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Joe Biden ha foggiato il proprio curriculum tra Balcani e spazio postsovietico, contribuendo in maniera significativa all’elaborazione di una politica per la Jugoslavia ai tempi dell’amministrazione Clinton, ed è un profondo conoscitore delle dinamiche che hanno luogo da Tirana a Minsk. Non sorprende, alla luce della formazione e della weltanschauung del nuovo inquilino della Casa Bianca, che lo scettro del Dipartimento di Stato sia andato ad Antony Blinken, cultore dell’Europa postcomunista e autore del piano d’azione per l’Ucraina ai tempi di Euromaidan.

La squadra di Biden, in sostanza, non soltanto dedicherà maggiore attenzione al teatro balcanico rispetto all’amministrazione Trump, inquadrandolo nell’ottica del confronto con la Russia (e con la Cina), ma adotterà un approccio radicalmente differente: europeismo in luogo dell’unilateralismo competitivo, ritorno ai vecchi schemi anziché predilezione per l’innovazione.

L’Ue è pronta ad allargarsi?

Cambiano le presidenze e variano gli strumenti, ma gli obiettivi restano immutati. Nel caso in questione si tratta del possibile approccio che Biden potrebbe adottare nei confronti dell’Unione europea: competizione antagonistica con l’asse franco-tedesco, allo stesso modo di Trump, ma fine del supporto all’euroscetticismo a favore dei processi di allargamento nei Balcani occidentali e nell’Est inoltrato in funzione di contenimento antirusso e antiserbo.

Sembrano lontani tempi in cui Emmanuel Macron, andando contro ai voleri dell’alleato tedesco, poneva il veto sulla prosecuzione dei negoziati d’adesione di Albania e Macedonia del Nord. Oggi, a quasi due mesi dall’insediamento ufficiale di Biden alla Casa Bianca, l’accoglimento sembra aver preso posto della diffidenza e tutto sembra essere pronto per il tanto atteso momento dell’allargamento dell’Ue – a otto anni dall’ultimo ingresso, quello di Zagabria.

Il 5 marzo, invero, nove stati membri hanno inoltrato una lettera aperta all’indirizzo di Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, avente come oggetto la ripresa delle trattative con Tirana e Skopje. Il documento, reso pubblico soltanto alcuni giorni dopo l’invio, reca la firma dei ministri degli esteri di Irlanda e gran parte di Mitteleuropa (Austria, Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia) e Balcani (Croazia, Grecia, Romania) e fa appello a Borrell affinché venga dato “uno sguardo strategico ai Balcani occidentali” durante il prossimo vertice dei capi della diplomazia del 27, programmato per il mese di aprile.

I firmatari dichiarano, all’unanimità, che i Paesi della regione sono pronti all’ingresso perché “molto è cambiato” da agosto di due anni or sono – data dell’ultima discussione ufficiale in merito all’allargamento – ad oggi. Le nazioni più prossime all’entrata, per ragioni di longevità del tavolo negoziale e stato di avanzamento delle riforme, sono l’Albania e la Macedonia del Nord. Su quest’ultima grava l’incognita Bulgaria e su entrambe aleggiano simultaneamente lo spettro del “no” francese – l’opinione pubblica d’Oltralpe vede con scetticismo il libero movimento di albanesi e nordmacedoni e Macron, alla ricerca di un secondo mandato, terrà conto di ciò nei propri calcoli – e il fattore Biden.

Cos’è cambiato da due anni a questa parte?

Nella lettera aperta a Borrell si afferma che “molto è cambiato” negli ultimi due anni. In effetti, è vero: due anni or sono alla Casa Bianca v’era un euroscettico, favorevole ad una politica basata sul divide et impera in Europa e ad un unilateralismo competitivo ma comunque improntato alla stabilizzazione – come palesato dagli accordi di normalizzazione parziale tra Pristina e Belgrado –, oggi si trova invece Biden.

