la loro ascesa preponderante ha avuto inevitabili riflessi nel mondo politico. Americanismo e sionismo cristiano sono le principali espressioni di questa trasformazione e hanno sostituito la teologia della liberazione, l’anti-imperialismo e il tradizionale solidarismo latinoamericano con la causa palestinese.

Alla luce di questi fattori, le pressioni sul triangolo Argentina-Brasile-Paraguay sono divenute più semplici ed efficaci. La decisione di Buenos Aires di bollare Hezbollah come organizzazione terroristica era stata preceduta da intensi scambi diplomatici tra lo staff di Macri e di Netanyahu, in particolar modo inerenti la cooperazione nel settore della difesa e nella lotta al terrorismo, iniziati sin dal cambio di potere alla Casa Rosada, e dal congelamento – lo scorso anno – di alcune proprietà della famiglia Barakat, ritenuta vicina al partito di Dio libanese.
Il 19 agosto anche il Paraguay ha omologato la propria posizione su quella argentina, inserendo anche Hamas, Al Qaida e l’autoproclamato Stato Islamico nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. È emblematico sottolineare che i commenti di lode provenienti dagli Stati Uniti e da Israele si sono concentrati sostanzialmente sull’entità libanese, che il segretario di Stato Mike Pompeo ha definito “un’organizzazione terroristica che si dedica alla promozione dell’agenda maligna iraniana“.

Le mosse di Argentina e Paraguay, a cui presto potrebbe unirsi anche il Brasile, muovono in una precisa direzione: la storica apertura ad Israele e alla causa sionista. Considerando che in ogni paese del subcontinente aumentano le forze politiche atlantiste e la percentuale di evangelici in rapporto alla popolazione, che si è già dimostrata fondamentale per quanto riguarda la controversia sullo spostamento delle ambasciate da Tel Aviv a Gerusalemme, sullo sfondo della vasta campagna lobbistica di Netanyahu e delle forti pressioni dell’amministrazione Trump, è prevedibile un effetto domino travolgente contro Hezbollah e l’Iran.

La strategia dell’asse Trump-Netanyahu

L’espansione iraniana nella regione era una delle priorità dell’agenda estera di Mahmud Ahmadinejad ed è stata proseguita dal suo successore Hassan Rohani. Il paese ha potuto costruire delle piccole aree di influenza sparse in ogni angolo del subcontinente soprattutto perché l’attenzione degli Stati Uniti e di Israele era rivolta alla guerra al terrorismo.

Ma il graduale venire meno della minaccia jihadista ha condotto l’asse Washington-Tel Aviv a riportare il focus sul contenimento dell’Iran, attraverso una strategia fino ad oggi dimostratasi efficace e basata sulla logica crea-distruggi.

Il modello è sempre lo stesso: si alimenta la nascita di nuove forze sociali e politiche favorevoli all’agenda estera statunitense, mentre si accelera la caduta di quelle che rappresentano un ostacolo, infine si consolida il nuovo ordine attraverso accordi di collaborazione bilaterale e il miglioramento qualitativo dei rapporti diplomatici.

Gli eventi che hanno reso possibile l’ascesa di Bolsonaro sono frutto di questa strategia: si è accelerata la caduta di un ordine consolidato, incardinato sul dominio del Partito dei Lavoratori e sulla figura centrale di Lula, favorendo l’emergere di forze sociali, come gli evangelici, e politiche, della destra conservatrice ed atlantista, che hanno contribuito a costruire rapidamente un nuovo ordine dedicato alla tutela degli interessi statunitensi ed israeliani.

Lo stesso processo si è verificato in Argentina, Guatemala, Honduras, Paraguay, Perù, e sta travolgendo l’intera America latina, con il doppio effetto di colpire simultaneamente i nemici di Stati Uniti e Israele, ossia le forze della sinistra anti-imperialista e l’Iran – che con esse è potuto entrare nel subcontinente, portandosi Hezbollah al seguito.

Hezbollah: una minaccia reale o gonfiata?

Nel 1992 e nel 1994 la comunità ebraica di Buenos Aires fu colpita da due sanguinosi attentati, che causarono 105 morti e oltre 500 feriti, mai rivendicati e sui quali le indagini ufficiali non hanno mai fatto pienamente luce. Stati Uniti e Israele concordano nel ritenere responsabili degli attacchi una squadra composta da uomini di Hezbollah e dei servizi segreti iraniani, fra i quali Mohsen Rabbani.

Nonostante le pressioni diplomatiche e le note di protesta, l’Argentina ha sempre protetto i presunti colpevoli, che sono tutt’oggi liberi di viaggiare nel subcontinente e godrebbero della protezione dei servizi segreti di Buenos Aires per ragioni non chiarite.

Le attività dell’organizzazione sono state segnalate anche in Brasile, Cile, Colombia, Messico, Nicaragua, Paraguay, Perù, e le accuse – dapprima senza fondamento – delle autorità israeliane e statunitense sono state corroborate negli anni dalle decine di persone arrestate, da semplici prestanome a veri e propri agenti, con accuse variabili dal riciclaggio di denaro sporco al coinvolgimento in traffici illeciti con i gruppi criminali autoctoni, soprattutto di stupefacenti ed esseri umani.

Secondo lo stratega e geopolitico Edward Luttwak, nell’area della triplice frontiera fra Argentina, Brasile e Paraguay si troverebbe la più importante base operativa di Hezbollah all’estero. L’evento sarebbe stato reso possibile dalla presenza di lunga data nella regione di una folta comunità di immigrati siriani e libanesi, di oltre 25mila persone, che avrebbe funto da ambiente ideale per l’attecchimento dell’organizzazione e nascondiglio perfetto, anche a prova di spionaggio internazionale, per ricercati internazionali del calibro di Rabbani e di Imad Mugniyah, anch’egli accusato di coinvolgimento nelle stragi della capitale argentina e più volte segnalato a Ciudad del Este, Paraguay.

Della stessa opinione di Luttwak era Alberto Nisman, il procuratore argentino incaricato delle indagini sugli attentati del 1992 e del 1994, che è morto nel 2015, ufficialmente per suicidio. Le circostanze dubbie del decesso hanno, però, alimentato proteste popolari e campagne per la ricerca della verità.