La Repubblica democratica del Congo rischia di trasformarsi in un porto sicuro per il radicalismo islamico africano, con ovvie conseguenze anche per i Paesi confinanti. La gravità della situazione è testimoniata dall’assalto, che ha avuto luogo martedì, contro una prigione nella città di Beni, situata nel Congo Orientale. Più di 1300 detenuti sui 1456 presenti nella struttura carceraria sono stati liberati da un gruppo di uomini armati, quasi certamente appartenenti alle Allied democraticforces (Adf). Le Adf sono un gruppo islamista ugandese che opera nella Repubblica Democratica del Congo sin dalla fine degli anni ’90 e che dall’inizio del 2019 ha ucciso oltre mille civili. Il sindaco di Beni Modeste Bakwanamaha ritiene che dietro l’assalto ci sia il gruppo terrorista ed anche lo Stato Islamico ha rivendicato la responsabilità di quanto accaduto. Non è la prima volta che lo Stato islamico rivendica la responsabilità di attentati compiuti dalle Adf ma non è ancora chiaro se vi sia un legame effettivo tra le due organizzazioni. La fuga di massa dalla prigione, come confermato dal gruppo per i diritti umani Fight for Change, è destinato a rinforzare le bande criminali locali ed a provocare un ulteriore deterioramento della sicurezza nella regione.

Una lunga scia di sangue

Un aumento dell’instabilità nella Repubblica Democratica del Congo orientale ha costretto alla fuga almeno 50mila civili residenti in loco. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) sta cercando di aiutare i congolesi che hanno abbandonato questi territori ed ha chiarito come i brutali attacchi avvenuti nel Kivu Settentrionale, spesso ascrivibili alle Adf, abbiano trasformato molti minori, spesso non accompagnati, in sfollati. La portavoce dell’Unhcr Shabia Mantoo ha dichiarato che una missione delle Nazioni Unite, recatasi in questa regione nel mese di agosto, ha ricevuto molte segnalazioni di violazioni dei diritti umani tra cui si sono uccisioni, stupri, rapimenti ed uso di bambini soldato.” Sono stati identificati più di 270 bambini soldato associati ai gruppi armati” ha affermato la Mantoo (le cui parole sono riportate da Voice of America). Le ADF sono militarmente attive nell’area di Beni da più di tre decadi ma una serie di campagne militari organizzate contro di loro, in particolare modo a partire dall’ottobre del 2019, ne hanno provocato la dispersione in piccoli gruppi. Questi gruppi hanno iniziato ad essere attivi anche in aree confinanti e la frammentazione dei terroristi si è rivelata decisamente pericolosa.

Un quadro preoccupante

Le Adf sono un gruppo misterioso. Il loro obiettivo finale non è chiaro e tendono a non rivendicare gli attentati compiuti che, però, avvengono con una certa regolarità. Il 26 maggio, per citare alcuni esempi, hanno assalito un villaggio nella provincia dell’Ituri, hanno rubato cibo ed oggetti di valore ed hanno ucciso 40 abitanti a colpi di machete mentre il 20 giugno hanno ucciso 10 civili nel villaggio di Bukaka. Il 22 agosto a perdere la vita sono stati invece 13 abitanti degli abitati di Kinziki-Matiba e Wikeno. Il rischio è che l’intensificarsi di questi episodi violenti possa provocare il collasso del tessuto sociale nelle aree colpite e rafforzare significativamente le ADF, che agiscono in un’area del mondo già duramente segnata dal radicalismo islamico. Non troppo lontano dal Repubblica Democratica del Congo c’è infatti la regione del Sahel che, come noto, è il nuovo fronte caldo del radicalismo islamico nel continente africano. Gruppi armati legati allo Stato Islamico e ad Al-Qaeda sono attivi in Burkina Faso, Niger e Mali e stanno causando gravi problemi agli esecutivi locali. La creazione di un fronte unito del radicalismo islamico in terra africana rischia di trasformarsi in un vero e proprio incubo per le cancellerie occidentali, al momento distratte dalla pandemia. Kinshasa potrebbe non essere in grado di tenere a bada, nel lungo periodo, le pericolose scorribande delle ADF, che si muovono con discreta facilità in un’area piuttosto remota. La formazione di un’alleanza regionale, sul modello della G5 Sahel, potrebbe essere un’arma importante per fronteggiare l’estremismo prima che sia tropo tardi.