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Politica

La regione dove si decide il futuro del mondo (e lo scontro tra Cina e Usa)

La sfida per l'Indo-Pacifico tra Cina e Usa diventerà sempre più intensa. Ecco le aree strategiche più calde.

All’apparenza sembrano isolette sperdute in mezzo al nulla, immagini esotiche perfette per illustrare i cataloghi di vacanze delle agenzie di viaggio. Circondate da acque color smeraldo, ospitano da qualche migliaio a poco più di un milione di abitanti. Qualche atollo è persino disabitato. I loro nomi sono per lo più sconosciuti alla maggior parte del pubblico, così come le storie che accompagnano questi territori, incastonati nell’Oceano Pacifico, molti dei quali tecnicamente parte integrante degli Stati Uniti d’America.

Dal momento che il braccio di ferro Usa-Cina per decretare quale sarà la prossima potenza globale si deciderà proprio nella regione indo-pacifica, è importante capire come si sta svolgendo la partita a scacchi tra i due sfidanti.

Se Pechino intende liberarsi dalla gabbia strategica creata a queste latitudini dalla Casa Bianca al termine della Seconda guerra mondiale, tra alleanze locali e sfruttamento di isole strategiche che consentono ancora al governo statunitense di esercitare una presenza costante nell’Asia-Pacifico, Washington intende tornare ad accendere i riflettori su una porzione di mondo fin troppo trascurata, probabilmente dando per scontato che nessuno avrebbe mai messo in discussione la sua presenza in Estremo Oriente.

Siamo così arrivati al punto che l’influenza cinese nel Pacifico centrale sta crescendo, mentre l’architettura statunitense rischia di erodersi a meno di adeguate contromisure. L’accordo di cooperazione siglato tra Cina e Isole Salomone è stato il primo campanello d’allarme che ha spinto l’amministrazione Biden a reagire.



La scacchiera del Pacifico

Dobbiamo pensare al Pacifico occidentale immaginato dagli Usa come ad un territorio che, per funzionare in maniera coordinata, deve essere attraversato da “collegamenti infrastrutturali” capaci di scongiurare la presenza di zone morte o lasciate a se stesse. Da questo punto di vista, le Hawaii (Stato Usa) rappresentano un’ “autostrada marittima” utilizzabile da Washington per raggiungere rapidamente le eventuali aree di crisi dell’Asia-Pacifico, con un occhio di riguardo a Giappone e Corea del Sud.

Nei pressi delle Hawaii, e facente parte dello stesso gruppo di isole, troviamo l’atollo di Midway (5,2 chilometri quadrati e qualche decina di abitanti), mentre più a sud troviamo gli atolli di Johnston e Palmyra, oltre allo scoglio Kingman. E ancora: le isole di Jarvis (4,5 chilometri quadrati), Baker (2,1), Howland (2,3) e Wake (6,5), le Samoa americane e la famigerata isola di Guam.

Classificate come territori non incorporati degli Stati Uniti, queste aree non sono attribuite ad alcuna amministrazione comunale, ma sono amministrate direttamente dal governo Usa attraverso un ente dedicato. E, soprattutto, ospitano (o possono farlo a fronte di emergenze) basi o personale militare statunitense.

Il mosaico Usa si completa con tre tasselli non controllati da Washington ma con i quali esistono accordi specifici. Repubblica di Palau, Stati federati di Micronesia e Repubblica delle Isole Marshall – occupano, considerando anche i rispettivi spazi marittimi, un’area grande quanto gli Stati Uniti continentali – costituiscono un enorme corridoio nel cuore del Pacifico centrale.

Il cuore della presenza Usa

Al termine della Seconda guerra mondiale, Palau, Micronesia e Marshall furono dichiarati dalle Nazioni Unite territori di fiducia strategica, e le loro amministrazioni furono altresì assegnate agli Stati Uniti. Come ha ricordato Asia Times, quasi 40 anni fa, in seguito all’indipendenza, ciascuna delle tre nazioni ha stipulato un “patto di libera associazione” (Cofa) con gli Usa. Questi tre Paesi sono adesso noti come Stati liberamente associati (Fas) ma i suddetti accordi con Washington sono in fase di rinegoziazione.

