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La ritirata delle forze francesi dal Mali è un doppio segnale. Per la Francia e per il mondo. L’immagine dei soldati di Parigi che abbandonano Bamako simboleggia diversi passaggi di consegne e pone le premesse per quello che può davvero essere il cambiamento di un’epoca. Perché la ritirata francese dal Mali, elemento fondamentale di quell’altrettanto fondamentale scacchiera che è il Sahel, non nasce da una fredda decisione di Parigi, ma dalla presa di atto di un lento e inesorabile cambiamento che nel tempo è poi giunto alla sua conclusione, accelerando proprio all’ultimo miglio. Motus in fine velocior, come descrive la frase latina per indicare l’accelerarsi o l’intensificarsi di un’azione quando la fine si fa sempre più vicina.

Il comunicato che sancisce la fine in Mali dell’operazione Barkhane e della neonata task force Takuba è una sintesi scarna e per questo ancor più dura di cosa ha portato Parigi alla presa di coscienza finale.

“A causa delle molteplici chiusure delle autorità transitorie maliane, il Canada e gli Stati europei che operano a fianco dell’Operazione Barkhane e all’interno della Task Force Takuba ritengono che non siano più soddisfatte le condizioni politiche, operative e legali per perseguire efficacemente il loro attuale impegno militare nella lotta al terrorismo in Mali” si legge nel comunicato congiunto sul sito dell’Eliseo “e hanno quindi deciso di avviare il ritiro coordinato dal territorio maliano delle rispettive risorse militari dedicate a tali operazioni. In stretto coordinamento con gli Stati limitrofi, hanno anche espresso il desiderio di rimanere impegnati nella regione, secondo le rispettive procedure costituzionali”.

La guerra al terrorismo in Sahel, o quantomeno il suo segmento in Mali, si è dunque concluso per la Francia dopo nove anni e con una resa. Ma una resa non di fronte al nemico per cui si è iniziata la guerra, bensì una sconfitta di fronte all’evidenza. La presa di coscienza che il Mali era cambiato al punto da considerare quelle forze francesi non più un supporto all’esercito per contrastare i jihadisti, ma un problema politico. E questo è evidenziato bene dalle parole del comunicato congiunto, perché quello che si evince da quelle parole è il fatto che chi governa ora a Bamako, e con lui i suoi inevitabili sponsor internazionali, non voglia più le forze di Parigi su quel suolo.

Del resto i segnali che giungevano dal Mali erano diventati nel tempo sempre più inquietanti per il presidente francese Emmanuel Macron e per le sue truppe. Tanto che già a gennaio si era deciso per un ritiro dall’avamposto di Timbuctu, come prima reazione all’inasprimento dei rapporti tra i due Paesi. Il “golpe nel golpe” come fu definito dallo stesso Macron, cioè il secondo colpo di Stato nel giro di nove mesi, nel 2021, aveva di fatto sancito la fine di quell’egemonia francese che rendeva il Mali parte della cosiddetta Françafrique. Al posto delle forze transalpine, la giunta militare maliana e le persone che affollavano le proteste contro la situazione nel Paese hanno preferito la Russia, vero game-changer di Bamako e potenza che è riuscita a capitalizzare la crisi di consenso della Francia. E i contractor della forza parallela di Mosca, la Wagner, avevano già trovato l’accordo con il nuovo governo: preferiti proprio a quelle truppe europee che dovevano essere la certificazione del mantenimento dell’influenza degli antichi imperi sul territorio del Sahel.

L’accelerazione del ritiro francese può essere letto in diverse prospettive. Da una parte la Francia perde prestigio nella regione e potere su Bamako. E la recente richiesta della giunta maliana a Parigi di accelerare addirittura il ritiro, che in base al programma francese dovrebbe terminare a giugno, conferma la rottura delle reazioni e anche l’atteggiamento di sfida del nuovo Mali rispetto alla presenza transalpina. Dall’altra parte, come scrive Avvenire, si può pensare che Macron, consapevole della impossibilità di gestire la situazione, abbia semplicemente preso atto che fosse più utile spostarsi in Niger, dove c’è l’uranio francese, che rimanere in un Paese complesso seppur centrale come il Mali. Il cambio della guardia tra Francia e Russia potrebbe dunque essere una sconfitta ma anche un modo per evitare il collasso, in una ridefinizione dei confini delle sfere di influenza in cui Parigi, come già detto, non può fare altro che accettare il ridimensionamento nato dall’avvento nella “sua” Africa di altre potenze. La guerra al terrorismo è fallita. E mentre le altre potenze penetrano nel mondo africano, dall’Eliseo arriva l’ordine di ammainare la bandiera sui propri errori e su una parte del proprio impero. Mosca bussa, Pechino pure. E il Sahel è la cartina di tornasole di un mondo che cambia.

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