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Com’era la famosa frase di Elly Schlein? Non ci hanno visti arrivare. Ecco, lo stesso si può dire per Donald Trump. Nessuno lo aveva visto arrivare nel 2016, quando nelle chiacchiere da cappuccino e brioche ai più illustri talk show veniva data per sicura vincitrice Hillary Clinton. E nessuno lo ha visto arrivare adesso, quando la corsa contro Kamala Harris veniva anticipata come una sfida all’ultimo voto. Invece no. Trump ha sfondato, sotto ogni punto di vista. Lui torna alla Casa Bianca, ottenendo anche molti milioni di voti in più della Harris. Il Partito repubblicano cresce ovunque, anche dove resta secondo rispetto al Partito democratico. Il Senato è dei repubblicani, la sorte della Camera è incerta ma pende dallo stesso lato. La Harris è stata sconfitta anche laddove, alla vigilia, veniva data per vincente (o molto vicina alla vittoria): per esempio in Pennsylvania, lo Stato su cui la sua campagna elettorale più aveva battuto. Anche in Michigan, lo Stato di Tim Walz, il suo potenziale vice-presidente.

Per i dem è l’ora dei rimpianti. Il primo dei quali riguarda Joe Biden: se si fosse dimesso dopo il voto di metà mandato del 2022, quando i democratici persero la maggioranza al Senato, il suo partito avrebbe avuto due anni di tempo per scegliere un candidato forte, prepararlo e lanciarlo con una vera campagna elettorale. La dimissioni, anzi la rimozione tardiva di Biden ha costretto i dem ad affidarsi a Kamala Harris, che nei quattro anni della presidenza Biden era stata considerata quasi impresentabile e per questo tenuta nascosta, relegata a ruoli di rappresentanza minore. L’unico dossier di rilievo che le era stato affidato, quello sul confine Sud e sulle migrazioni, è stato trattato in modo così generico e inutile da diventare una delle leve principali per la retorica elettorale di Trump. La debolezza personale e politica della Harris (ora anche accusata di non essersi abbastanza distanziata da Biden) è stata uno dei fattori di questo voto, fuori da ogni dubbio. Nessuno, anche nella stampa europea, è mai riuscito a raccontare che cosa la Harris davvero volesse fare da grande, e questo perché forse nemmeno la Harris lo sapeva. Chiara solo la sua sensibilità sui temi della parità di genere e dei diritti: ma credere che un candidato donna debba di per sé “spaccare”, o che le donne non avrebbero comunque votato per i democratici (da sempre più sensibili a certi temi) in presenza di un candidato maschio, è una vecchia illusione.

Adesso, quindi, ci aspettano altri quattro anni di Trump. Ed è già partita la solfa che ci toccherà ascoltare a lungo, anche questa già vista: gli hacker russi, i messaggi di odio che X di Elon Musk non ha cancellato, le trame di Telegram e compagnia bella, a dispetto di uno schieramento mediatico pro-Harris che ha fatto impallidire persino quello che fu pro-Clinton nel 2016. Fare previsioni, con Trump, è quasi impossibile, il passato quadriennio ci ha ammaestrati. Possiamo immaginare tempi più duri per l’Europa, che Trump non ha mai amato, ricambiato. E tensioni più alte con la Cina, che Trump a suo tempo bombardò di dazi, mai revocati da Joe Biden.

L’aspetto più interessante in questo momento, quando le dichiarazioni e le intenzioni ancora contano, e quando ancora non sappiamo a chi sarà concretamente affidato il Governo degli Usa, è il successo che la campagna di Trump ha raccolto presso i giovani under 30, le minoranze e gli elettori di origine mediorientale e fede musulmana, all’insegna di un netto “no” a nuove guerre in Medio Oriente. Trump si presenta come il presidente che vuole concentrarsi sui problemi interni degli Usa e che, anche per questo, non ha fatto e non vuole fare guerre.

Premessa affascinante ma impegnativa. Per mantenerla, Trump dovrà trovare una soluzione negoziale per la guerra russa in Ucraina senza mortificare le sofferenze e le esigenze di sicurezza degli ucraini, convincendo intanto Vladimir Putin. E placare la furia di Benjamin Netanyahu che, non a caso, ha approfittato della notte del voto per liberarsi del ministro della Difesa Gallant, l’uomo che teneva i contatti con la Casa Bianca. Netanyahu che gli deve molto, se ricordiamo gli Accordi di Abramo e il Piano per il Medio Oriente varati nel 2020, con l’annessione a Israele delle Alture del Golan e di Gerusalemme Est e uno Stato palestinese previsto ma ridotto a sottoscala dei voleri israeliani.

Tutti i più recenti sondaggi, si sa, dicono che la maggioranza degli americani chiede, appunto, meno impegno all’estero e più impegno in casa. Giudicheranno loro, abituati da Biden a una massiccia opera di sostegno statale all’economia, se le politiche di Trump faranno il bene degli Usa. Noi, che americani non siamo, aspettiamo con ansia che la superpotenza torni a spendere le sue capacità per regolare le crisi e non per fomentarle, per interrompere i massacri e non per incentivarli, per elaborare soluzioni politiche originali in un mondo che, lo voglia la Casa Bianca o no, lentamente ma inesorabilmente cambia.

È certo legittimo dubitare che Donald Trump si l’uomo capace di fare tutto questo. Ma altrettanto certo è che è lui a proporlo, non altri. Giudicheremo dai fatti, non dai pregiudizi. E lo fremo presto, perché quei fatti ci investiranno. Anche qui, che ci piaccia o no.

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