Stiamo parlando di accordi fondamentali: gli Usa forniscono alle piccole isole assistenza finanziaria e di altro tipo – compreso il diritto dei loro cittadini a vivere e lavorare negli Stati Uniti – e in cambio, l’amministrazione statunitense si assume la responsabilità di difenderle. Insomma, i Cofa, includendo anche il diritto di impedire qualsiasi presenza militare straniera in ciascuno dei Paesi, sono una sorta di assicurazione pagata dalla Casa Bianca per garantire la propria presenza (militare) nel Pacifico centrale.

Ebbene, se tali accordi dovessero saltare la postura americana nell’Indo-Pacifico inizierebbe a traballare, compromettendo persino la possibilità di difendere Taiwan da un eventuale attacco cinese. L’obiettivo Usa consiste quindi nel non perdere gli Stati liberamente associati a favore della Cina. Già, perché la quantità di denaro necessaria a rinnovare gli accordi Cofa è irrisoria: quasi 1,7 miliardi di dollari da spalmare tra Palau, Micronesia e Marshall nell’arco di un ventennio (calcolatrice alla mano, meno di 117 milioni di dollari per Paese all’anno).

Stretti e accordi: Cina alla finestra

Negli ultimi 30 anni la Cina si è insinuata nei sistemi commerciali e politici di ogni nazione Fas, tanto che il controllo statunitense in quelle aree non è più blindato come in passato. Washington deve monitorare la situazione con la massima attenzione, visto che le suddette nazioni possono sempre annullare gli accordi Cofa o ritirarsi dalle offerte. A quel punto Pechino sarebbe pronta ad inserirsi a gamba tesa con una somma maggiore.

In ogni caso, le componenti finanziarie e di servizio dei nuovi Cofa devono essere approvate dal Congresso Usa entro il 30 settembre 2023. In caso di ipotetica fumata nera, i Fas si ritroverebbero con l’acqua alla gola e poche risorse, e dovrebbero quindi rivolgersi altrove (ogni riferimento al governo cinese è puramente casuale). Al momento, Palau e Micronesia hanno firmato gli accordi – accordi che adesso stanno per essere recapitati al Congresso, con il Senato che sembra favorevole e la Camera ambigua – mentre Marshall non ha ancora messo nero su bianco la sua intesa con Washington.

In generale, la Cina ha capito che può insinuarsi nelle crepe che stanno spuntando sulla superficie dell’architettura geopolitica statunitense nel Pacifico. Le recenti esercitazioni militari con la Russia, vanno proprio in questa direzione. Il Dragone sembra infatti aver messo nel mirino alcuni corridoi chiave, visto che la Northern/Interaction-2023, in fase di organizzazione da parte del Comando del teatro settentrionale dell’Esercito popolare di liberazione (Pla), come ha spiegato il ministero della Difesa cinese, si concentrerà sul “mantenimento della sicurezza dei corridoi marittimi strategici”.

Song Zhongping, un ex istruttore del Pla, ha affermato che i corridoi marittimi strategici menzionati dal ministero della Difesa cinese includono tre stretti vicino al Giappone – gli stretti di Tsushima, Soya e Tsugaru – che potrebbero diventare roccaforti chiave per gli Stati Uniti e i loro alleati al fine di bloccare Cina e Russia dall’accesso al Pacifico occidentale. “Per abbattere le possibili barriere di eventuali rischi potenziali, è molto importante per il Pla e la sua controparte russa tenere esercitazioni regolari”, ha spiegato Song al South China Morning Post.

Certo, è in corso anche una partita Usa-Cina anche più a sud, nel Mar Cinese Meridionale, dove permangono i rebus rappresentati dagli atolli e le isolette rivendicate dai Paesi dell’area, e dal dominio degli stretti di Taiwan e Malacca. La sensazione è che la sfida per l’Indo-Pacifico diventerà sempre più intensa.  

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