Sin dal suo ritorno al potere nel dicembre 2012 dopo la breve parentesi da Primo Ministro a cavallo tra il 2006 e il 2007, Shinzō Abe ha letteralmente rivoluzionato il Giappone. Il trionfo del suo Partito Liberal-Democratico alle elezioni anticipate del 22 ottobre scorso hanno spianato la strada per il quarto mandato ad Abe, divenuto di fatto il più potente uomo politico del Paese dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.

Con le sue riforme e le sue prese di posizione, il Primo Ministro ha condizionato infatti la rotta assunta dal Paese sulle più importanti questioni economiche, geopolitiche, sociali e, come riportato da Sheila Smith su The Diplomat, dopo essersi assicurato una leadership incontrastata in seno al suo partito “ha apportato cambiamenti significativi al Giappone”.

Per certi versi, Abe è per il Giappone ciò che Xi Jinping è per la Cina: il leader che ha guidato una potenza economicamente avanzata ma “immatura”, se non imbelle nel caso del Giappone, dal punto di vista geopolitico e strategico a una crescente presa di consapevolezza delle proprie potenzialità, delle proprie responsabilità, del proprio ruolo nel mondo. Shinzō Abe e Xi Jinping sono i perfetti rappresentanti di un nuovo concetto di leadership che in Cina e Giappone ha preso piede mano a mano che cresceva la consapevolezza del crescente ruolo mondiale dell’Asia-Pacifico.

Dall’Abenomics alla riforma costituzionale: le vittorie di Abe

Le riforme operate dal leader del Partito Liberal-Democratico hanno interessato, in prima battuta, l’economia: se infatti le “tre frecce” dell’Abenomics (ampliamento della base monetaria, stimolo fiscale per investimenti in Giappone e riforma strutturale del sistema previdenziale) hanno acquisito notorietà planetaria tra il 2012 e il 2014, la seconda fase della nuova politica economica di Tokyo è ancora più ambiziosa.

La “Abenomics 2.0”, varata nel 2015, nelle intenzioni del Primo Ministro, punta a rispondere alla problematica del basso tasso di natalità e a garantire ulteriore slancio alla crescita economica, contribuendo a creare “una società in cui ognuno dei 100 milioni di giapponesi potrà giocare un ruolo attivo”. Le “tre nuove frecce” sono state individuate nella crescita del  PIL del 20% tra il 2015 e il 2021, nell’innalzamento del tasso di fertilità da 1,4 a 1,8 figli per donna e nell’innalzamento delle garanzie sociali per la tutela sociale di emarginati ed anziani.

Politiche di ampio respiro, sintomatiche di una volontà politica a lungo raggio che Abe ha saputo trasmettere al mondo politico giapponese, incassando l’appoggio per la vera e propria pietra miliare del suo cursus honorum: la riforma costituzionale, che vede la sua strada spianata dopo il voto di ottobre e che comporterebbe il superamento della clausola pacifista contenuta nell’Articolo 9, punto di partenza per l’azione del Giappone nel mondo dalla fine del secondo conflitto mondiale a oggi.

Proprio nella proposta di riforma costituzionale Abe ha dimostrato di saper leggere nel profondo l’animo e l’orgoglio dei giapponesi, popolo che dopo decenni di progresso economico ha percepito, con l’inizio dell’era globale e l’insorgere di diverse difficoltà interne, una scissione tra il peso economico del Paese e la scarsa rilevanza di Tokyo nel  mondo.

Geopolitica del Giappone di Abe

La concezione di Abe della politica estera è basata sulla volontà di superamento dei tradizionali equilibri degli ultimi settant’anni, che hanno visto Tokyo conformarsi al ruolo di “protettorato militare” degli Stati Uniti. Per quanto il Giappone continui a percepirsi alleato dell’Occidente, mira al tempo stesso a giocare un ruolo autonomo più spiccato nel dispositivo pacifico, puntando a sviluppare maggiormente i propri interessi nazionali.

Il superamento del paradigma pacifista e il graduale riarmo avviato dalla ricostruzione della flotta, che potrebbe definitivamente prendere piede se la riforma costituzionale andrà in porto, si sovrappongono alla ripresa della dialettica con la Cina, Paese percepito come indispensabile partner economico ma, al tempo stesso, come inevitabile rivale nella regione asiatica ed oceanica.

Il Giappone di Abe ha saputo condurre iniziative assertive, riuscendo a far sentire la propria voce nella crisi della penisola coreana e a imbastire un progetto economico-geopolitico in sinergia con l’India, che mira a sviluppare un’alternativa credibile alla “Nuova Via della Seta”. Discorsi su influenza regionale e accrescimento della potenza nazionale non sono più tabù in Giappone: tuttavia, Abe dovrà essere in grado di sistematizzare i risultati raggiunti, tramandando un’adeguata eredità politica entro e fuori i confini del suo partito.

La riscoperta dell’interesse nazionale nipponico e le nuove politiche economiche, infatti, prospettano un ambizioso disegno di ampia prospettiva che ha garantito al Giappone un nuovo ruolo di protagonista nelle dinamiche mondiali, ma che dovrà essere adeguatamente gestito: il gap apertosi in sette decenni non si può infatti colmare in pochi anni, e la classe dirigente nipponica dovrà essere cosciente di questo fatto e varare politiche coerenti.

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