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Non solo Russia ed Usa sono alle prese con una riforma delle proprie Forze Armate, anche l’Italia sta subendo un cambiamento epocale – e tardivo – che sta interessando tutta la struttura della Difesa.

Nel Documento Programmatico Pluriennale per il triennio 2017-19, il governo ha infatti tracciato i nuovi indirizzi strategici sulla scorta di quel documento fondante che si attendeva da almeno 30 anni: il Libro Bianco della Difesa. Nel DPP vengono individuati nel contesto globale quelle criticità che coinvolgono direttamente gli interessi nazionali: al di là della crisi economico/sociale diffusa su scala mondiale, siamo davanti ad uno scenario più conflittuale caratterizzato da una diffusa instabilità animata da conflitti difficilmente circoscrivibili. Oltre al terrorismo diffuso vengono – finalmente – individuate quelle criticità legate al “cyber warfare” ed il rischio di conflitti ibridi, dove alle operazioni militari tradizionali si affiancano operazioni condotte con mezzi non convenzionali, e asimmetrici. Siamo pertanto davanti a due fenomeni geopolitici concorrenti e concomitanti: da un lato la progressiva globalizzazione dei fenomeni grazie all’elevato livello di interconnessione e dipendenza data dal mondo moderno, dall’altro un parallelo processo di frammentazione che crea indebolimento strutturale e destabilizzazione delle identità statali meno forti (vedere caso Spagna – Catalogna). Soprattutto però si assiste alla vitale centralità delle reti informatiche che aprono un nuovo scenario relativo ai correlati problemi di sicurezza del dominio cibernetico, da presidiare e difendere anche con la possibilità di sferrare “attacchi preventivi” verso quelle entità virtuali autori di eventuali attacchi. Si tratta di uno scenario particolarmente vulnerabile a causa della lacuna giuridica internazionale che lascia spazio ad attività di spionaggio e propaganda al terrorismo. Essendo quindi il Paese fortemente dipendente dalle moderne tecnologie informatiche, nel DPP viene espressa la necessità di difendere il dominio cibernetico per il quale dovranno essere dedicate risorse e sviluppate specifiche capacità operative. Pertanto si prevede la costituzione di un Comando Interforze per le Operazioni Cibernetiche (CIOC) per “dirigere, coordinare e condurre operazioni militari nello spazio cibernetico ad ampio spettro”. Secondo il Documento la iniziale capacità operativa in questo senso va raggiunta entro la fine di quest’anno entrando a regime a fine del 2019. Diventa fondamentale quindi l’acquisizione di adeguate capacità di difesa informatica e di “protezione attiva” per respingere eventuali aggressioni militari che si dovessero palesare. Questo obiettivo sarà raggiunto solo attraverso la valorizzazione degli asset nazionali già esistenti e attraverso l’accrescimento qualitativo e quantitativo delle figure professionali specializzate nel “cyber warfare”, cosa che succede già, da anni, in altri Paesi – come gli Usa – e che verrà realizzata in ambito Nato ed europeo tramite la realizzazione di un sistema di difesa cibernetica congiunto e integrato.

Tornando agli indirizzi generali viene ribadita la centralità dell’area euro-atlantica ed euro-mediterranea rivolgendo però maggiore attenzione alla seconda, data la particolare posizione geografica del nostro Paese: il Mediterraneo, soprattutto nel senso di “allargato” e cioè comprendente lo spazio ad esso adiacente che, ad est, si estende sino allo stretto di Bab el-Mandeb, rappresenta un’area geografica complessa attraversato negli ultimi anni da tensioni politiche spesso sfociate in veri e propri conflitti armati a medio bassa intensità: Libia, Siria e poi Somalia e Paesi del Golfo sono ancora direttamente legati alle sorti dell’Italia e quindi la loro stabilizzazione risulta vitale. La possibilità che fenomeni di natura terroristica possano destabilizzare aree a noi prossime oltre quelle già recentemente destabilizzate e colpire il nostro territorio nazionale è una ipotesi tenuta in gran conto pertanto è necessario che l’Italia assuma un ruolo attivo per raggiungere le condizioni di stabilità atte al mantenimento degli interessi nazionali: linee di comunicazione, approvvigionamento energetico ecc.

