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Non si placano le tensioni tra Cina e Taiwan in merito all’ammissione di Taipei all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Diverse nazioni, tra cui gli Stati Uniti, sono favorevoli ad una partecipazione di Taiwan ai lavori dell’ente sanitario e ciò continua ad irritare Pechino che si è recentemente scagliata contro la Nuova Zelanda, rea di aver caldeggiato l’ammissione di Taipei. Secondo Joeanne Ou, portavoce del ministero degli Esteri taiwanese, solamente il governo dell’isola ha il diritto di rappresentare i propri abitanti sull’importante palcoscenico internazionale. L’Oms non concorda e dal 1971 riconosce la Repubblica Popolare come rappresentante legittimo della Cina. La presidente taiwanese Tsai Ing Wen ha accusato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, di risentire delle pressioni cinesi.

Vento nazionalista

A soffiare sul fuoco delle tensioni c’è anche l’opinione pubblica cinese. Si sono moltiplicate, sui social media di Pechino, le voci in favore di un attacco militare della Repubblica Popolare all’isola. I commentatori suggeriscono di procedere con un’offensiva, dato che la comunità internazionale è al momento distratta dall’emergenza Covid-19, ma non è detto che Pechino dia ascolto a queste voci. Un articolo pubblicato su un importante giornale del Partito Comunista sembra infatti suggerire una tattica diversa. Nel pezzo si ricorda la “lenta” conquista di Taiwan da parte della dinastia Qing. La dinastia pianificò l’invasione per oltre vent’anni e sfruttò anche mezzi economici e diplomatici per facilitare l’operazione bellica, che ebbe luogo nel lontano 1683. Un parallelismo inquietante che potrebbe ripetersi e dar vita ad un vero e proprio conflitto.

La forza di Pechino

La Repubblica Popolare Cinese ha mostrato un atteggiamento spavaldo nel corso della pandemia: i suoi velivoli militari si sono infatti avvicinati pericolosamente a Taiwan nell’ambito di una serie di esercizi bellici. Nel mese di febbraio, ad esempio, un bombardiere strategico Xi’an H-6 si è avvicinato alle coste sud-occidentali dell’isola mentre a marzo alcuni J-11 di Pechino hanno svolto un’esercitazione notturna non lontano da Taiwan. Le autorità della Repubblica Popolare sostengono che queste esercitazioni hanno lo scopo di proteggere la sovranità nazionale e fungono da avvertimento contro ogni possibile mossa che possa avvicinare Taipei all’indipendenza.

Il ruolo americano

Un conflitto tra Pechino e Taipei, sulla carta, potrebbe concludersi unicamente con la vittoria, più o meno sofferta, dell’esercito della Repubblica Popolare. L’unica speranza, per Taipei, è quella di poter contare sul supporto di Washington che potrebbe dissuadere Pechino dall’attaccare l’isola. Il Covid-19 potrebbe però influenzare questo scenario: gli Stati Uniti sono il Paese più colpito al mondo dal morbo e potrebbero non avere la volontà politica od economica di intervenire. L’amministrazione Trump, peraltro, potrebbe venire sostituita, in caso di sconfitta alle presidenziali, dai più “morbidi” democratici di Joe Biden. Biden ha espresso il proprio supporto al movimento di protesta di Hong Kong ma non ha esitato a criticare la “guerra commerciale” con Pechino portata avanti dall’amministrazione Trump. Secondo l’ex vicepresidente di Obama, infatti, le tensioni non beneficerebbero gli interessi americani.

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