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Politica

La rivolta del Rif incendia il Marocco

Per anni il Marocco è stato, giustamente, considerato il Paese più stabile del Nordafrica. La monarchia marocchina, con il re Mohammed VI saldamente sul trono, ha dimostrato una certa impermeabilità sia ai movimenti estremisti sia alle cosiddette Primavere Arabe, riuscendo...

Per anni il Marocco è stato, giustamente, considerato il Paese più stabile del Nordafrica. La monarchia marocchina, con il re Mohammed VI saldamente sul trono, ha dimostrato una certa impermeabilità sia ai movimenti estremisti sia alle cosiddette Primavere Arabe, riuscendo a sopravvivere, fino ad ora, alle ondate di proteste e radicalismo che hanno sconvolto tutta l’Africa settentrionale dalla Tunisia all’Egitto. Tuttavia, in questi ultimi mesi, anche il Marocco vive sul suo territorio un movimento di protesta molto forte e il più possibile taciuto sia dalla stampa locale sia dai grandi media internazionali. La regione del Rif, la parte settentrionale del Marocco, è infatti in stato di forte agitazione da molte settimane e la protesta non sembra doversi placare.

La rivolta del Rif ha un casus belli recente, e cioè l’uccisione di un venditore di pesce, Mohcine Fikri, da parte della polizia. La sua barbara uccisione, con il video pubblicato su internet, ha indignato il Paese, sollevando proteste in tutte le città del Marocco. Ma lì, nel Rif, la regione dove è avvenuto il pestaggio, era chiaro che non sarebbe finita presto. E l’intera regione, in particolare la città di Al Hoceima, scende da settimana in strada con migliaia di manifestanti, non soltanto per chiedere giustizia per la brutale morte di Fikri, ma per protestare contro l’intera politica marocchina nei confronti del Nord.





La popolazione berbera del Rif non ha mai avuto ottimi rapporti con lo Stato del Marocco, e occorre partire dalla storia per comprendere le radici di questa protesta. Nel Novecento, il Rif, sotto la guida del leader berbero Abd el-Krim, si sollevò contro la colonizzazione spagnola e proclamò una repubblica indipendente di tribù confederate, il cui sogno s’infranse con una guerra terrificante condotta dalle truppe spagnole e francesi. Dopo l’indipendenza del Regno del Marocco, il Rif confermò essere un fattore di instabilità del Paese, tanto che il padre dell’attuale Re, Mohammed V, non considerò mai l’area né per gli investimenti né per migliorare le infrastrutture esistenti. Con l’ascesa al trono del figlio, qualcosa è cambiato, c’è stata una sorta di lieve pacificazione ed anche una maggiore politica d’investimenti economici, ma non abbastanza per placare il malcontento di una regione che si sente abbandonato ormai da mezzo secolo dal governo centrale.

Dopo quasi un secolo da quella rivolta guidata da Ab del-Kri, un suo lontano discendente, Nasser Zefzafi, guida del movimento di contestazione popolare “Hirak Chaabi”, ha riunito migliaia di abitanti per tornare a protestare contro il governo. Il problema fondamentale, al netto dell’uccisione del venditore di pesce, è il sentimento di malcontento e la povertà endemica della regione. Per decenni, il Rif è stato dimenticato dalle istituzioni, e la vicinanza alle frontiere con la Spagna ha permesso lo sviluppo della coltivazione e del traffico di droghe: un commercio fiorente che ha rappresentato buona parte dell’economia sommersa della regione. Con la guerra alla droga promossa dal governo del Marocco e soprattutto con i controlli imposti dalla Spagna e dall’Unione Europea, la regione ha subito non ha ricevuto aiuto per convertire l’economia da criminale a legale. Il che ha significa che la popolazione, che prima sopravviveva in buona parte grazie alla coltivazione e alla distribuzione della cannabis. La protesta è quindi nata, in via primaria, come protesta per le condizioni precarie della vita della regione, la mancanza di lavoro e l’incapacità di costruire una struttura sociale ed economica almeno pari a quella del resto del Marocco.

Il problema però, come in ogni protesta laica che scaturisce dalla pancia dei Paesi del Nordafrica e del Medio Oriente, è che a questi sentimenti di rivolta per motivi civili, s’installino ben presto movimenti di matrice islamista. Il timore, per il Rif, è che questo posto lo occupi un movimento che il Regno del Marocco da sempre considera un pericolo: Al Adl Wal Ihsan, che tradotto significa “Giustizia e Spiritualità”. Il movimento è considerato da più parti la più grande organizzazione islamista del Marocco, anche se non esistono fonti ufficiali che diano i numeri dei suoi appartenenti e delle sue forze. Ma è bastato vederli per la prima volta in piazza l’11 giugno ad Al Hoceima per comprendere i rischi di un loro inserimento nella protesta. La dimostrazione di organizzazione e di capacità di mobilitazione mostrata nel giugno scorso nel Rif ha reso chiaro a tutti che il vero pericolo di queste proteste e che si convertano presto nel terreno di una rivolta di matrice islamista più che sociale.

Il programma di Al Adl Wal Ihsan è di fondare il Marocco su base religiosa. Non salafita, perché si fondano sul sufismo marocchino, ma comunque di stampo nazionale e religioso. Il loro obiettivo è destituire il Re dal potere religioso, ritenendolo una figura autoritaria che non deve avere alcun ruolo nell’islam marocchino. Durante la Primavera Araba, quando anche il Marocco ebbe alcune lievi proteste, si unirono ai movimenti di sinistra per poi tornare a uno stato di quiescenza. Una strategia ad ampio respiro che per ora li ha lasciati nell’ombra e lontani da ogni forma d’infiltrazione esterna: ma adesso, con il Rif, sembrano poter tornare alla ribalta.

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