Nell’anomalo clima dell’ultimo fine settimana prima delle nuove restrizioni anti-Covid del periodo natalizio è passato con minore clamore di quanto si aspettasse quanto dichiarato al Corriere della Sera dal coordinatore nazionale di Italia Viva, Ettore Rosato, secondo cui il governo Conte II avrebbe gradualmente perso, fino a dissiparla completamente, la fiducia dei renziani. Un’uscita che conferma quanto su InsideOver si era scritto già nei giorni scorsi, e cioè che l’interlocutoria fine della verifica di governo in nome della risoluzione del nodo della legge di bilancio e delle norme anti-contagio avesse solo rimandato all’anno nuovo la crisi dell’esecutivo.

Rosato, che è il membro del partito di Renzi più vicino all’ex premier, non esclude dunque una crisi se non si arriverà a un rimpasto di ministri e apre all’ipotesi di un nuovo esecutivo, anche capace di escludere Conte. E non è improbabile che a far da detonatore al “big bang” di Italia Viva possano esser state le ambigue manovre di Conte di fronte alle richieste dei partiti di cedere la delega ai servizi segreti.

Com’è noto, il premier è da tempo oggetto di pressioni per cessare i suoi “giochi” politici con i servizi di sicurezza, ritenuti a livello istituzionale un baluardo della Repubblica, e di nominare l’autorità delegata alla sicurezza della Repubblica, introducendo una casella dell’esecutivo ambita da Movimento Cinque Stelle, Partito Democratico e Italia Viva. Conte, secondo le ricostruzioni, ha accettato l’idea della delega ma vorrebbe nominare una figura a sua immagine e somiglianza, extra-partitica e “istituzionale”, per non cedere le sue prerogative sostanziali. Affari Italiani ritiene che proprio questo vero e proprio diktat di Conte ai partiti sia alla base dell’affondo renziano contro Conte, accusato di eccessivi personalismi e, sotto traccia, di voler coltivare ambizioni politiche personali che per la collocazione ideologica del premier (tra il centro e il centro-sinistra) lo porterebbero a confliggere con il mondo renziano in future tornate elettorali.

Le dighe anti-crisi rischiano di esser pericolosamente messe sotto pressione e di esser sfondate. L’astio personale tra Conte e Renzi, la difficoltà dei partiti maggioritari nella coalizione (M5S e Pd) di trovare una vera sintesi politica su cui far convergere i duellanti, le competizioni interne all’esecutivo, la volontà di più parti (Italia Viva e Pd) di godere della luce riflessa della nuova era statunitense targata Joe Biden facendo pesare la vicinanza politica all’amministrazione al tavolo delle trattative governative e un continuo scaricabarile sui disastri causati dagli errori nella gestione della seconda ondata di Covid-19 e della crisi economica creano un contesto di caos e disorganizzazione.

Potremmo parlare di un vero e proprio “stallo alla messicana”, se non fosse che in questa partita a confliggere non sono le visioni contrapposte di Conte, premier in perenne ricerca di un compromesso che gli consenta di sopravvivere a sé stesso, e Renzi, a cui va riconosciuta la volontà di porre dei temi per il futuro dell’Italia ma anche una sostanziale ipocrisia nella sua riflessione sul loro sviluppo, ma principalmente i loro ipertrofici ego. Si litiga non sul come sfruttare il Recovery Fund, ma su “chi” debba gestirlo. Si discute sui poteri del premier, non sulla loro applicazione. E anche i servizi sono guardati con l’occhio di chi mira prima a lottizzare, poi ad amministrare un patrimonio comune della difesa degli interessi nazionali italiani. Chiamiamolo “stallo all’amatriciana”, se vogliamo. E in questa partita a tutto campo l’errore principale di Conte è stato pensare di poter tirare dritto su un dossier tanto delicato quanto quello dell’intelligence, fatto che ha creato sconcerto nei partiti, al Copasir e anche al Quirinale.

Il silenzio di Mattarella sulla crisi in arrivo è emblematico, anche se il Quirinale ha provveduto a sentire entrambi i contendenti in privato invitando alla responsabilità. Come detto di recente, Mattarella non vuole apparire di parte e compromettere la sua capacità d’azione politica in tempi complessi per l’Italia per togliere a Conte e Renzi le castagne dal fuoco nella crisi più assurda della recente storia repubblicana.

“Anche al Quirinale”, nota Affari Italiani, “ormai temono che la situazione possa sfuggire di mano fino ad arrivare ad una possibile crisi di governo. La linea al momento è quella di non intervenire in un senso o nell’altro, per evitare di essere strumentalizzato dalle parti” e di aspettare, in caso di tensioni nella maggioranza, che un incidente parlamentare o eventuali dimissioni di Conte aprano la crisi prima di fare anche una sola mossa.

La pandemia ha accelerato diversi processi, tra cui nella politica italiana la rincorsa di Conte verso una posizione di potere rafforzata. Il premier, sul lungo termine, ha finito per giocare sul fuoco. E in conclusione di 2020 è sintomatico che la crisi rischi di aprirsi proprio per un conflitto di personalità inconciliabili come quelle del premier e del suo predecessore toscano. La politica, quella vera, appare sullo sfondo. E anche i dossier più caldi, come quello dei servizi segreti, sono strumentalizzati apertamente per fini di parte e per calcolo di brevissimo termine. Forse questo è il più preoccupante campanello d’allarme da tenere d’occhio nelle settimane in cui la coalizione giallorossa va verso una vera e propria implosione.

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