Le parole d’ordine della presidenza Trump erano state “pacificazione” nei Balcani occidentali e “contenimento” (della Cina) nei Balcani orientali, come dimostrato il caso della centrale nucleare di Cernavoda. Biden, diversamente dal predecessore, potrebbe sacrificare la pacificazione sull’altare dell’internazionalismo liberale di cui è paladino ma, similmente a lui, potrebbe e dovrebbe proseguire lo scontro egemonico con Pechino e approfondire l’impronta americana a Bucarest.

Perché la lettera del 5 marzo potrebbe essere la manifestazione dell’effetto Biden è spiegabile attraverso i trascorsi politici del presidente – il supporto al fronte antiserbo durante le guerre jugoslave – e le sue simpatie verso le comunità albanese, kosovara e bosgnacca (non serbo-bosniaca); comunità che, tra l’altro, in occasione delle presidenziali di novembre si erano mobilitate in massa per il Partito Democratico.

L’allora candidato democratico, per vincere il supporto di soprascritte diaspore, aveva scritto e rivolto loro due lettere aperte – “La visione di Joe Biden per le relazioni dell’America con la Bosnia ed Erzegovina” e “La visione di Joe Biden per le relazioni degli Stati Uniti con l’Albania e il Kosovo” –, rammentandogli di essere un “amico comprovato”, aver “fermato la campagna brutale di genocidio di Slobodan Milosevic” e promettendogli “lo sviluppo congiunto di una strategia per ancorare i Balcani occidentali alle istituzioni euroatlantiche”, ossia Ue e Nato.

Curiosamente, ma non sorprendentemente, il recupero dal dimenticatoio del fascicolo Balcani giunge a pochi mesi di distanza dal cambio ai vertici della Casa Bianca, nonché dalla scrittura di quelle due lettere aperte esplicative e magniloquenti, e, siccome nel mondo della politica nulla è frutto del caso, ciò non può che avere un’unica chiave di lettura: è l’effetto Biden.

Cosa potrebbe fare Biden?

Il contenuto delle lettere è il punto di partenza ideale per capire che tipo di politica estera adotterà Biden nei Balcani. Mentre Trump ha focalizzato gli sforzi sul contenimento della Cina e sul rafforzamento della periferia orientale dell’Alleanza Atlantica, dedicando meno attenzione alle cosiddette “autocrazie” che Biden ha promesso di combattere, l’ex vicepresidente di Barack Obama sposterebbe il focus sulla difesa degli interessi di Tirana (e Pristina), sul dialogo preferenziale con le forze politiche ritenute democratiche e sul contrasto alle agende regionali di Mosca, Pechino e (forse) Ankara.

In breve, Biden, anche alla luce dei suoi trascorsi politici e delle sue convinzioni ideologiche, potrebbe aumentare le pressioni su Belgrado e Banja Luka in chiave antirussa per ricambiare il supporto elettorale ricevuto. Concretamente parlando, la nuova presidenza potrebbe rafforzare in maniera concomitante e simultanea la Nato tanto ad Est che a Sud-Est, ossia nei Balcani; un fatto, però, che potrebbe produrre degli effetti perversi, vanificando gli sforzi di Trump di allontanare Belgrado da Mosca e riaccendendo le animosità interetniche.

Ultimo, ma non meno importante, è possibile e probabile che Biden tenterà di ridurre l’influenza russa sull’Entità serba di Bosnia (Republika Srpska) nell’unica maniera possibile: il superamento degli accordi di Dayton e la riscrittura della costituzione. A questo proposito è fondamentale ricordare un intervento dello scorso agosto di Eric George Nelson, il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti a Sarajevo, inerente la possibilità di riformare la costituzione bosniaca e i soprascritti accordi quale modo per far uscire il Paese dallo stallo geopolitico e permetterne l’accesso all’Alleanza Atlantica.

Qualsiasi cosa intenderà fare Biden nei Balcani, in particolare quelli occidentali, potrà godere dell’importante lascito proveniente dal predecessore e di un passato recente dal quale attingere; la rete di alleanze politiche e di appoggi sotterranei costruita da Washington durante l’era Clinton, infatti, è ancora in piedi ed è in attesa di essere riattivata.