L’ovest sempre più in mano ai turchi, l’est invece con gli alleati di Haftar pronti a mettere le mani sulle vaste e ampie risorse petrolifere ed energetiche. Una sintesi del genere sulla situazione in Libia non poteva certo andare giù a lungo termine dalle parti di Washington. Certo, del non interventismo e del ritiro da alcuni scenari mediorientali il presidente Donald Trump ne ha fatto una bandiera elettorale e in questo anno caratterizzato dalle presidenziali è impensabile un rovesciamento di posizione. Al tempo stesso però, immaginare una Libia a metà tra l’influenza turca e quella russa con gli americani marginali non ha iniziato più ad andar giù anche tra gli strateghi della Casa Bianca. E così, dietro gli accordi di cessate il fuoco proposti a Tripoli da Fayez Al Sarraj e dalla Cirenaica da Aguila Saleh, ci potrebbe essere proprio lo zampino degli Stati Uniti.

Perché gli Stati Uniti sono intervenuti

Lo stallo in Libia era dettato anche dal fatto che nessun attore, interno ed esterno al Paese nordafricano, era in grado di prevalere sulla controparte. La Turchia in questi ultimi mesi ha fatto molti progressi diventando principale sponsor del governo di Al Sarraj e aiutando quest’ultimo a riprendere buona parte della Tripolitania. Tuttavia, né le forze mercenarie inviate da Ankara e né le milizie legate all’esecutivo tripolino appaiono ad oggi in grado di riconquistare l’intero territorio libico. Dall’altro lato, le difficoltà militari a cui è andato incontro il generale Haftar hanno costretto anche i suoi alleati internazionali, dalla Russia all’Egitto passando per gli Emirati Arabi Uniti, a convincere le sue truppe di non andare oltre con gli scontri. Da qui quindi la necessità di far ridimensionare l’intensità del conflitto, anche perché le dispute politiche e militari stavano mettendo sempre più in ginocchio la vitale industria del petrolio, la cui produzione sta riprendendo soltanto negli ultimi giorni.

In questa situazione, gli unici a poter mediare tra le parti erano proprio gli americani. Il peso di Washington è stato determinante alla fine per convincere turchi da un lato ed emiratini dall’altro ad accettare una prima possibile intesa per un cessate il fuoco. Una trama, quella messa in atto dagli Stati Uniti, figlia di un’intera estate di mediazioni. A partire con l’Egitto del presidente Al Sisi: quest’ultimo già nello scorso mese di giugno aveva posto in essere alcune condizioni per arrivare ad una tregua. Dalla smilitarizzazione di Sirte, passando per un nuovo consiglio presidenziale, uno dei principali alleati di Haftar ha messo in campo un piano volto ad evitare ulteriori scontri e salvare il salvabile per il generale della Cirenaica. Il 10 agosto scorso, come descritto su La Stampa, l’ambasciatore Usa in Libia Richard Norland è stato nella capitale egiziana per incontri di primo piano nelle stanze diplomatica de Il Cairo. In quell’occasione il piano promosso dall’Egitto è stato visto con estremo interesse dal rappresentante americano. Nel giro di dieci giorni quindi sono state messe le basi per la dichiarazione letta da Aguila Saleh, trasformatosi da semplice rappresentante politico dell’apparato militare di Haftar a possibile nuovo attore in grado di portare avanti le istanze dell’est della Libia. Contemporaneamente, sempre a livello diplomatico, gli Usa hanno lavorato sulle posizioni di Emirati Arabi Uniti e Turchia. Il ragionamento venuto fuori da Washington è molto semplice: più il dossier libico è lasciato in mano ai singoli attori regionali, più le influenze turco – russe saranno le principali all’interno dello strategico Paese nordafricano.

Occhi puntati sul petrolio

C’è poi un’altra ragione che ha portato gli Stati Uniti ad interessarsi, tramite un’operazione diplomatica sviluppatasi soprattutto nelle ultime settimane, della Libia. Il greggio libico è prezioso per le sue caratteristiche, che consentono meno costi per la raffinazione e inoltre la vicinanza geografica all’Europa permette un abbattimento dei costi anche sui trasporti. Dal 17 gennaio scorso l’esportazione del petrolio dalla Libia risultava bloccata. Haftar, alla vigilia del vertice di Berlino del 19 gennaio, ha deciso di chiudere i pozzi e i terminal petroliferi per mettere l’accento sulla situazione dell’est della Libia, lì dove i proventi del greggio arrivavano con sempre meno frequenza. Al suo fianco si sono piazzate anche numerose tribù della Cirenaica e del Fezzan. Una chiusura così prolungata ha però allo stesso tempo provocato gravi danni economici, oltre che alle stesse strutture industriali. Era quindi necessario un accordo in grado di far riprendere la produzione e l’esportazione. In effetti l’unico vero punto di contatto tra Al Sarraj e Saleh è stato quello rappresentato dalla riapertura dell’industria dell’oro nero libico.

In particolare, entrambe le parti si sono impegnate a far affluire i proventi in un conto corrente congelato in attesa poi di capire come spartire in futuro i guadagni. Il nodo è proprio quello: la torta del petrolio libico, che garantisce più del 90% delle entrate totali, era dirottata unicamente verso la Banca Centrale con sede a Tripoli e quindi gli altri attori in questione, a partire dalle stesse autorità stanziate in Cirenaica, più volte hanno rischiato di rimanere a secco. Il piano messo a punto con la supervisione diplomatica degli Usa, ha quindi permesso la ripresa delle attività in vista poi di future contrattazioni tra le parti.

Le prospettive future

Difficile al momento dire se l’accordo annunciato nelle scorse ore sia o meno destinato a reggere. L’unico punto in comune è rappresentato per l’appunto dalla necessità di riprendere l’estrazione e l’esportazione del greggio. Per il resto, tra Al Sarraj e Saleh sussistono profonde divergenze. Il primo vuole elezioni entro marzo, il secondo invece preme per un nuovo consiglio presidenziale formato da tre e non più nove rappresentanti. Dall’est della Libia poi, si preme per mandare via le milizie mercenarie, con riferimento soprattutto a quelle islamiste siriane portate dalla Turchia. Ma non è facile far smobilitare gruppi del genere dopo le loro avanzate a discapito di Haftar. C’è poi il nodo relativo a Sirte: da Tripoli si vorrebbe una totale smilitarizzazione della città, da Bengasi invece si preme per farla diventare nuova capitale provvisoria. L’unico reale dato concreto è che per la prima volta le parti parlano all’unisono di un cessate il fuoco. È ancora molto presto per capire se questo passaggio può essere considerato come base per il dialogo sulla futura struttura del Paese.