Negli ultimi anni, il sistema internazionale sembra aver perso ogni illusione di stabilità. La guerra in Ucraina, la rivalità tra Stati Uniti e Cina, le tensioni con l’Iran e il moltiplicarsi di crisi regionali riportano al centro una domanda che per decenni sembrava superata: e se il mondo non fosse governato da regole e cooperazione, ma dalla competizione tra grandi potenze? È in questo contesto che il pensiero di John Mearsheimer, pioniere del realismo offensivo, torna con forza nel dibattito internazionale.
Per anni, dopo la fine della Guerra fredda, il paradigma dominante è stato quello liberale: istituzioni multilaterali, interdipendenza economica e diffusione della democrazia avrebbero dovuto ridurre la probabilità di conflitti tra Stati. La convinzione era che la cooperazione potesse progressivamente sostituire la logica della potenza. Tuttavia, gli eventi di oggi ne mettono in crisi i presupposti: guerre, competizioni strategiche, rivalità regionali e l’evidente fallimento della NATO dimostrano quanto le organizzazioni internazionali pesano poco di fronte ai giochi di potere, come sottolinea lo stesso Mearsheimer.
Il mondo è anarchico: non esiste un’autorità superiore agli Stati capace di garantire sicurezza. In questo contesto, le grandi potenze non possono permettersi di fidarsi delle intenzioni altrui. La logica è semplice ma spietata: ogni Stato deve proteggere la propria sopravvivenza, e farlo significa aumentare il proprio potere, anche a costo di generare sospetti e timori negli altri. Concetti come anarchia internazionale, dilemma della sicurezza e sopravvivenza sono interconnessi e spiegano gran parte delle dinamiche geopolitiche che oggi vediamo in azione.
L’Ucraina rappresenta una delle dimostrazioni più evidenti della “tragedia delle grandi potenze” descritta da Mearsheimer. Piccolo Stato situato tra due grandi potenze, l’Ucraina ha tentato più volte di trovare un equilibrio tra Europa e Russia, mantenendo buone relazioni con entrambi. Tuttavia, l’espansione della NATO e la pressione occidentale per sostituire il presidente ucraino Viktor Yanukovych nel febbraio 2014 con un leader filo-occidentale, Petro Poroshenko, scatenarono la reazione russa. Nell’articolo del settembre 2014 su Foreign Affairs, intitolato Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault, Mearsheimer ricostruisce gli eventi e conclude che il conflitto è stato generato dall’aggressività dell’Occidente. Le promesse informali fatte a Mosca a fine Guerra fredda, seppur mai formalizzate, contavano quanto quelle scritte: la Russia si è sentita tradita e ha reagito. L’Ucraina diventa così l’esempio perfetto di come gli Stati più piccoli possano essere sacrificabili nella logica delle grandi potenze: la loro sicurezza è subordinata alla competizione tra attori più forti, e la loro autonomia è spesso un lusso che il sistema internazionale non permette.
Dall’Ucraina, il pensiero di Mearsheimer ci porta alla Cina, un caso emblematico di potenza emergente. Non importa se il regime sia autocratico o democratico: la crescita economica si traduce inevitabilmente in maggiore capacità militare e in un aumento del potere relativo, rendendo la Cina una potenza revisionista destinata a spingere il sistema internazionale a riorganizzarsi secondo la sua influenza crescente. Ambisce a diventare egemone nella propria regione e a ridurre l’influenza statunitense e dei suoi alleati nel Pacifico, Taiwan in primis. In uno scenario di crescita continua, la probabilità di un conflitto con gli Stati Uniti aumenta perché in un sistema anarchico, ogni aumento di potenza viene percepito come minaccia. Non a caso, nel 2014 Mearsheimer aggiunse un intero capitolo dedicato proprio a questo tema in La tragedia delle grandi potenze, osservando che “la sopravvivenza esige un comportamento aggressivo Le grandi potenze si comportano così non perché vogliono farlo o perché hanno una pulsione interiore di dominio, ma perché sono costrette a cercare più potere se vogliono massimizzare le probabilità di sopravvivenza”.
La logica realista si manifesta anche in altri contesti. La Siria mostra come le politiche di regime change siano strumenti di potere, finalizzati a sostituire governi che non si allineano agli interessi degli Stati Uniti. L’Iran, secondo Mearsheimer e sulla scia della tesi di Kenneth Waltz pubblicata nel 2012 su Foreign Affairs, dimostra l’importanza della deterrenza: un Iran dotato di armi nucleari rafforzerebbe la stabilità regionale, rendendo Israele e Usa incapaci di rovesciare il regime di Teheran, così come Saddam Hussein e Gheddafi non sarebbero stati attaccati nel 2003 e nel 2011 se avessero posseduto armi nucleari.
Le grandi potenze reagiscono duramente quando percepiscono che un rivale accumula potere in aree vitali per i propri interessi. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran riflettono una rivalità strutturale basata su deterrenza, equilibrio di potenza e percezioni di minaccia reciproca, mentre l’ascesa della Cina ripropone il classico interrogativo realista: può una potenza emergente crescere senza spaventare quelle già consolidate? Per Mearsheimer, la risposta è negativa: ogni aumento di potenza viene inevitabilmente interpretato come una minaccia e porta alla competizione.
Il ritorno di Mearsheimer non è una tendenza accademica passeggera, ma il segnale che stiamo iniziando a vedere il sistema internazionale per quello che è. In un mondo segnato da rivalità strategiche e conflitti aperti, la politica non è guidata da ideali, ma dalla distribuzione del potere, dalla percezione di minaccia e dalla ricerca della sopravvivenza. Nel suo libro The Great Delusion, Mearsheimer sottolinea come le élite occidentali siano rimaste sorprese dagli eventi in Ucraina perché “la maggior parte di loro ha una comprensione difettosa della politica internazionale. Credono che il realismo e la geopolitica abbiano poca rilevanza nel XXI secolo e che ‘un’ Europa unita e libera’ possa essere costruita interamente sulla base dei principi liberali”.
Il linguaggio del potere, delle sfere di influenza e del bilanciamento tra Stati appare oggi più vicino alla realtà di quanto non lo siano le narrazioni basate esclusivamente su norme e cooperazione. Dall’Ucraina alla Cina, fino all’Iran, la legge del potere guida le scelte di Washington, Mosca e Pechino, ricordando che in un mondo anarchico gli interessi di sopravvivenza e potenza restano l’asse centrale della politica internazionale, rendendo il pensiero di Mearsheimer più rilevante che mai.
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