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Per le strade della Polonia è caos dalla sera del 22 ottobre, giorno in cui il Tribunale Costituzionale (Trybunał Konstytucyjny) ha sentenziato in maniera perentoria e inappellabile che il cosiddetto aborto eugenetico, ossia l’interruzione volontaria di gravidanza causa malformazioni al feto, è contrario ai principii enunciati dalla costituzione. La pratica, quindi, non è stata messa al bando integralmente: l’aborto resterà libero, legale e accessibile solo nei casi di incesto, stupro e pericolo di vita e salute per la madre.

Il verdetto ha rappresentato il casus belli di una rivolta massiccia, generalizzata ed estesa a macchia d’olio in tutto il Paese, da Danzica a Varsavia, che ha rapidamente assunto tonalità e ambizioni antigovernative e anticattoliche. Sullo sfondo dei disordini, aggravati dalla discesa in campo di coloro che supportano la decisione del Tribunale Costituzionale, sembra che vi sia una potenza estremamente interessata a quanto sta accadendo: la Germania.

L’origine delle proteste

Il Tribunale Costituzionale della Polonia ha emesso il verdetto finale su una questione che divide l’opinione pubblica dal 2015, anno in cui fu presentata in parlamento un’iniziativa popolare mirante a una messa al bando totale dell’aborto. L’iniziativa fallì in sede di approvazione per una manciata di voti (178 parlamentari a favore e 206 contrari) ma riuscì nell’obiettivo di riaccendere il dibattito su un tema estremamente sentito, dando impulso a un’ondata di manifestazioni organizzate da ambo le parti e ad un altro ciclo di discussione a livello parlamentare, anch’esso conclusosi in un nulla di fatto.

La sentenza del Tribunale Costituzionale che, oggi, sta provocando disordini spalmati sull’intero territorio nazionale, forse, cinque anni fa sarebbe stata accolta in maniera differente; questo è, almeno, quanto emerge dal mutamento di percezione e attitudine in materia di aborto catturato dai sondaggi.

Nel 2014, secondo l’istituto CBOS, il 65% dei polacchi riteneva la pratica abortiva “immorale e inaccettabile” e soltanto il 27% la considerava “accettabile”. Negli anni successivi, però, si è verificato un ribaltamento tanto significativo quanto incompreso; un fenomeno che Diritto e Giustizia (PiS) ha colpevolmente sottovalutato, o ignorato. Un’indagine del Pew Research Center datata 2017 certificava la comparsa di una situazione polarizzante: l’aborto avrebbe dovuto essere legale nella maggior parte dei casi per il 33% dei rispondenti, illegale nella maggior parte dei casi per il 38% e illegale in ogni circostanza soltanto per il 13%.

L’anno scorso, infine, un sondaggio effettuato da Gazeta Wyborcza aveva catturato l’ormai avvenuto cambio di paradigma: il fronte dei favorevoli all’aborto aveva superato quello dei contrari. Le opinioni raccolte dalla rivista, più nello specifico, avevano portato alla rappresentazione del seguente quadro: il 58% dei rispondenti a supporto dell’aborto su richiesta fino alla dodicesima settimana di gravidanza, il 35% contrario, il 7% non aveva un’opinione a riguardo.

Il sostegno o meno all’aborto variava, e varia, a seconda del partito politico di riferimento ma, come notava la rivista, lo stesso elettorato di PiS era diviso sull’argomento: un terzo dei votanti, ossia il 33%, aveva una considerazione positiva del diritto all’aborto. Numeri, comunque, di gran lunga inferiori a quelli degli elettori di Primavera di Robert Biedron (92%) e di Coalizione Europea (71%).

Cosa sta succedendo

Nelle fasi immediatamente successive alla proclamazione della sentenza, che diverrà effettiva al momento della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Polonia (Dziennik Ustaw), decine di migliaia di persone sono scese nelle strade di oltre sessanta città, tra le quali Varsavia, Cracovia, Danzica, Lodz, Poznan e Katowice, sfidando il divieto di assembramento in vigore per via dell’emergenza sanitaria e accusando il Tribunale Costituzionale di aver prodotto un verdetto religiosamente motivato, ovvero condizionato dalle presunte pressioni della chiesa cattolica.

