Dopo aver ricoperto il ruolo di alleato chiave nella regione del Golfo durante l’amministrazione Trump, grazie soprattutto all’amicizia coltivata con il genero del presidente, Jared Kushner, ora il principe ereditario Mohammed bin Salman è stato scaricato dall’amministrazione democratica di Joe Biden, accusato dall’intelligence Usa di aver approvato l’operazione di Istanbul, in Turchia, per catturare o uccidere il giornalista dissidente Jamal Khashoggi. L’immagine di principe “innovatore” e illuminato del Regno ultraconservatore wahabita sembra essere un ricordo sbiadito, e ora tutta la sua fitta rete di alleanze internazionali è finita sotto accusa insieme a lui. A cominciare dall’ex premier Matteo Renzi, finito anche lui nella bufera per i suoi rapporti con il regno.

Come ricordato nelle scorse settimane proprio su InsideOverMatteo Renzi siede nel Board of Trustees Members del Future Investment Initiative del Fondo Pif, il fondo sovrano saudita, insieme ad altri personaggi illustri come Yasir Al-Rumayyan, governatore del fondo sovrano saudita e presidente di Saudi Aramco, la principessa e diplomatica Reema bint Bandar Al Saud, Peter Diamandis, Presidente esecutivo della X Prize Foundation, il matematico Tony Chan, la chimica Adah Almutairi e Richard Attias.

La rete internazionale di bin Salman

A proposito diAttias, sempre su InsideOver abbiamo sottolineato interessante l’intervento scritto a quattro mani da Renzi con quest’ultimo, uomo chiave dei rapporti tra il network clintoniano e i Saud. Il Ceo del FII Institute è tra gli organizzatori e i promotori del World Economic Forum Annual Meeting at Davos, nonché del Clinton Global Initiative della Clinton Foundation: fondazione della ex coppia presidenziale che, in passato, ricevette importanti donazioni da parte del regno saudita, come riporta anche il New York Times. Attias ha una società di consulenza, la Richard Attias & Associates, che fu acquisita al 49% da una controllata del Public investment fund, Sanabil, nel 2019. Altrettanto significativa la presenza all’incontro internazionale di Riad a cui – al quale dovuto partecipare Renzi – organizzato dal Future Investment Initiative di Anthony Scaramucci, ex direttore della comunicazione della Casa Bianca e ora nemico giurato di Donald Trump. Scaramucci, ex banchiere di Goldman Sachs, è anche il fondatore dell’hedge fund SkyBridge Capital, il quale organizza ogni due anni una grande conferenza sugli investimenti, nota come Salt, negli Stati Uniti e in Asia-Medio Oriente.

Da rilevare anche i legami fra i sauditi e la Silicon Valley. Nel board del Future Investment Initiative troviamo anche il già citato  Peter H. Diamandis, fondatore e presidente esecutivo della Fondazione XPRIZE, nonché direttore esecutivo della Singularity University, un’istituzione universitaria della Silicon Valley che offre consulenza ai leader mondiali sulle nuove tecnologie. In qualità di imprenditore, Diamandis ha avviato oltre 20 società nei settori della longevità, dello spazio, e dell’istruzione.

Anche Tony Blair nella “rete” di Riad

Fra gli “amici” del regno saudita c’è anche un altro ex illustre Primo ministro: Tony Blair. Nel 2018, come riporta il Financial Times, il Tony Blair Institute, un’organizzazione senza scopo di lucro fondata dall’ex primo ministro britannico, ha confermato di aver ricevuto donazioni dall’Arabia Saudita. La donazione da 9 milioni di sterline proveniva un’organizzazione chiamata Media Investment Limited (MIL), una sussidiaria di Saudi Research & Marketing Group, registrata a Guernsey. Blair ha assunto numerosi incarichi da quando ha abbandonato la carica di primo ministro nel 2007, incluso quello di inviato per il Medio Oriente per le Nazioni Unite, per otto anni. Ha anche istituito il Tony Blair Associates per fornire “consulenza strategica” a una serie di clienti, tra cui compagnie petrolifere e i governi di Kuwait, Kazakistan e Mongolia. Ha annunciato alla fine del 2016 che avrebbe chiuso quella società di consulenza, per concentrarsi invece su “attività filantropiche”. A quanto pare ben supportare dal denaro saudita.

Dai Clinton ai think-tank: così Riad influenza la politica internazionale

Sul fronte del soft power, Riad ha puntato molto anche sul finanziamento di think-tank. Uno dei più importanti, con sede nella capitale saudita, è l’Arabian Gulf Center for Iranian Studies (AGCIS), centro che fornisce “studi strategici e rapporti sugli affari interni ed esterni legati all’Iran”. Teheran, infatti, è uno dei principali obiettivi della propaganda saudita. I lobbisti del regime di Riad, hanno promosso negli anni una propaganda feroce contro la Repubblica Islamica. Ad orchestrare questa campagna mediatica contro Teheran è stato, tra gli altri, il MslGroup, acquistato dai sauditi per sei milioni di dollari. L’agenzia di comunicazione e public relations, che ha oltre 110 uffici nel mondo e più di 3 mila dipendenti, ha organizzato delle vere e proprie campagne mediatiche inerenti “l’aggressione iraniana nello Yemen”, dipingendo l’Iran come “il più grande sponsor del terrorismo nel mondo” – frase spesso pronunciata dal presidente Trump e dall’ex Segretario di Stato, Mike Pompeo. Naturalmente, non era l’unica agenzia a svolgere questo compito: c’erano anche il Glover Park Group, con sede a Washington D.C, e Hogan Lovells.

Nel 2016, la lobby saudita corteggiato entrambi i candidati alle elezioni presidenziali – Donald Trump e Hillary Clinton – donando alla Clinton Foundation una cifra che oscilla tra i 10 e i 25 milioni di dollari. Dal presidente Trump, la lobby vicina a Riad ha ottenuto il pieno sostegno nella guerra nello Yemen e nella crisi diplomatica contro il Qatar. Come riportato dal New York Times, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno utilizzato i think tank per tentare di influenzare la politica Usa a loro vantaggio. Due figure chiave in questo sforzo sono state George Nader, consigliere del sovrano degli Emirati Arabi Uniti ed Elliott Broidy, uno dei principali donatori repubblicani ed ex vicepresidente del Comitato nazionale repubblicano.

Secondo i dati compilati dal Center for International Policy, il governo saudita ha speso 10 milioni di dollari per attività di lobby nel 2016. Nel 2017 questo numero era quasi triplicato, aumentando fino a quasi 27 milioni di dollari. “I sauditi hanno avuto una relazione piuttosto tesa con Obama”, ha spiegato Freeman, presidente del Center for International Policy, sottolineando che i sauditi non erano felici dell’accordo sul nucleare con l’Iran. “Ma con Trump penso che abbiano visto l’opportunità di un ripristino piuttosto importante nelle relazioni Usa-Arabia Saudita”. Ora, però, con Joe Biden e il caso Kashoggi sembra che le relazioni Riad-Washington non siano più così idilliache e si siano raffreddate. Per il principe ereditario tentare di rifarsi un’immagine dopo il caso Kashoggi appare come un’impresa quasi impossibile. E forse questa volta nemmeno i petrodollari basteranno.

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