Questo sempre tenendo ben presente che lo strumento della Difesa ha, tra le tante missioni – ad esempio la salvaguardia dell’integrità del territorio nazionale – anche la difesa degli spazi euro-atlantici che si esplica nel contributo italiano alla difesa collettiva della Nato e dell’Ue, anche al di fuori delle regioni di intervento prioritario e limitrofo in accordo con la visione che prevede la costruzione di un sistema internazionale più stabile e sicuro. Obiettivo prioritario per portare a termine questi compiti è il raggiungimento di una Forza Integrata Nazionale che sia pienamente interforze, dotato di interoperabilità con gli alleati Nato e Ue, versatile e moderno, con la necessaria armonia tra i fattori qualitativi, capacitativi e quantitativi e, non da ultimo, sostenibile a livello finanziario.

Il bilancio infatti, sembra ancora pendere come una spada di Damocle sulla Difesa stante i numeri che vedono un trend negativo negli ultimi 9 anni nonostante i recenti interventi del Mise e del Mef che hanno provveduto rispettivamente a sostenere le spese per la ricerca tecnologica/industriale e per il finanziamento delle missioni internazionali. Il grafico del rapporto bilancio ordinario Difesa/Pil è impietoso: si è passati dall’1% del 2008 allo 0,8% del 2017 con un unico picco nel 2013 (0,92%). Questo per quanto riguarda il bilancio della funzione difesa quindi esclusa la funzione sicurezza del territorio (i Carabinieri) ed esclusi i contributi di Mise e Mef. Se sommiamo queste voci la percentuale passa dall’1,51% del 2008 al 1,37% del 2017. Non proprio un buon segnale alla Nato che durante il summit del Galles a settembre del 2014 ha stabilito che ciascun paese membro dovesse invertire la tendenza al ribasso e arrivare a stanziare il 2% del proprio Pil per la Difesa, istanza ribadita poi al più recente vertice di Varsavia (2016). Bisogna ammettere che siamo in buona compagnia dato che la maggior parte dei membri dell’Alleanza Atlantica ad oggi viaggia grossomodo sui nostri stessi valori, ma risultiamo dietro a Paesi come Grecia, Estonia, Uk, Francia, Romania Lettonia, Finlandia e Bulgaria. Un dato “geopolitico” interessante di questa classifica è che, fatta eccezione per Grecia, Francia e Regno Unito, la maggior parte dei Paesi dell’Est Europa è ai primi posti, sottolineando come questi sentano molto più il “pericolo russo” come presente e vivo.

Torniamo però in Italia, dove il valore di del rapporto bilancio difesa/Pil pari all’1,19% ammonta per l’anno in corso a 20.269,1 milioni di euro a cui va sommata una quota Mise pari a 2.550 milioni ed una quota Mef pari a 997,2 milioni di euro.

Complessivamente quindi il bilancio della Difesa registra un decremento pari al 4,1% complessivo nell’arco di un decennio, questo nonostante i contributi – importanti – del Mise che ha visto aumentare il proprio peso del 78% nello stesso arco temporale, passando dai 1.512 milioni di euro del 2008 ai 2.704 attuali.

Questo trend negativo che sembra inarrestabile di certo compromette l’efficienza delle nostre Forze Armate e malauguratamente andrà ad inficiare sui possibili programmi di sviluppo futuri, anche in considerazione del fatto che le risorse sono ancora mal ripartite tra le varie voci. La maggior fetta del bilancio infatti va nel personale, nonostante la riduzione degli organici per effetto del decreto “Di Paola” di qualche anno fa, che ora ammontano circa a 170mila unità, lasciando poco spazio all’esercizio e agli investimenti: il personale infatti intercetta il 74% delle risorse a fronte del 9,6 dell’esercizio e del 16,2 dell’investimento. Siamo ancora molto lontani dall’obiettivo fissato dalla riforma di un più equilibrato 50-25-25.