This ain’t Texas (woo)/ ain’t no hold ‘em (hey)/ So lay your cards down, down, down, down. Quanto può essere rivoluzionario un paio di strofe che tuona: Questo non è il Texas/ Non è un hold ’em / Quindi metti giù, giù, giù, giù le tue carte? Apparentemente poco, soprattutto se si incastra in un filone leggero come il pop e non nell’alveo della musica sedicente “impegnata”. Tuttavia, Hold’em, il titolo della canzone in questione possiede in sé un potenziale rivoluzionario. Soprattutto se a sfornarla è quella multinazionale della musica come la signora Beyoncé Giselle Knowles, meglio nota come Beyoncé.
Ma cosa avrebbe di diverso questa traccia, secondo estratto dal disco Reinassence Act II, rispetto alla precedente discografia della cantante? Chiacchieratissimo fin da prima della sua uscita, il disco aveva fatto molto discutere già in occasione della finale del Super Bowl, quando la cantante aveva rilasciato due brani dell’album, Texas Hold’em, per l’appunto, e 16 Carriages. Brani ricchi di sonorità country, una vero manifesto di ri-appropriazione di un genere che da sempre è stato appannaggio dei WASP, lasciando ai neri d’America soltanto il jazz e parte della tradizione blues. Tralasciando ammiccamenti, calze a rete abbinate a micromutande e cappelloni da cowboy, l’atto della cantante ha del rivoluzionario soprattutto in un momento così delicato della storia americana, segnato da profondi cleavage che tormentano l’America. Il 2024, poi, non è un anno come gli altri: mancano sette mesi all’elezione chiave che riporterà alla Casa Bianca Joe Biden o Donald Trump.
In un momento in cui il movimento Black Lives Matter sembra battere in ritirata pur in assenza di progressi in fatto di diritti dei neri, è proprio una cantante black che rompe un tabù culturale, urlando alla nazione intera, da un palco sacro agli Americani, che il country non è solo dei bianchi. Che l’America e la sua storia non è solo white. Diverso il percorso della collega Jennifer Lopez-aka Jenny from the block-che ha fatto di se stessa un manifesto dei latino, raccontando un altro volto della popolazione americana, oltre ad aver promosso e sdoganato la seconda lingua del Paese. Un merito culturale riconosciuto dalla stessa Casa Bianca, che la volle alla cerimonia di insediamento del presidente Biden nel 2021 a cantare nientepopodimeno che This land is your land di Woody Guthrie, leggenda del folk americano. Ma se Lopez con la propria carriera ha cercato di raccontare l’America degli ispanici, Beyoncé ha fatto molto di più: la cantante si racconta in quanto americana, rompendo un tabù come quello del country “per pochi”.
Un atto che non è meramente musicale, ma soprattutto politico. Quel banjo che ha origini in Africa, infatti, riproposto dalla cantante pop, ha scatenato un vespaio di polemiche fra i puristi (forse razzisti?) e gli amanti del melting pot. In queste settimane, infatti, i social e l’ufficio stampa dell’artista sono bersagliati da critiche di ogni genere. Nemmeno a dirlo, è soprattutto il sud ancora fermo ai tempi delle leggi di Jim Crow, che si rifiuta di accettare questa provocazione. Le più blasonate radio country dell’Unione si rifiutano di passare il pezzo, travestendo l’avversione per l’operazione da scelta “sulla qualità”: il prodotto di Beyoncé non sarebbe vero country e, dunque, non sarebbe degno di essere passato. Peccato che il severo crivello non venga utilizzato con tutta la musica nazionale…
Che la musica pop abbia da sempre avuto un’influenza importante nel raccogliere voti, questo è indubbio. Del carrozzone per le presidenziali, infatti, fanno parte gruppi e cantanti in grado di spostare voti, da una parte e dall’altra, sebbene il fenomeno sia più accentuato nei dem. Questa incursione, tuttavia, è stata subito additata dagli incalliti del Maga come una losca cospirazione del buon vecchio Biden, che starebbe utilizzando Beyoncé per la sua corsa elettorale. Come? Presto spiegato: Uno studio del 2020 condotto dalla Coleman Insights, aveva rilevato che fra i sostenitori di Trump, in una classifica di 100 canzoni del cuore, la top 50 è composta da classici country. Compito della signora Beyoncé sarebbe, dunque, quello di “lavare” questo genere, e il suo bianco-che-più-bianco-non-si-può, convertendolo ai valori democratici. Eccezion fatta per Dolly Parton, ugualmente santa per tutti, nonché patrimonio nazionale assieme alla sua Jolene. L’idea fa sorridere, ma se il 18% degli Americani ha creduto nella “Taylor Swift cospiracy“-il complotto secondo cui la cantante sarebbe assoldata da Biden-perché non credere a quella di Beyoncé?
La domanda sorge spontanea: il country contenuto in Hold’em può spostare voti e far vincere Biden? Se, in teoria, tutto può spostare consenso, anche questa mossa può contribuire a dare una scossa a una fetta di elettorato, quello black, solitamente fedelissimo alle urne. “Questo è un disco soprattutto di Beyoncé“, ama ripetere la cantante. Forse ha ragione: ad appiccicare etichette rivoluzionarie si fa sempre danno. Accadde la stessa cosa per Bob Dylan, che ancora oggi punta il dito contro chi lo trascinò per la giacchetta a diventare menestrello di una generazione. Consapevole o inconsapevole che sia l’autrice, il disco-lungo ben 79 minuti- traccia un terreno comune fra le etnie e tra i due elettorati, parlando soprattutto agli elettori non polarizzati. Ma apre un importante dibattito politico su ciò che è l’America e soprattutto su chi è l’americano. Uno, nessuno e trecento milioni.
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