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L’amministrazione Trump sta tenendo fede a quanto espresso in campagna elettorale dando nuovo impulso alle Forze Armate ed in particolare rimodernando il proprio arsenale atomico. Dopo la presidenza Obama, in cui gli Stati Uniti si fecero promotori di una implementazione del trattato sul disarmo nucleare START, alla Casa Bianca sembra che abbiano invertito la rotta.

Prima di addentrarci meglio nella trattazione vera e propria di quella che sembra una nuova corsa agli armamenti, occorre però fare delle precisazioni storiche per capire meglio il contesto in cui è maturata questa scelta strategica.Tutto nasce dalla decisione degli Usa di ricusare il trattato sulla difesa antimissile (ABM) a gennaio del 2001. Il trattato prevedeva che i sistemi di intercettazione dei missili balistici intercontinentali fossero disponibili solo in due siti entrambi dotati di 100 sistemi di intercettazione per Paese. Uscendo dal trattato Washington ha spinto Mosca, con tempistiche invero lunghe, a prendere provvedimenti atti a migliorare il proprio deterrente atomico strategico in modo che risulti ancora efficace e quindi in grado di superare le difese missilistiche americane. Mosca infatti ripone nel proprio arsenale nucleare l’unico efficace strumento di deterrenza vivendo una fase di transizione delle proprie Forze Armate che si stanno “desovietizzando” e trasformando in un esercito moderno: in questo senso, però, Mosca ha ancora molto da fare soprattutto in termini di mobilità e proiezione di forza sebbene i primi passi verso il “New Look” delle Forze Armate russe siano già stati compiuti; l’esperienza siriana è stata sicuramente un ottimo banco di prova per nuove tattiche di impiego e per testare nuovi sistemi d’arma nonostante tutti i limiti strutturali e “tecnologici” emersi durante la campagna aerea e terrestre.Difese antimissile, dicevamo, che sono state posizionate come un collare intorno alla Russia – e alla Cina – innervosendo il Cremlino che si trova ad avere sistemi radar e missilistici come l’Aegis Ashore ad un passo dai propri confini. L’Aegis Ashore – il cui dispiegamento in Europa fu stabilito nel 2007 – è infatti schierato in Romania, a Deveselu, e presto un secondo sito di questo tipo diventerà operativo in Polonia.Per questo la prima mossa di Mosca è stata ricusare il trattato INF sulle forze nucleari intermedie e di sospendere la propria adesione al trattato che limita gli armamenti convenzionali in Europa (trattato CFE). Parallelamente è nato il sistema THAAD che, insieme al GMD – Groud-based Midcourse Defense – schierato su territorio Usa (Alaska) ed ai sistemi Patriot Pac-3 fornisce la copertura antimissile “a strati” che si ritiene possa essere efficace contro un attacco con missili balistici Intercontinentali e a raggio intermedio e medio.Mosca quindi, come detto, non è stata a guardare e ha lanciato programmi di rimodernamento dei propri vettori missilistici strategici (ad. es. il Topol-M) e soprattutto ne ha istituiti di nuovi. Tra di essi si ricorda il “megamissile” RS-28 “Sarmat”, un ICBM pesante basato in silos a terra in grado di portare tra le 10 e le 24 MIRV oltre a sistemi di penetrazione delle difese. Oltre a questo la Russia a breve vedrà diventare operativi i primi reggimenti dotati del nuovo RS-26 “Rubezh”, altro ICBM ma questa volta mobile. Novità anche dal punto di vista degli SLBM dove, finalmente dopo anni di test fallimentari che ne hanno ritardato notevolmente l’ingresso in servizio, è stato dispiegato il SS-N-32 “Bulava” che equipaggia i nuovi sottomarini lanciamissili balistici classe “Borei”. Questo missile dispone tra le 6 e le 10 testate indipendenti ed ha una gittata massima di 8mila km.Washington, quindi, per rispondere a questa nuova minaccia proveniente dalla Russia ha messo in atto quella che sembra essere una nuova corsa agli armamenti sebbene, in realtà, per il momento si tratta solamente di miglioramenti tecnologici dell’arsenale già operativo.

Gli Usa – così come la Russia – sono infatti vincolati dal trattato START firmato ad aprile del 2010 che prevede per ogni Paese un limite di 1550 testate (da raggiungere entro 10 anni) su piattaforme strategiche, includendo una testata per ogni bombardiere pesante. C’è anche un limite combinato di 800 tra ICBM e SLBM dispiegabili e non e bombardieri pesanti equipaggiati per il lancio di armi nucleari, e un limite separato di 700 piattaforme strategiche complessive. Il trattato però non prevede la costruzione di nuovi sistemi né, soprattutto, il miglioramento di quelli già esistenti. Gli Stati Uniti, così, hanno lanciato un piano di riarmo del valore di 1250 miliardi di dollari su 30 anni per rendere più precise e performanti le proprie testate nucleari impiegate su missili intercontinentali, da crociera e su munizionamento a caduta libera e per dotarsi, nel contempo, di nuovi sistemi.

Un esempio è dato dall’aggiornamento della B-61, la bomba atomica a caduta libera standard dell’arsenale Usa – di cui è dotata anche l’Italia col sistema “a doppia chiave” – che nella versione B-61/12 sarà dotata di potenza selezionabile (non una novità a dire il vero per la tecnologia delle testate atomiche) e di nuovi ausili aerodinamici che ne miglioreranno la precisione. Particolare degno di nota è il lancio del programma di un nuovo missile da crociera “stand off” finanziato inizialmente con 1,8 miliardi di dollari ma del valore complessivo di 17. Il nuovo missile andrà a sostituire i vecchi AGM-86B e sarà parimenti in grado di colpire un obiettivo in profondità nel territorio nemico venendo lanciato da una piattaforma come il B-2 o il B-52, quest’ultima destinata al pensionamento definivo quando verrà messo in linea il nuovo bombardiere strategico, il B-21 “Raider” della Northrop anch’esso dotato di tecnologia stealth.

Quali sono i rischi reali di questa nuova corsa agli armamenti? Qui il mondo degli analisti è diviso tra detrattori e sostenitori. Da un lato infatti c’è chi pensa che nuovi armamenti più precisi ed efficaci, capaci quindi di colpire con notevole sicurezza gli obiettivi, possano far nascere la convinzione negli strateghi militari di mettere a segno con successo un “first strike”, dall’altro c’è chi crede che un numero di ordigni atomici più performanti possa portare ad una riduzione ulteriore degli arsenali delle due superpotenze e quindi ad una maggiore stabilizzazione forti della consapevolezza di vedere distrutto il proprio deterrente in un singolo, mortale e massiccio colpo. Quello che spariglia questa filosofia è, ancora una volta, la corsa alla tecnologia antimissile, tornata prepotentemente di moda non solo in Usa ed in Russia – Cina ed India stanno effettuando sforzi notevoli in tal senso, ed Israele fornisce l’esempio lampante di una piccola nazione che ha ben inteso come attuare un sistema ABM efficace – che concorrerà a rendere l’arsenale strategico inefficace, almeno la percezione che se ne ha, e quindi contribuire a continuare questa reazione a catena verso l’armageddon atomica, che torna ad essere considerata come un evento facilmente possibile dallo stesso Bulletin of Atomic Scientists.