Le turbolenze di fine giugno che hanno segnato la Russia non sono ancora finite. Per capire quali sono (e saranno) gli strascichi della rivolta del 24 giugno ad opera di Yevgeny Prigozhin servirà tempo. Servirà tempo per capire l’esatta dinamica intorno all’assalto del gruppo Wagner, e servirà anche tempo per comprendere se il potere di Vladimir Putin ne sia uscito ridimensionato o rafforzato. È possibile, però, utilizzare i fatti per provare a dare una prima lettura. Un’analisi che parta da un presupposto: il tentato golpe è fallito e i suoi autori sono in fuga, agli arresti o comunque braccati. Quindi sorge spontanea una domanda: e se quella di Putin fosse stata una scommessa, una grande scommessa?

I fatti: dall’assalto alla mediazione

Partiamo da quello che sappiamo. Il 24 maggio, in meno di 24 ore siamo passati da un possibile colpo di Stato coi tank a 200km da Mosca, alla resa dell’autore di questo “assalto” al Cremlino. Alle 19:30 circa, ora italiana, le agenzie hanno battuto la notizia di una mediazione di successo condotta dal presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko che ha portato la Wagner ha cessare l’avanzata verso la capitale e a ritirarsi. Non solo. Nella stessa mediazione è stato previsto “l’esilio” di Prigozhin in Bielorussia. Allo stesso tempo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha invitato i miliziani della Wagner a entrare tra le file dell’esercito, firmando contratti regolari col ministero della Difesa. Segno evidente che il potere moscovita sta lavorando per assorbire la Wagner e portarla sotto il suo diretto controllo.

A una settimana dal tentato golpe siamo venuti a conoscenza di altri dettagli che ci fanno capire come il Cremlino non fosse del tutto all’oscuro. Funzionari dell’intelligence occidentale hanno raccontato al Wall Street Journal che il piano ordinario di Prigozhin fosse ben diverso. Il progetto del leader della Wagner era quello di catturare i due esponenti del potere militare russo, il ministro della Difesa Sergei Shoigu, e il capo di Stato maggiore Valerj Gerasimov durante una delle loro visite nei territori in mano alle forze russe lungo la linea del fronte in Ucraina.

Il blitz però non è mai avvenuto perché scoperto 48 ore prima dal Servizio federale per la sicurezza (Fsb). Uno scenario che nei fatti ha creato una strada obbligata per Prigozhin verso il velleitario tentativo del 24 giugno. Anche il generale Viktor Zolotov, comandante della Guardia nazionale russa, ha spiegato come le autorità di Mosca fossero bel al corrente dei piani della Wagner. Questo ci dice almeno due cose: le mosse di Prigozhin non sono state una “sorpresa” e che a Mosca qualcuno ha deciso di farle succedere in una sorta di “esplosione controllata”.

I risultati della scommessa

Questa “scommessa” putiniana alla fine ha avuto dei risultati tangibili. Proviamo a metterli in ordine. In primo luogo non ci sono stati spargimenti di sangue, se non schermaglie tra il convoglio della Wagner e le forze russe. Fonti di Mosca hanno parlato di 13 vittime, ma niente di paragonabile a rivolte soffocate nel sangue. In secondo luogo lo stesso Prigozhin è stato messo fuori gioco. Da mesi il capo della Wagner si era contraddistinto come una spina del fianco dell’amministrazione del Cremlino. Sempre sopra le righe, sempre all’attacco di Shoigu e Gerasimov. Oggi la “testa” della Wagner ha smesso di lanciare proclami su Telegram. Mosca giura, parola di Peskov, di non sapere dove si trovi, mentre in molti parlano di lui come di un possibile target di sicari provenienti da Mosca. Da Kiev, addirittura, il capo dell’intelligence militare ucraina Kyrylo Budanov, parla di come l’Fsb sia stato incaricato di assassinare lo Chef.

Rimane il nodo della Wagner. Il 1 luglio è entrato in vigore il provvedimento che dovrebbe portare tutte le compagnie militari private nell’alveo del ministero della Difesa. Il loro futuro rimane quanto mai incerto, Mosca non ha ancora fatto sapere come intende assorbire i combattenti. Quello che è certo è che ministero della Difesa e Forze armate sanno bene come il know how del Gruppo Wagner, le cui specializzazioni spaziano dall’antiterrorismo alla controinsurrezione, possa servire e che quindi andrà trovato un modo di gestirlo.

Intanto il capo del comitato di Difesa della Duma, Andrei Kartapolov, ha fatto sapere che per il momento la Wagner non combatterà più in Ucraina, ma soprattutto che vista la mancata firma del contratto con il ministero verranno tagliati finanziamenti e forniture. Nel frattempo, ha notato la Bbc, il reclutamento del gruppo prosegue in diversi centri della Russia. Segno che Mosca non ha fretta di chiudere il gruppo e la sua struttura. Troppo utile anche per mantenere la propria influenza in altri contesti, Africa in testa.