Il malcontento per la sentenza è stato sfogato proprio contro le chiese, i cui portoni stanno venendo sfondati, i fedeli aggrediti, le messe interrotte e gli arredi e le mura vandalizzati. Il picco delle rimostranze anticattoliche ha avuto luogo il 25, ossia nella giornata di domenica, quando i manifestanti hanno organizzato azioni di disturbo collettive in tutto il Paese tese all’interruzione delle messe. Inoltre, a Poznan e Varsavia sono stati dissacrati i memoriali dedicati a Giovanni Paolo II.

Chiese a parte, sono state prese di mira anche le sedi di PiS e le residenze dei loro politici, come la casa di Jaroslaw Kaczynski, davanti la quale sono esplosi disordini in seguito al contatto tra dimostranti e polizia in assetto antisommossa. L’evento, indicativo dell’alta tensione, ha spinto il padrino di PiS ed eminenza grigia del conservatorismo polacco ad apparire in televisione, la sera del 27, dove ha invitato la destra a compattarsi e a lanciare una contro-mobilitazione.

L’appello di Kaczynski è stato immediatamente raccolto; nelle città cadute preda della rivolta femminista, supportata dai collettivi lgbt e dagli Antifa, si è assistito alla discesa in campo dei seguaci di PiS, degli ultrà appartenenti alle tifoserie di destra e degli attivisti appartenenti a Confederazione (Konfederacja) e alla cosiddetta Guardia Nazionale.

Disordini e violenze hanno cessato di essere a senso unico, facendo precipitare la situazione e costringendo l’esecutivo a ricorrere all’impiego della Gendarmeria militare (Żandarmeria Wojskowa), attivata dal primo ministro Mateusz Morawiecki nella giornata del 23.

OSK, la mente dietro le proteste

Il malcontento per la sentenza del Tribunale Costituzionale esiste ed è palpabile, ma questo non significa che il caos e la violenza organizzata che stanno caratterizzando le proteste abbiano una natura completamente genuina. L’organizzazione non governativa di stampo anarco-femminista e queer che sta coordinando l’intera mobilitazione, Ogolnopolski Strajk Kobiet (OSK), ha annunciato che la lotta proseguirà a oltranza fino a quando l’esecutivo non soddisferà ogni punto illustrato in un elenco di richieste formulato all’indomani del verdetto.

L’annullamento del verdetto non è, come si potrebbe credere, in cima alla lista dei desideri di Osk; l’organizzazione chiede la riscrittura della composizione del Tribunale costituzionale, della Corte suprema e del Difensore civico (Ombudsman), la legalizzazione totale dell’aborto, la fine della campagna di governo contro la minoranza lgbt, la “de-cattolicizzazione” materiale e morale del sistema sanitario, l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole, la fine dei finanziamenti statali alla chiesa cattolica, la rimozione dell’insegnamento della religione cattolica dai curricula scolastici e, soprattutto, le dimissioni dell’esecutivo.

Per realizzare il proprio programma e, soprattutto, l’ultimo punto, Osk, ha indetto uno sciopero generale a partire dalla giornata del 28 e dato il via ad un’iniziativa provocatoria: la creazione del Consiglio Consultivo, una piattaforma di dialogo tra società civile, opposizione politica e forze di governo, ricalcante il modello del Consiglio di Coordinamento (Каардынацыйная рада) istituito da Svetlana Tikhanovskaya per esercitare pressioni su Aleksandr Lukashenko.

