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L’Indo-Pacifico è sede di tensioni internazionali che sono secondarie rispetto a quelle europee o del Medio Oriente solo perché non hanno ancora superato la soglia del conflitto armato. Oltre la ben nota questione di Taiwan, che la Cina intende condurre sotto il suo possesso in un modo o nell’altro, è quella del Mar Cinese Meridionale che evidenzia sviluppi più interessanti e problematici dal punto della stabilità internazionale.

Quello specchio d’acqua conteso, infatti, vede il confronto tra la Cina – che ne rivendica il possesso nella sua interezza – e gli altri Stati rivieraschi coinvolgendo un sistema di alleanze e partenariati che ampliano il raggio di azione della tensione. Giappone e Stati Uniti, infatti, stanno sfruttando questa situazione di instabilità determinata dall’aggressività cinese per ampliare la propria rete di contenimento della Cina, e in particolare un attore, che sino a qualche tempo fa sembrava avere trovato un equilibrio tra il Dragone cinese e l’aquila statunitense, sembra aver decisamente cambiato fronte: le Filippine.

Come sappiamo l’arcipelago filippino è bagnato nella sua parte occidentale dal Mar Cinese Meridionale e Manila, come Pechino, rivendica la sovranità sulla Zona di Esclusività Economica di quel mare, che invece la Cina non ammette considerando quello bacino interamente sotto sovranità nazionale.

Il “casus belli” è dato, ancora una volta, da alcuni isolotti che costellano quello specchio d’acqua che ricadono nella Zee filippina e questa volta Manila sembra intenzionata a far valere i propri diritti a costo di provocare una vera e propria rottura diplomatica.

Analizzando quanto accaduto in questi mesi, è palese che l’assertività cinese, diventata vera e propria aggressività utilizzando il suo strumento navale che cerca di frapporsi e ostacolare l’attività marittima filippina (e degli altri Stati bagnati dal Mar Cinese Meridionale) abbia causato il riavvicinamento delle Filippine agli Stati Uniti al punto che Manila, a inizio novembre, ha annunciato la fine dei progetti infrastrutturali sostenuti dalla Cina legati alla Belt and Road Initative.

Pochi giorni dopo la collisione di una nave cinese con una missione di rifornimento filippina nel Mar Cinese Meridionale, il segretario ai trasporti filippino Jaime Batista ha annunciato che le Filippine stanno demolendo progetti infrastrutturali cinesi per un valore di 4,9 miliardi di dollari, che coinvolgono due progetti ferroviari nell’isola settentrionale di Luzon e un altro sull’isola meridionale di Mindanao.

A fine ottobre, infatti, unità navali da guerra cinesi e della Guardia Costiera avevano effettuato azioni intimidatorie nei confronti di navi filippine che si stavano avvicinando all’isola di Scarborough Shoal (Bajo de Masinloc per Manila) che ricade ben al di dentro della Zee filippina. L’evento è stato la classica goccia che fa traboccare il vaso, e ha portato il presidente Ferdinand Marcos Jr a decidere di visitare il quartier generale del comando indo-pacifico statunitense alle isole Hawaii: un chiaro segnale per Pechino.

Di contro la Cina, pochi giorni dopo l’incidente, ha fatto sapere, tramite il ministro degli Esteri Wang Yi, che le controversie sulla sovranità marittima e sui diritti del mare dovrebbero essere risolte attraverso una consultazione amichevole tra le parti direttamente interessate, sottolineando che il confronto “tra blocchi” e un approccio a somma zero deve essere fermamente respinto. Pechino nella stessa occasione ha tenuto anche a far sapere che l’arbitrato sulla sovranità nel Mar Cinese Meridionale è un esempio di manipolazione politica dello stato di diritto internazionale del mare che ha minato l’atmosfera di pace e di cooperazione nella regione, ha eroso i valori fondamentali di equità e giustizia e dovrebbe essere respinto dalla comunità internazionale. Risulta quantomeno singolare che proprio Pechino citi il diritto marittimo, stabilito dall’Unclos, quando proprio le sue azioni che non rispettano le Zee del Mar Cinese Meridionale hanno dimostrato la volontà del Politburo di non considerarlo.

Proprio a tal proposito, durante il 17esimo vertice dei ministri della Difesa dell’Asean tenutosi a Giakarta il 15 e 16 novembre, i delegati hanno ancora una volta concordato all’unanimità di voler perseguire misure di risoluzione pacifica delle controversie basate sul diritto internazionale, compresa l’Unclos, sottolineando la necessità di completare presto un codice di condotta efficace e sostanziale nel Mar Cinese Meridionale in conformità con il diritto internazionale.

Nel frattempo da oltre Atlantico – ma anche da oltre Manica – arrivano indizi che fanno pensare che l’Aukus, l’alleanza militare tra Usa, Regno Unito e Australia, potrebbe in futuro essere allargata a Giappone e Corea del Sud, ma non nell’immediato a meno di un improvviso aumento delle tensione nell’Indo-Pacifico. Per ora, gli Stati Uniti sono ben posizionati per diventare un hub per coordinare i due quadri trilaterali e guidarli verso la futura cooperazione. L’espansione dell’Aukus potrebbe essere percepita come un fronte diplomatico unificato contro la Cina e generare la reazione di Pechino, che potrebbe coinvolgere il settore delle Terre Rare e di altre risorse utilizzate per l’industria ad alta tecnologia occidentale.

Il Giappone rimane cauto in merito a questa possibilità, ma ha chiaramente espresso serie preoccupazioni riguardo alla posizione strategica della Cina, che considera come la più grande sfida strategica alla sua sicurezza e all’ordine internazionale esistente. Anche la Corea del Sud, sotto l’amministrazione Yoon, ha mostrato il suo interesse strategico ad impegnarsi con l’Aukus, e quasi in contemporanea con questa notizia Seul ha fatto sapere, tramite il capo di Stato maggiore della Difesa, che ritiene necessario dotarsi di sottomarini a propulsione nucleare, facendo trasparire tutta la preoccupazione per l’attività sottomarina cinese.

Tornando al Giappone, Tokyo sta consolidando la sua posizione nel Mar Cinese Meridionale approfondendo la sua cooperazione in materia di sicurezza col Vietnam, altro Paese che ha in essere un contenzioso territoriale con la Cina sempre per quello specchio d’acqua, e sta intensificando le esercitazioni congiunte effettuate in quella regione.

Cerchiamo ora di dare una lettura del quadro generale: se il Vietnam, che pur dipende dalla Cina dal punto di vista commerciale, sembra oggettivamente più propenso a intraprendere la strada del distacco da Pechino (sul lungo periodo), le Filippine, nonostante gli ultimi avvenimenti, sono da osservare con maggiore attenzione in futuro in quanto storicamente hanno dimostrato di avere una postura ondivaga in politica estera, stringendo o tagliando legami che sembravano granitici a seconda dell’assetto geopolitico della regione. In ogni caso in questo momento appare evidente che due Paesi molto importanti di quell’area si stanno posizionando decisamente sul lato statunitense mentre l’Asean è allineato a risolvere le controversie sulla base del diritto internazionale stabilito dall’Unclos, quindi in senso contrario alla reale volontà cinese.