Un terzo aspetto da considerare, come insegna il golpe in Turchia nel 2016, è la possibilità di fare pulizie interne. Se è vero che sia il popolo russo che grosse fette dell’esercito non hanno preso parte al convoglio della Wagner, è altrettanto vero che nell’ultima settimana diverse nubi si sono addensate su figure chiave della Difesa russa.

Il caso più eclatante è quello di Sergej Surovikin, ex generale alla guida delle operazioni speciali in Ucraina, scomparso nel dopo-putsch fallito in modo misterioso. Sulla stampa americana sono apparsi retroscena sempre più dettagliati sul suo coinvolgimento, col chiaro intento di aumentare il livello di densità della nebbia e di intensità dello scontro nella Russia del dopo-Wagnerazo.

Il primo giornale a intromettersi nella questione Surovikin è stato il New York Times, secondo il quale il generale sarebbe stato a conoscenza dei progetti di Prigozhin, in particolare dell’intenzione di rivoluzionare i vertici della Difesa, spalleggiato pochi giorni dopo dalla bomba sganciata dalla Cnn (e imbeccata dal Russian investigative Dossier Center): Surovikin avrebbe fatto parte di un programma di membership Vip della Wagner, con una sorta di tessera datata 2018. Non solo: oltre a lui, di suddetto programma, avrebbero fatto parte altri 30 ufficiali di esercito e intelligence. Il Gruppo Wagner era diventato una sorta di P2 in salsa russa.

La Cnn scrive che, per ora, non c’è la dimostrazione che Surovikin fosse a libro paga di Prigozhin, ma sottolinea come questo “tesseramento” sia la prova che ci fossero legami profondi tra esercito e gruppo mercenario. Esercito che il gruppo mercenario avrebbe voluto mutare dall’interno, sovvertendolo col modus operandi tipico delle sette.

Osservando i fatti sotto questa prospettiva di può capire come per il momento la scommessa di Putin stia pagando. È sicuramente prematuro trarre conclusioni definitive, troppe sono le cose che non si conoscono. Anche perché le informazioni che arrivano da Est sono sempre accompagnate da una cortina fumogena, un’ombra tipica dell’arte di disinformare ex sovietica.

Il generale Sergei Surovikin e il presidente russo Vladimir Putin
Foto: EPA/MIKHAEL KLIMENTYEV/SPUTNIK/KREMLIN POOL

Putin vince il primo tempo, ma il secondo…

Analisti e cremlinologi discordano sull’interpretazione del “Wagnerazo”: per alcuni è stato un episodio assimilabile in tutto e per tutto a un tentato putsch, per altri è stato un rumoroso ammutinamento che mai ha avuto come obiettivo la presidenza. Ma resta il fatto che, fosse Putin un obiettivo o meno, Prigozhin un’indelebile e provocatoria marcia su Mosca l’ha tentata.

Il Wagnerazo avrebbe dovuto rappresentare l’inizio della fine del sistema putiniano, che quest’anno ha spento la candelina numero ventitré, ma gli eventi successivi hanno smentito tale ipotesi: la piramide del potere ha retto all’urto e, per di più, ha iniziato a smembrare e ad assorbire quel Frankenstein che era diventato il Gruppo Wagner.

Se di scommessa si è trattato, certo è che, al momento, Putin l’ha vinta: depotenziamento del Gruppo Wagner – che sta scivolando sotto il controllo dello stato –, esilio dello scomodo Prigozhin in Bielorussia – dove potrebbe trovare la morte oppure rifarsi come guardiano dell’ultimo feudo dell’impero europeo di Mosca – e stanamento di doppiogiochisti, traditori e voltagabbana nell’establishment.

Russia 2023 come Turchia 2016: una sedizione di cui lo stato profondo era a conoscenza sin dalle fasi dell’ideazione e la cui materializzazione non è stata intralciata perché essenziale al raggiungimento di determinati scopi politici, dai repulisti nei gangli del potere all’innesco di un effetto raduno attorno alla bandiera alla vigilia delle presidenziali del 2024.

Prigozhin voleva che Putin lo ascoltasse. Putin aveva bisogno che Prigozhin rendesse un poltergeist lo spettro di un ritorno al 1917, mettendosi a capo di una sedizione utile ad imprimere nelle menti dei russi l’immagine di una nuova fase buia da strumentalizzare in campagna elettorale ed essenziale a capire reali sentimenti e schieramenti nelle stanze dei bottoni e per le strade.

Il sistema ne è uscito rafforzato, le purghe sono (r)iniziate, come emblematizzato dalla morte di Kristina Baikova (Loko Bank), e a pochi chilometri di distanza da Kiev è stata installata la nuova centrale operativa della Wagner, un potente distrattore che non potrà non avere effetti distorsivi sulla strategia militare della presidenza Zelensky. Primo tempo vinto, ma al prezzo di innestare dubbi sulla reale solidità del sistema Russia, su cui grava come non mai l’ombra della tribalizzazione.