La rivincita dello “Stato Profondo”

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I 59 missili Tomahawk lanciati da unità della flotta statunitense nel Mediterraneo verso l’aeroporto siriano di al-Shayrat, hanno provocato danni materiali relativamente ridotti alle infrastrutture controllate dal governo di Damasco ma hanno provocato un vero e proprio terremoto politico a livello internazionale. Oltre alla gravità del precedente,  è importante sottolineare come l’azione irruenta e improvvisa ordinata da Trump in risposta al presunto attacco chimico di Idlib, che sembra richiamare i tempi dell’unilateralismo made in Bush, abbia definitivamente segnato la svolta negli approcci di Washington alla politica estera, direttamente collegata agli esiti della lotta di potere accesasi negli ambienti circondanti la Casa Bianca.A guidare la mano di Trump, infatti, è stata l’influenza del cosiddetto Deep State, lo “Stato Profondo” trasversale agli ambienti politici, al mondo dei servizi segreti e a settori delle forze armate, profondamente ideologizzato dal pensiero neoconservatore e fautore di un’aggressiva, persistente azione interventista in politica estera. Deep State che nei cinque mesi successivi alla vittoria di Donald J. Trump alle elezioni presidenziali di novembre ha lentamente messo sotto pressione l’attuale inquilino della Casa Bianca, affrontando attraverso suoi settori una dura battaglia riguardo i controversi dossier del Russiagate, ma che in maniera repentina, quasi improvvisa, è riuscito a prevalere grazie alla saldatura con le alte sfere del Pentagono, portando a termine in soli due mesi e mezzo la “normalizzazione” del Presidente, trasformatosi in tutto e per tutto in un membro dell’establishment che si proponeva di esautorare.La dinamica che si è prodotta in un lasso di tempo tutto sommato ristretto è stata frutto di numerose contingenze e della sostanziale mancanza di una linea guida nella gestione delle politiche dell’amministrazione: per comprendere come lo “Stato Profondo” e il Pentagono si siano innestati in maniera pervicace nell’amministrazione Trump bisogna risalire alle settimane successive al sorprendente successo del Tycoon newyorkese alle elezioni presidenziali. Trump, eletto in opposizione agli establishment dei partiti tradizionali, si è trovato di fronte alla necessità di mediare con i tradizionali apparati di potere, le ipertrofiche burocrazie istituzionali detentrici di un’enorme influenza sugli sviluppi politici degli Stati Uniti, al fine di poter condurre efficacemente la sua agenda: per quanto riguarda il Partito Repubblicano, Trump ha trovato enormi difficoltà nel suo tentativo di apparire come figura unificatrice, e non è riuscito a conseguire successi rilevanti facendo leva sull’art of the deal che riteneva il suo valore aggiunto. Le difficoltà politiche hanno spinto Trump a cercare in maniera sempre più esplicita il sostegno del Pentagono: la stessa nomina del Generale James Mattis a Segretario della Difesa ha testimoniato un’apertura confermata dalle linee guida per il budget federale, connotate da un’ingente dilatazione degli stanziamenti destinati alle forze armate. Al contempo, tuttavia, l’agenda del Trump candidato è stata progressivamente svuotata di concretezza dall’azione del Deep State attraverso la delegittimazione degli uomini maggiormente rappresentativi della pretesa “discontinuità” trumpiana: la destituzione di Michael T. Flynn, principale fautore del riavvicinamento alla Russia di Putin, dal ruolo di National Security Advisore il “demansionamento” di Steve Bannon, “eminenza grigia” del Presidente, hanno aperto la strada alla scalata di H. R. McMaster, Generale in pensione e nuovo National Security Advisor , che assieme al Segretario Mattis ha formato un preciso centro di influenza il cui peso, nell’ultimo mese, è andato facendosi sempre più rilevante. McMaster e Mattis, strateghi dell’attacco all’Iraq nel 2003 (il secondo ha grandissime responsabilità per l’aberrante strage di Fallujah del 2004), hanno trovato a loro volta sponda nel genero di Trump, Jared Kushner, la cui influenza si è rivelata decisiva per condizionare l’operato del Presidente nel teatro mediorientale.”Tutrice” esterna dell’operazione di scalata all’amministrazione Trump è stata l’ala del Grand Old Party maggiormente ostile alle posizioni del miliardario durante la sua travolgente corsa verso la Casa Bianca, facente capo al Senatore John McCain, frequentatore abituale della rete trasversale del Deep Statee neoconservatore di ferro. Ricky Twisdale ha commentato su The Duran le esternazioni di un raggiante McCain al Today Show della NBC dopo la notizia dell’attacco degli Stati Uniti di Assad, sottolineando come l’azione “testimoni la resa del candidato anti-globalizzazione dell’America First, ora vendutosi all’establishment militare e ai mondialisti neoconservatori”. Durissimo anche Paul Craig Roberts, che sul suo sito ha a sua volta parlato di “resa” da parte di Trump, sottolineando come il “Deep State” abbia in questo modo raggiunto l’obiettivo di pregiudicare qualsiasi tentativo di distensione tra  gli Stati Uniti e la Russia di Vladimir Putin.La rivincita dello “Stato Profondo” è stata completa e ha conosciuto poche opposizioni da parte di Trump e della sua ondivaga amministrazione, che in poche settimane è stata portata a un completo cambio di rotta sotto il profilo geopolitico, arrivando in ultima istanza a superare anche lo stesso Barack Obama nella sua ostilità contro la Siria di Assad. Il ritorno nei centri degli equilibri di potere militari e strategici di Washington dei membri dello “Stato Profondo”, garantito dal consolidamento dell’asse Mattis-McMaster vegliato dal “padre nobile” John McCain, potrebbe aver sancito definitivamente la fine della retorica con cui Trump ha sinora portato avanti la sua linea politica. Mentre si consuma la riscossa neoconservatrice, non si può non pensare alle dirompenti conseguenze geopolitiche che potrebbero essere prodotte da ulteriori azioni condotte dai fautori dell’unipolarismo e della missione storica della supremazia americana: esse sarebbero quanto di più diverso si sarebbe aspettato chi, il 20 gennaio scorso, ha salutato l’inizio dell’era Trump come l’opportunità per conoscere, finalmente, una vera discontinuità con gli Stati Uniti di ieri.