Vivendo, Osk, di donazioni volontarie da parte di privati, è difficile risalire ai finanziatori, ma che lo scopo delle rivolte non sia (soltanto) l’aborto è reso evidente dagli obiettivi esplicitati e da un fatto curioso. La sera del 27, Osk ha iniziato a pubblicare su Instagram i dati sensibili di persone presumibilmente legate a PiS e, in generale, al mondo della destra, dai loro indirizzi di residenza ai numeri di telefono. Quei post, poi cancellati, dovrebbero spingere gli spettatori degli eventi ad una riflessione sulla natura di Osk e, soprattutto, su coloro che si celano dietro, trattandosi di individui in grado di reperire informazioni riservate di quel genere.

Il fattore tedesco

La grande stampa tedesca sta monitorando con attenzione gli eventi che stanno scuotendo la Polonia, contribuendo a veicolare l’idea che il verdetto del Tribunale Costituzionale sia stato influenzato dal governo e dalla Chiesa cattolica e che vada inquadrato nell’ambito di un progetto ideologico basato sulla dicotomia schmittiana dell’amico-nemico. PiS, in breve, avrebbe bisogno di nemici per sopravvivere e attrarre continuamente consensi e, dopo aver lanciato la guerra all’ideologia di genere, avrebbe spostato il focus sull’aborto.

Mentre il posizionamento del mondo dell’informazione tedesco non è sorprendente e, comunque, è il semplice riflesso della natura essenzialmente liberale delle principali testate, radicalmente differente è la questione dell’attivismo politico dei tedeschi nella vicenda. Roland Hau, presidente dell’Unione delle Minoranze Tedesche di Danzica ha utilizzato Facebook per spingere la popolazione cittadina a chiedersi se “davvero, in un patriottismo acritico, volete ancora la supremazia di Varsavia, e più precisamente del suo distretto di Zoliborz, sul nostro comune?”. La domanda, già di per sé provocatoria, è stata corredata di stemma della Città Libera di Danzica.

L’intervento di Hau, che è stato bollato da PiS come un “invito a staccare Danzica dalla Polonia“, ha esacerbato ulteriormente il clima di scontro, questa volta a livello politico. Il parlamentare Kacper Plazynski, appartenente a Diritto e Giustizia, si è autoassunto l’onere di denunciare l’accaduto alle “autorità che vigilano sulla sicurezza e l’integrità dello Stato polacco” e ha chiesto formalmente all’esecutivo di attivarsi affinché Hau venga rimosso dalla presidenza dell’importante entità.

L’istigazione alla rivolta provenuta da Hau ha suscitato perplessità, timori e, soprattutto, dubbi. L’uomo, infatti, non è soltanto il capofila della lobby tedesca nel Paese, è amico di Angela Merkel, ed è “un personaggio pubblico […] e ha contatti internazionali”.

Ultimo, ma non meno importante, sarebbe stato segnalato l’ingresso di attivisti antifascisti dalla vicina Germania. La notizia, da non escludere aprioristicamente, potrebbe trovare conferma nell’elevato grado di coordinamento mostrato dai manifestanti, che secondo Kaczynski sarebbero stati “addestrati”, e in un’informativa dei servizi segreti tedeschi risalente allo scorso agosto.

Il documento era stato realizzato dall’Ufficio federale della Protezione della costituzione (BfV, Bundesamt für Verfassungsschutz), il servizio segreto tedesco di controspionaggio interno, ed era stato pubblicato all’indomani dei disordini di Varsavia del 7 agosto. Il rapporto era molto sintetico, probabilmente era stato formulato in tempi rapidi per condensare soltanto le informazioni utili ad avvisare le controparti polacche di quanto sarebbe potuto accadere nelle settimane e nei mesi seguenti per le strade delle grandi città della Polonia.

Il BfV, monitorando i circoli anarchici e dell’estrema sinistra di Berlino e Potsdam, aveva riscontrato la presenza insolita di attivisti stranieri intenti a ricevere addestramento e formazione alle tattiche del combattimento corpo a corpo e della guerriglia urbana. Questi attivisti che attraversavano il confine, imparando ciò che dovevano per poi fare rientro velocemente in patria, erano accomunati da una caratteristica: tutti polacchi, la maggior parte proveniente da Poznan e Varsavia.