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Da qualunque parte lo si guardi, il 2016 ha rappresentato l’anno della svolta. L’anno in cui il popolo britannico ha deciso di lasciare l’Unione europea, avviando la cosiddetta Brexit, e gli americani hanno eletto Donald Trump alla Casa Bianca. Due eventi che, senz’altro, hanno segnato una rottura e che hanno dimostrato che lo scontro tra popolo ed élite – per usare un’espressione cara a Steve Bannon, lo stratega che tanta parte ha avuto nel successo di The Donald – era ormai diventata una cosa seria.

Ed è per questo che nel 2016 due docenti universitari – Roger Eatwell e Matthew Goodwin – hanno deciso di analizzare questo fenomeno in un libro intitolato National Populism. The Revolt Against Liberal Democracy. Il nazionalismo 2.0 non poteva più essere sottovalutato. Si doveva – e ancora oggi si deve – comprendere le vere radici di questo cambiamento. Un cambiamento che il prossimo 26 maggio, in occasioni delle elezioni europee, potrebbe modificare il volto del Vecchio continente.

Europa ribelle

Il populismo non nasce oggi. Non è solamente il frutto della crisi del 2008 o di quella dei rifugiati seguita alle Primavere arabe. Ma ha radici più profonde, come scrivono Eatwell e Goodwin. Negli anni Ottanta – mentre il muro squarcia non solo il volto di Berlino e sancisce la divisione tra l’Occidente e l’Unione sovietica – Jean-Marie Le Pen, leader del Front National, e Jörg Haider, a capo del Partito della Libertà Austriaco (Fpo), cominciano ad ottenere successi importanti. Nel 1988 i nazionalisti francesi ottengono il 14% delle preferenze e nel 2002 riescono a fare ancora meglio, arrivando a un passo dall’Eliseo.

Tra il 1990 e il 2000 nascono movimenti populisti in tutto il Vecchio continente e nel 2004 lo Ukip di Nigel Farage ottiene il suo primo risultato importante. E questo – sottolineano i due autori – mentre l’economia britannica vola. Un dato singolare, che smonta una delle prime inesattezze su questi movimenti: non è vero che l’ascesa dei populisti è da imputare ai problemi economici del Vecchio continente degli ultimi anni.

E non è neppure vero – sostengono Roger Eatwell e Matthew Goodwin – che i populisti siano solamente “uomini bianchi e arrabbiati”. Basti pensare che Trump ha ottenuto il 28% dei consensi dalla comunità latina. Certo, a volte può capitare che questi movimenti possano catalizzare il voto di frange estremiste. Ma sarebbe riduttivo catalogare il tutto come “fascismo”.

Quella a cui ci troviamo davanti è senza dubbio una rivolta contro il sistema europeo e occidentale. Sempre più spesso, infatti, capita che i cittadini Ue sentano Bruxelles e Strasburgo lontane dalle loro necessità. Gli organismi europei vengono visti come incapaci di risolvere il vero problema della gente. Ed è proprio a questo malcontento che attingono i movimenti populisti che, come scrivono i due autori nella loro conclusione, cambieranno la politica di molte nazioni occidentali e per molto tempo.

La sfida è già iniziata. Il prossimo 26 maggio rappresenterà il giro di boa. Se i partiti populisti, come sembra dai sondaggi, sapranno aumentare i loro consensi, allora i partiti tradizionali dovranno cominciare a ripensare se stessi. In ballo c’è il futuro stesso dell’Unione europea.

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