Prima la guerra dei dazi con gli Stati Uniti, poi il rallentamento economico, quindi i disordini di Hong Kong e, per chiudere il cerchio infernale, il disastro coronavirus. Negli ultimi mesi la Cina ha dovuto fare i conti con ostacoli di ogni tipo, e non sempre è riuscita a superarli indenne.
Per quanto riguarda la Trade War, dopo mesi di fuoco in cui il governo cinese e quello americano si sono affrontati a colpi di tariffe, le parti avevano sottoscritto un accordo parziale. Sulla frenata dei principali indicatori economici del Paese, Xi Jinping ha potuto fare ben poco, se non limitare i danni aprendo il rubinetto della People’s Bank of China. Risultato: non è scoppiata nessuna crisi ma i tempi della crescita folle appartengono ormai al passato. La rivolta degli attivisti pro democrazia di Hong Kong ha invece sferrato un duro colpo d’immagine alla nuova Cina ultramoderna lanciata da Xi in campo internazionale. Altro che nazione tecnologica e attraente: i dimostranti dell’ex colonia britannica hanno puntato il dito contro il governo cinese accusandolo di non essere democratico.
Arriviamo quindi alla pandemia provocata dal Covid-19: data l’origine sconosciuta del virus e una gestione iniziale dell’epidemia non proprio ottimale, almeno in un primo momento, l’opinione pubblica internazionale ha indicato nella Cina la diretta responsabile dell’apocalisse sanitaria che ha stravolto il mondo intero. Unendo insieme questi elementi, si capisce perché il Partito comunista cinese sia stato sottoposto a inedite pressioni e perché si trovi ora nell’occhio del ciclone.
Le prime epurazioni
L’obiettivo di Xi Jinping è quello di riportare il Dragone sulla retta via dopo troppe sbandate. Il Covid-19 ha creato una crepa che, senza pronti interventi dall’alto, rischia di generare una frattura insanabile tra popolo e partito. Riavvolgiamo il nastro: all’inizio dell’epidemia, quindi tra la gennaio e febbraio, i social network cinesi ribollivano di utenti che accusavano il Pcc di aver causato una sciagura.
Non solo: a far arrabbiare le persone, soprattutto i residenti di Wuhan, epicentro del contagio, c’è stata anche la morte del dottor Li. Molti cinesi hanno collegato il decesso di Li Wenliang al partito, reo, secondo la ricostruzione dei netizen, di aver volontariamente tappato la bocca al medico che per primo lanciò l’allarme Covid-19.
A fare le spese della rabbia popolare sono stati i politici locali, visto che da Pechino è partita una raffica di epurazioni, con 400 funzionari rimossi dalle rispettive cariche per “una gestione insoddisfacente della crisi”. Il Pcc ha dunque effettuato una prima ripulita ai piani bassi della sua immensa macchina politica.
Travolti i politici più importanti di Wuhan e della provincia dello Hubei, di cui la Città Azzurra è capitale. Jiang Chaoliang, segretario del Partito comunista dello Hubei, è stato sostituito da Ying Tong, sindaco di Shangai, considerato uno dei fedelissimi di Xi Jinping. Wang Zhonglin ha preso il posto di Ma Guoqiang alla guida del partito di Wuhan, mentre Zhang Xiaoming, una volta direttore dell’Ufficio per gli affari di Hong Kong e Macao del Consiglio di Stato, ha ceduto il passo a Xia Balong, vice presidente e segretario generale del Comitato nazionale della Chinese People’s Political Consultative Conference ed ex segretario del Pcc dello Zhejiang, una provincia tanto cara a Xi.
Verso la resa dei conti?
In vista delle “due sessioni“, cioè le sessioni del Partito previste per il 20 e 21 maggio, Xi Jinping ha fatto un’ulteriore pulizia all’interno della macchina politica cinese. Come ha sottolineato la società di consulenza Cercius Group, ripresa da China Files, il 19 aprile Sun Lijun, braccio destro di Meng Jianzhu, a sua volta segretario di Partito della Central Political and Legal Affairs Commission dal 2012 al 2017, è stato messo sotto inchiesta.
L’intenzione di Xi sembrerebbe essere una: sciogliere una volta per tutte il nodo Meng, un personaggio appartenente allo schieramento opposto a quello di Xi, e in passato sfiorato da corruzioni e scandali politici. Sun era infatti un rappresentante del ministero della Pubblica Sicurezza, nonché membro del gruppo direttivo creato a febbraio per gestire la pandemia scoppiata nello Hubei. Il signor Sun, capo della sicurezza interna e incaricato di gestire le situazioni più critiche, venne spedito perfino a Wuhan.
Poco importa se oggi il virus è stato quasi annientato: Sun è stato eliminato dalla scena per lanciare un messaggio all’intero partito, ma anche e soprattutto per ripulire l’apparato di pubblica sicurezza. La sensazione è che il lavoro di Xi non sia ancora finito.